La devozione al Sacro Cuore
Segnalazione del Centro Studi Federici
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Il giovedì dopo la festa della SS. Trinità, la Chiesa celebra la festa del Corpus Domini: auguri a tutti.
di Mauro Zanon
Parigi. Era il 31 agosto 2015 quando Éric Piolle, sindaco ecologista di Grenoble, rilasciò un’intervista al settimanale cattolico francese La Vie, spiegando fino a che punto il Vangelo fosse importante per la sua vita pur essendo non credente. «Non credo in Dio, ma sono un compagno di strada della Chiesa cattolica (…). Sono animato da valori umanistici e da una ricerca spirituale, in cui il Vangelo occupa uno spazio importante».
Nel colloquio, l’esponente dei Verdi francesi ribadiva inoltre quanto aveva affermato alla rivista gesuita Études, ossia che «il Vangelo è un motore spirituale» della sua “azione politica”. Ma di quel Piolle sensibile alla spiritualità cristiana, oggi, non c’è nemmeno l’ombra. Anzi: fa di tutto per contrastare tutto ciò che è legato al cristianesimo.
L’ultima uscita del primo cittadino di Grenoble fa rabbrividire. «Cancelliamo i riferimenti alle feste religiose nel nostro calendario repubblicano: dichiariamo giorni festivi le feste laiche che segnano il nostro attaccamento comune alla République, alle rivoluzioni, alla Comune, all’abolizione della schiavitù, ai diritti delle donne e delle persone Lgbt», ha twittatoPiolle mercoledì 24 maggio, in risposta alla decisione presa dal ministro dell’Interno Gérald Darmanin di «valutare il tasso d’assenteismo constatato nelle classi in occasione dell’Id al-Fitr» (la festa che segna la fine del mese di Ramadan).
Il messaggio, insomma, è di abolire il Natale, la Pasqua, l’Ascensione, la Pentecoste, cancellare le radici cristiane della Francia “figlia primogenita della Chiesa”, per adattarsi alle nuove mode e sensibilità contemporanee, laiciste e Lgbt.
La conversione robespierrista di Piolle ha suscitato reazioni stizzite da parte del mondo politico e intellettuale francese. Marine Chiaberto, vice presidente di Reconquête, il partito della destra identitaria guidato da Éric Zemmour, ha parlato di un attacco «alle radici cristiane millenarie del nostro paese». «Questo wokismo che vuole cancellare tutto ignora la nostra storia e la nostra identità. È tempo di decostruire i decostruttori!», ha aggiunto Chiaberto.
Jean Messiha, presidente del circolo intellettuale Vivre français, ha reagito con toni ironici alle dichiarazioni del giacobino Piolle. «Cancelliamo la Francia e i francesi. Trasformiamo il nostro paese in esopianeta vergine e pronto a essere colonizzato da tutte le identità. Cancelliamo tutto ciò che siamo e le nostre origini e ricominciamo tutto da un anno zero».
Non è la prima volta che un rappresentante politico della gauche francese solleva la questione delle feste cristiane in Francia, invocando, come i giacobini durante la Rivoluzione, la tabula rasa. Laurent Hénard, ex sindaco di Nancy, suggeriva per esempio di cancellare le festività cristiane «per rilanciare l’economia», anche se la sua era semplicemente una crociata laicista.
Éric Piolle, aspirando a rimpiazzare Natale e Pasqua con un giorno di festa Lgbt o della laicità, segue le stesse orme. «Dispiace per il sindaco di Grenoble, ma i giorni festivi del nostro calendario non sono dei giorni di celebrazione comunitaria, bensì permettono di scolpire nel marmo del calendario le tradizioni e i luoghi della nostra memoria nazionale», ha commentato il sito di opinioni liberali Boulevard Voltaire.
Non è la prima volta che Piolle si fa notare per le sue esternazioni woke. Nel giugno del 2021, ha accolto nella sua città il “mese decoloniale”, raduno “anti razzista” dove l’uomo bianco era sul banco degli imputati. Un mese dopo, nel quadro delle primarie per diventare il candidato degli ecologisti alle presidenziali del 2022, disse di essere «educato, rieducato, decostruito e ricostruito dalle lotte femministe» e di vergognarsi dei suoi “privilegi” di maschio bianco eterosessuale.
Nell’estate del 2022, in barba a qualsiasi principio di laicità, autorizzò nelle piscine pubbliche l’utilizzo del burkini, il costume da bagno islamico che lascia scoperto soltanto l’ovale del viso, le mani e i piedi. Come rivelato dal settimanale Le Point pochi giorni fa, non pago, ha deciso di finanziare degli stage immersivi di “decostruzione maschile”, di rimozione della “mascolonità tossica”, organizzati dall’associazione goscista La Capsule.
Articolo completo: «Cancelliamo Natale e Pasqua. Al loro posto un giorno di festa Lgbt o della laicità» – Tempi
di Raffaele Amato
UE, la vergogna della blasfemia – Quel tempio dei “diritti” – ma soprattutto dei dritti – che è l’Europarlamento si appresta, in occasione della presidenza svedese, ad ospitare una mostra della sedicente “artista” Elisabeth Ohlson, tra le cui “opere” figurerebbe l’immagine di Gesù omosessuale circondato da apostoli in tenuta sadomaso.
L’iniziativa viene promossa dall’organizzazione “The Left”. Diventa difficile trattenere il turpiloquio di fronte a tanta indecenza, eppure, a considerare le cose con la logica della rana bollita, piuttosto che della “Finestra di Overton”, ci troviamo di fronte all’esito annunciato di un processo che viene da lontano.
Più precisamente dall’approvazione della Carta di Nizza del 2000, embrione della Costituzione Europea del 2004, documento che non riconosceva le radici cristiane dell’Europa.
Quella Carta fu il simbolo di una frattura, che appare ogni giorno di più insanabile, tra l’Europa, fonte di civiltà trimillenaria, e l’Unione Europea, costruzione burocratica, artificiosa e astratta.
Negare il valore e l’importanza per l’Europa delle sue radici cristiane significa negare la Storia e la realtà.
Lo stesso uso del termine “Europa” è relativamente recente.
Nei tempi antichi, a cominciare dal tanto vituperato Medioevo – in cui fiorirono le prime università, in cui nacquero i primi ospedali, in cui vennero trascritti i classici greci e latini attraverso l’opera dei monasteri benedettini e tante altre “atrocità” del genere – il Vecchio Continente era infatti identificato con il nome di “Cristianità”.
Il cristianesimo ha permeato la cultura dell’Occidente nel corso dei secoli, forgiandola con il proprio sistema di valori e con la propria ispirazione.
Nel 1942 Benedetto Croce, liberale e perciò sostenitore di una visione laica dello Stato, pubblicò un saggio intitolato “Non possiamo non dirci cristiani”, in cui, tra l’altro, si legge: “…la rivoluzione cristiana operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale, e conferendo risalto all’intimo e al proprio di tale coscienza, quasi parve che le acquistasse una nuova virtù, una nuova qualità spirituale, che fino allora era mancata all’umanità”.
Basterebbe solo questo per capire quanto deviata e pervertita possa essere la concezione dell’Unione blustellata che si è preteso forzatamente di costruire.
Ma a piccoli passi, senza che quasi ce ne si accorgesse, come la rana fatta bollire aumentando lentamente la temperatura dell’acqua, ecco che l’UE ha compiuto un ulteriore scatto di decadenza.
Non paga, infatti, di essere senza Dio, ora ambisce ad essere contro Dio.
La martellante propaganda LGBTQ impone una nuova casta a cui ci si deve rapportare con il capo perennemente cosparso di cenere, titolare di ogni diritto, a cui ogni capriccio è dovuto.
La blasfemia è la cifra di questa casta, che ne fa sfoggio in ogni gay pride oltre che in una serie interminabile di opere ignobili spacciate per artistiche.
La casta LGBTQ è l’avanguardia di quella società fluida tanto cara al pensiero unico di cui l’UE è diventata patria. Poco importa se si diverte a calpestare i sentimenti e la sensibilità di milioni di credenti. Anzi, tanto meglio.
Raffaele Amato
Articolo completo: https://www.2dipicche.news/ue-la-vergogna-della-blasfemia/
di Istituto Mater Boni Consilii, Centro Librario Sodalitium
Catechismo Maggiore di san Pio X – Della settimana santa
§ 3. – Della settimana santa in generale
45 D. Perché l’ultima settimana di Quaresima si dice santa?
R. L’ultima settimana di Quaresima si dice santa, perché in essa si celebra la memoria dei più grandi misteri operati da Gesù Cristo per la nostra redenzione.
46 D. Di qual mistero si fa memoria nella domenica delle Palme?
R. Nella domenica delle Palme si fa memoria dell’entrata trionfante che Gesù Cristo fece in Gerusalemme sei giorni avanti la sua passione.
47 D. Per qual causa Gesù Cristo valle entrare trionfante in Gerusalemme avanti la sua passione?
R. Gesù Cristo avanti la sua passione volle entrare trionfante in Gerusalemme, come era stato predetto:
1. per animare i suoi discepoli dando loro in tal maniera una chiara prova che andava a patire spontaneamente;
2. per insegnarci che colla sua morte egli trionferebbe del demonio, del mondo e della carne, e che ci aprirebbe l’entrata in cielo.
48 D. Qual mistero si celebra nel giovedì santo?
R. Nel giovedì santo si celebra l’istituzione del santissimo Sacramento dell’Eucaristia.
49 D. Qual mistero si ricorda nel venerdì santo?
R. Nel venerdì santo si ricorda la passione e morte del Salvatore.
50 D. Quali misteri si onorano nel sabato santo?
R. Nel sabato santo si onorano la sepoltura di Gesù Cristo e la sua discesa al limbo e dopo il segno del Gloria si comincia ad onorare la sua gloriosa resurrezione.
51 D. Che cosa dobbiamo noi fare per passare la settimana santa secondo la mente della Chiesa?
R. Per passare la settimana santa secondo la mente della Chiesa dobbiamo fare tre cose:
1. unire al digiuno un maggior raccoglimento interno, e un maggior fervore di orazione;
2. meditare di continuo con ispirito di compunzione i patimenti di Gesù Cristo;
3. assistere se si può, ai divini uffici con questo medesimo spirito.
§ 2. – Di alcuni riti della settimana santa.
52 D. Perché la domenica della settimana santa si dice delle Palme?
R. La domenica della settimana santa si dice delle Palme a cagione della processione che si fa in questo giorno, in cui si porta in mano da’ fedeli un ramo d’olivo o di palma.
53 D. Perché nella domenica delle Palme si fa la processione portando rami d’olivo o palme?
R. Nella domenica delle Palme si fa la processione portando rami di olivo o palme per ricordare l’entrata trionfante di Gesù Cristo in Gerusalemme, incontrato dalle turbe con rami di palma in mano.
54 D. Perché nel ritorno della processione delle Palme si batte tre volte alla porta della Chiesa prima che si apra?
R. Nel ritorno della processione delle Palme si batte tre volte alla porta della Chiesa, prima che si apra, per significare che il paradiso era chiuso pel peccato di Adamo, e che Gesù Cristo ce ne ha meritato l’ingresso colla sua morte.
55 D. Chi furono quelli che andarono incontro a Gesù Cristo allorché entrò trionfante in Gerusalemme?
R. Allorché Gesù Cristo entrò trionfante in Gerusalemme, gli andò incontro il popolo semplice ed i fanciulli, non già i grandi della città; così disponendo Iddio per farci conoscere che la superbia rese questi indegni di aver parte nel trionfo di nostro Signore, che ama la semplicità di cuore, l’umiltà e l’innocenza.
56 D. Perché non si suonano le campane dal giovedì santo al sabato santo?
R. Dal giovedì sino al sabato santo non si suonano le campane in segno di grande afflizione per la passione e morte del Salvatore.
57 D. Perché si conserva nel giovedì santo un’ostia grande consacrata?
R. Nel giovedì santo si conserva un’ ostia grande consacrata:
1. affinché si tributino speciali adorazioni al sacramento dell’ Eucaristia nel giorno in cui venne istituito;
2. perché si possa compiere la liturgia nel venerdì santo, in cui non si fa dal sacerdote la consacrazione.
58 D. Perché nel giovedì santo dopo la Messa si spogliano gli altari?
R. Nel giovedì santo dopo la Messa si spogliano gli altari per rappresentarci Gesù Cristo spogliato delle sue vesti per essere flagellato e affisso alla croce; e per insegnarci che per celebrare degnamente la sua passione dobbiamo spogliarci dell’uomo vecchio, cioè d’ogni affetto mondano.
59 D. Perché si fa la lavanda dei piedi nel giovedì santo?
R. Nel giovedì santo si fa la lavanda dei piedi:
1. per rinnovare la memoria di quell’atto di umiliazione con cui Gesù Cristo si abbassò a lavarli ai suoi Apostoli;
2. perché Egli medesimo esortò gli Apostoli e, in persona di essi, i fedeli ad imitare il suo esempio;
3. per insegnarci, che dobbiamo purificare il nostro cuore da ogni macchia, ed esercitare gli uni verso degli altri i doveri della carità ed umiltà cristiana.
60 D. Perché nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese pubblicamente nelle processioni, o privatamente?
R. Nel giovedì santo i fedeli si recano alla visita del Santissimo Sacramento in più chiese in memoria de’ dolori sofferti da Gesù Cristo in più luoghi, come nell’orto, nelle case di Caifa, di Pilato e di Erode, e sul Calvario.
61 D. Con quale spirito si devono fare le visiti nel giovedì santo?
R. Nel giovedì santo si devono fare le visite non per curiosità, per abitudine o per divertimento, ma per sincera contrizione dei nostri peccati, che sono la vera cagione della passione
e morte del nostro Redentore, e con vero spirito di compassione delle sue pene, meditandone i vari patimenti; per esempio nella prima visita quel che soffri nell’orto; nella seconda, quel che soffrì nel pretorio di Pilato; e così dicasi delle altre.
62 D. Perché nel venerdì santo la Chiesa, in modo particolare, presa il Signore per ogni sorta di persone, anche per i pagani e per i giudei?
R. La Chiesa nel venerdì santo, in modo particolare, prega il Signore per ogni sorta di persone per dimostrare che Cristo è morto per tutti gli uomini e per implorare a beneficio di tutti il frutto di sua passione.
63 D. Perché nel venerdì santo si adora solennemente la croce?
R. Nel venerdì santo si adora solennemente la Croce, perché essendovi Gesù Cristo stato inchiodato ed essendovi morto in quel giorno, la santificò col suo sangue.
64 D. L’adorazione si deve al solo Dio, perché adunque si adora la Croce?
R. Si deve adorazione al solo Dio, e però quando si adora la Croce, la nostra adorazione si riferisce a Gesù Cristo morto su di essa.
65 D. Qual cosa è da considerarsi specialmente nei riti del sabato santo?
R. Nei riti del sabato santo è da considerarsi specialmente la benedizione del cero pasquale e del fonte battesimale.
66 D. Che cosa significa il cero pasquale?
R. Il cero pasquale significa lo splendore e la gloria, che Gesù Cristo risuscitato apportò al mondo.
67 D. Perché si benedice nel sabato santo il fonte battesimale?
R. Nel sabato santo si benedice il fonte battesimale, perché anticamente in questo giorno, come ancora nella vigilia della Pentecoste, si conferiva il Battesimo solennemente.
68 D. Che cosa dobbiamo fare mentre si benedice il fonte battesimale?
R. Mentre si benedice il fonte battesimale, dobbiamo ringraziare il Signore d’averci ammessi al Battesimo, e rinnovare le promesse che allora abbiamo fatto.
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Segnalazione del Centro Studi Federici
Il 19 Marzo si festeggia San Giuseppe, Patrono della Chiesa Cattolica, padre putativo di Gesù. Giungendo quest’anno la festa di Domenica, la Messa di San Giuseppe viene celebrata domani (non di precetto). Lo si dice sommessamente per non urtare la suscettibilità di chi non crede. San Giuseppe la urta lo stesso con l’esempio della Sua vita di padre esemplare, vergine e gran lavoratore, che ha aderito pienamente alla difficile chiamata del Signore.
Segnalazione Redazione I Tre Sentieri
Dal Vangelo: Giuseppe da Nazareth, figlio di Davide, uomo giusto, marito di Maria, padre di Gesù, salvatore della vita del Salvatore.
Dalla liturgia: Certa speranza della nostra vita, sostegno del mondo, illustre per meriti, ministro della nostra salute, padre del Verbo, vincitore dell’inferno, servo fedele e prudente, quasi padre del Re, padrone della sua casa e principe di ogni sua possessione, procuratore della Chiesa di Dio.
Da Origene: Giusto nella legge, nelle parole, nei fatti, nel giudizio della grazia; umilissimo, stimasi indegno di stare con Maria.
Da sant’Eusebio di Cesarea: In lui un esimio pudore, una modestia e una prudenza somma; eccellente nella pietà verso Dio, splendeva di una meravigliosa bellezza anche nel sembiante.
Da sant’Ilario di Poitiers: La sua vita è tipica: egli fu come gli Apostoli, alle cui cure fu affidato Cristo, perché lo portassero traverso il mondo; perciò esemplare e figura degli uomini apostolici.
Da sant’Efrem il Siro: Paradiso di delizie, sollievo della Madre di Dio. Pare di sentirlo: « E donde a me questo, ch’io sia sposo alla Madre del mio Dio? Donde a me che il Figlio di Dio sia diventato mio figlio? Ecco che mi è stata resa la corona di Davide, dal momento che il Signore di Davide è venuto nelle mie mani!»
Da san Basilio Magno: Qual Angelo o Santo meritò di essere padre del Figlio di Dio? Solo Giuseppe. Quindi egli è «Fatto tanto più grande degli Angeli, quanto più di loro ha ereditato un nome sovraeccellente!» (Cf Ebr 1, 4).
Da san Gregorio Nisseno: I sacerdoti d’Israele furono guidati divinamente nello scegliere Giuseppe a sposo di Maria.
Da sant’Epifanio: Grande tra gli uomini, fedele nei costumi, pio nello stesso suo sembiante.
Da san Giovanni Crisostomo: Era colmo di straordinaria riverenza per il Bambino Gesù, e, quando Maria lo poso nella mangiatoia, Giuseppe s’inchino a contemplarlo, il suo cuore fu inondato di gioia, ma non osò toccarlo. Insigne in tutto, fornito d’ogni sorta di virtù, sapiente oltre la legge, era sempre intento alla meditazione dei Profeti.
Da san Girolamo: Più custode che marito per Maria, dovette essere vergine per poter essere chiamato padre del Signore. Intanto fu il Salvatore dell’onore della Madre di Dio.
Da sant’Agostino d’Ippona: Vero marito di Maria, benché vergine; e vero padre di Gesù, benché non l’abbia procreato: se, adottando un figlio di una donna qualsiasi, avrebbe avuto diritto di dirsi suo padre, tanto più allevando come suo il Figlio della sua consorte! Chi dice non doversi chiamare padre Giuseppe per non avere generato Gesù, cerca nel procrear figli più la libidine che l’affetto: Giuseppe ottenne colla carità meglio assai di quel che altri colla carne; e anche quelli che adottano figli, castamente li procreano coll’affetto meglio che colla carne. Come Cristo morente non affidò che a un vergine la sua Madre Vergine, così nemmeno l’avrebbe data in sposa a Giuseppe, se questi non fosse stato più che vergine! Onore della verginità e guardiano della castità, adunque!
Da san Pier Crisologo: È detto «giusto» per il pieno e perfetto possesso di tutte le virtù.
Da san Gregorio Magno: L’unico tra gli uomini trovato degno di essere sposo di Maria!
Da sant’Isidoro di Siviglia: È la creatura più d’ogni altra amata da Gesù e da Maria.
Da san Giovanni Damasceno: A lui, solo fra tutti gli uomini, fu dato il nome di padre del Figlio di Dio, e fu dato liberamente, con tutti gli affetti e l’autorità di padre !
Da san Pier Damiani: È fede della Chiesa che Dio non si contentò di una Madre Vergine, ma vergine volle anche colui, che doveva figurare suo padre.
Da Ruperto di Mästricht: Giuseppe, paradiso di voluttà, in cui c’erano tutte le delizie!
Da san Bernardo di Chiaravalle: Senza dubbio dovette essere uomo ben buono e fedele questo Giuseppe, a cui fu sposata la Madre del Salvatore; fedele servo, cui Dio costituì sollievo di sua Madre, nutrizio della carne di Dio, solo in terra coadiutore fedelissimo del gran consiglio; figlio di Davide, per santità, fede e devozione; il più fedele cooperatore dell’Incarnazione, signore e padrone della Sacra Famiglia, consolatore di Maria nelle sue prove e tribolazioni. Quale felicità per lui nel portare Gesù, carezzarlo, baciarlo!
Da Ssant’Alberto Magno: Modello ai sacerdoti e ai prelati, che governano la Chiesa di Dio!
Dal Gersone: Chi non predicherà la più pura e perfetta pudicizia di Giuseppe, che, vergine, sposò una vergine e la custodì vergine? Primo tra gli uomini, egli insegnò a praticare nel matrimonio un santo e intero celibato. In lui il fomite del peccato originale fu estinto o almeno smorzato, perché l’avvenente aspetto della Vergine non fosse pregiudizievole alla sua virtù. Ci fu chi lo disse santificato nel seno materno. È la terza persona della trinità terrestre. Quale dignità, o Giuseppe, che Maria ti chiami suo signore e il Dio fatto Uomo suo padre! O gloriosa trinità terrena! nulla di più grande, di più buono, di più eccellente. E anche in cielo, quando il padre prega il Figlio, la preghiera vien presa come un comando.
Da san Bernardino da Siena: Per operazione di virtù, doveva essere somigliantissimo alla Vergine; perciò io lo penso mondissimo nella castità, profondissimo nell’umiltà, ardentissimo nella carità, altissimo nella contemplazione, per essere un aiuto simile alla Vergine: con tutto l’affetto del cuore Maria l’amava sincerissimamente e dal tesoro del suo cuore davagli quanto egli ne poteva ricevere. A lui poi è debitrice la Chiesa per avere egli ordinatamente e onestamente introdotto nel mondo il Divin Redentore; onde, se la Chiesa onora Maria, per averci dato il Cristo, dopo che a Maria, tanto devesi a Giuseppe. È la chiave del Vecchio Testamento, in cui la dignità dei Patriarchi e dei Profeti consegue il frutto promesso: egli solo corporalmente possedette Colui, che ad essi era stato promesso. Non si può dubitare che Cristo continui in cielo a lui quella famigliarità, riverenza e sublimissima dignità accordatagli in terra: anzi è da credere che in cielo compia e perfezioni tutte queste cose.
Da san Giovanni d’Avila: Capo della immensa moltitudine dei tribolati!
Da santa Teresa di Gesù: Io non capisco come si possa pensare a Maria tutta occupata nelle sue cure al Bambino Gesù, senza ringraziare san Giuseppe per tutti gli aiuti, che presto in quel tempo alla Madre e al Figlio! San Giuseppe è maestro d’orazione e di vita interiore: chi non ha chi gl’insegni a pregare, prenda per maestro questo glorioso Santo, e non fallirà la strada. Egli è il mio avvocato e protettore, padre e signore!
Da san Pietro Canisio: Caro a Dio e agli uomini (Eccles., XLI, I). Poiché rifulse per eminente virtù, è giusto che a tutti venga proposto in esempio da imitare per vivere bene e santamente.
Dal padre Suarez: Tre privilegi ebbe san Giuseppe: essere santificato nell’utero materno, essere insieme confermato in grazia, essere perciò esente dagli stimoli della concupiscenza. L’opinione che superi tutti i Santi in grazia e in gloria, io non credo che sia avventata e improbabile, bensì. Il suo ministero, nella sua qualità, fu più perfetto di quello dell’apostolato, perché appartiene all’unione ipostatica.
Da san Francesco di Sales: Non è solo patriarca, ma corifeo dei patriarchi; non è solo confessore, ma più che confessore, perché nella sua confessione sono racchiuse la dignità dei vescovi e la generosità dei martiri e di tutti gli altri Santi. Quale unione tra san Giuseppe e Maria! Per questa unione Nostro Signore, come apparteneva a sua Madre, apparteneva anche a san Giuseppe, non secondo la natura, ma secondo la grazia; perché questa unione lo faceva partecipe di tutto ciò che apparteneva alla sua Sposa: Maria, quasi specchio, riceveva nella sua anima i raggi del Sole eterno di giustizia, e l’anima di Giuseppe, quasi altro specchio, anch’essa di faccia a Maria ne raccoglieva perfettamente i raggi riflessi. Più perfetto degli Angeli nella verginità, eminentissimo in sapienza, compitissimo in ogni sorta di perfezione, anch’egli morì di amore, non altrimenti della Vergine sua Sposa, e, com’Essa, fu sollevato in anima e corpo al cielo.
Da Cornelio a Lapide: Giuseppe è più un angelo che un uomo in tutta la sua condotta!
Dal venerabile Olier: Fu dato alla terra per esprimere visibilmente le adorabili perfezioni di Dio Padre. Nella sola sua persona egli portava la bellezza, la purità, l’amore, la sapienza e la prudenza, la misericordia e la compassione di Lui. Un Santo solo è destinato a rappresentare Dio Padre, mentre che un’infinità di creature, una moltitudine di Santi sono necessari per rappresentare Gesù Cristo; poiché tutta la Chiesa non opera se non per manifestare le virtù e le perfezioni del suo adorabile Capo: il solo san Giuseppe rappresenta il Padre Eterno! Tutti gli Angeli insieme sono creati per rappresentare Dio e le sue perfezioni: un uomo solo rappresenta tutte le grandezze di Lui! Egli è perciò l’essere più grande, più celebre, più incomprensibile e, in proporzione, come Dio Padre, nascosto e invisibile nella sua persona, incomprensibile nel suo essere e nelle sue perfezioni: sotto questo riguardo, è incomparabile e costituisce un ordine a parte.
Da Paolo Aresi di Tortona: Da tutte le Persone della Santissima Trinità ebbe privilegi singolarissimi: dalla prima, di essere padre del Verbo Incarnato; dalla seconda, di essere giusto e figlio di Davide; dalla terza, di essere sposo di Maria. Quand’anche non fosse stato santo, lo sarebbe diventato sposando Maria, secondo la parola dell’Apostolo (1 Cor 7,14). Dovette essere poi somigliantissimo a Cristo e nella bellezza del volto e nella gentilezza del tratto; e l’arguisco da questo che, avendo Cristo voluto passare per suo figlio, la gente doveva riscontrare in Lui le fattezze di Giuseppe per crederlo suo vero padre, benché non lo fosse.
Dal padre Paolo Segneri: Fu niente per sé, ma tutto per Cristo. Fu sposo della Vergine, solo quanto ciò doveva valere a salvare l’onore di Gesù; del resto, la lasciò intatta, come fa l’olmo, che si sposa alla vite, ma non ha parte alcuna nel suo frutto, che pure aiuta a portare. Fu padre a Cristo, ma solo di affetto e assistenza per la sollecitudine, che gli doveva prestare: del resto, non doveva vederne la gloria, e anche delle sue azioni solo doveva sapersi quanto era necessario a lumeggiare Gesù, e anche dopo morte per dei secoli rimase incognito e inglorioso.
Dal Bossuet: Fatto custode dei tre più preziosi depositi -la Verginità di Maria, la Persona di Gesù, il Mistero dell’Incarnazione Divina- li custodi fedelmente. Nessun dubbio perciò che sia stato fornito delle tre virtù necessarie a custodire tali depositi: purità, fedeltà, umiltà. Se fu la verginità di Maria, che trasse dal cielo in terra il Verbo, Giuseppe è a parte di questo miracolo, perché la purità di Maria è deposito di Giuseppe, anzi bene suo, per il matrimonio e le cure, con cui la custodì; tanta parte quindi ha ben anche nel frutto di Lei. Cristo aveva un Padre in cielo, che l’avrebbe poi abbandonato sulla Croce, e anche da quando venne in terra sembrò abbandonarlo, viceversa L’affidò a Giuseppe, qual padre terreno; e Giuseppe raccolse il mandato e non visse più che per Gesù, tutto viscere di padre; ciò che non è per natura, lo è per affetto, poiché Dio gli ha mutato il cuore, come a Saul (1 Re 10, 9), onde non è meraviglia che comandi e tutto si sacrifichi per Lui. La sua missione è diversa da quella degli Apostoli: Gesù è loro rivelato, perché lo predichino; a Giuseppe invece per celarlo. Quelli sono fiaccole, che Lo mostrano al mondo; questi un velo, che Lo copre: velo misterioso, che coprì la verginità di Maria e gli splendori del Figlio di Dio. Giuseppe vide Gesù e tacque; Lo godette e non parlò; adempì la sua vocazione di ministro e compagno della vita nascosta.
Da san Leonardo da Porto Maurizio: Come Maria è Regina degli Angeli e dei Santi, così per legge san Giuseppe suo sposo è re degli Angeli e dei Santi: onde, se onorate Maria con questo titolo, così anche si deve dire a san Giuseppe: «Re degli Angeli, re dei Santi, prega per noi!» Dio volle che S. Giuseppe fosse protettore speciale d’ogni classe di persone e intercessore universale, perché tutti possano sentirsi protetti da lui.
Da sant’Alfonso M. de’ Liguori: Non si deve dubitare che Giuseppe, vivendo con Cristo, crebbe tanto in meriti e santità da sorpassare tutti i Santi. Egli è speciale protettore dei moribondi, perché la sua intercessione presso Gesù è più potente di quella d’ogni altro Santo, e perché ha maggior potere contro i demoni, e perché fu assistito in morte da Gesù e Maria. Da Giuseppe ottiene più grazie chi più lo prega: la più grande grazia, che fa ai suoi devoti, è un tenero e ardentissimo amore a Gesù.
Da Pio IX: È il Patrono della Chiesa Cattolica. Per la grande dignità e posizione concessagli da Dio, la Chiesa lo tiene nel più alto onore e massima considerazione, dopo Maria, e con preferenza a lui rivolge le sue preghiere nelle sue necessità.
Da Leone XIII: S’avvicina in grandezza, grazia, santità e gloria a Maria quanto nessun altro mai, e non meno grandeggia quale custode e padre putativo di Gesù. Modello ai padri di famiglia, ai coniugi, ai vergini, ai nobili, ai ricchi, ai proletari, operai o poveri: è cosa conveniente e sommamente degna di lui, che, come già la Sacra Famiglia, Egli copra e difenda col suo patrocinio la Chiesa di Cristo.
Da San Pio X: Qual era la professione di S.Giuseppe? San Giuseppe, benché fosse di stirpe reale di David, era povero, e ridotto a guadagnarsi il vitto colla fatica delle sue mani.
Da Benedetto XV: Col fiorire così della devozione dei fedeli verso san Giuseppe, aumenterà insieme, per necessaria conseguenza, il loro culto verso la Sacra Famiglia di Nazareth, di cui egli fu l’augusto Capo, sgorgando queste due devozioni l’una dall’altra spontaneamente. poiché per san Giuseppe noi andiamo direttamente a Maria, e per Maria al fonte di ogni santità, Gesù Cristo, il quale consacrò le virtù domestiche colla sua obbedienza verso san Giuseppe e Maria. A questi meravigliosi esemplari di virtù Noi quindi desideriamo che le cristiane famiglie si ispirino e completamente si rinnovellino.
Da Pio XI: Ecco un santo che entra nella vita e si spende interamente nell’adempimento d’una missione unica da parte di Dio, la missione di custodire la purezza di Maria, di proteggere nostro Signore e di nascondere, con la sua ammirabile cooperazione, il segreto della redenzione. Nella grandezza di questa missione ha le sue radici la santità singolare e incomparabile di san Giuseppe, poiché una tale missione non fu affidata a nessun altro santo… è evidente che, in virtù d’una missione così alta, Giuseppe possedeva già il titolo di gloria che è suo, quello di patrono della Chiesa universale. Tutta la Chiesa, infatti, è già presente presso di lui allo stato di germe fecondo.
Da Pio XII: È facile dunque, è dolce rappresentarci questa santa Famiglia di Nazareth all’ora della consueta preghiera. Nell’alba dorata o nel violaceo crepuscolo della Palestina, sulla piccola terrazza della loro bianca casetta, rivolti verso Gerusalemme, Gesù, Maria e Giuseppe sono in ginocchio; Giuseppe, come capo della famiglia, recita la preghiera ma è Gesù che la ispira, e Maria unisce la sua dolce voce a quella grave del santo Patriarca. Futuri capi di famiglia! Meditate e imitate questi esempio, che troppo uomini oggi dimenticano.
Segnalazione del Centro Studi Federici
Il Circolo Christus Rex si riconosce perfettamente nelle parole di questo articolo dell’amico Mattia Rossi. Bergoglio cerca di troncare con l’ambiguità dei predecessori e di stabilire che la lex orandi della lex credendi prodotta dal Concilio Vaticano II (1962-1965) è espressa nel Novus Ordo e non nella Messa tridentina. I fautori della “terza via” clerical-democristiana, in ambito conservatore e tradizionalista sono disperati per qualcosa che ci auguriamo riescano a comprendere grazie alla coerenza di Francesco, anche se costerà qualcosa in termini di comodità: niente più chiese, altari maestosi, basiliche. Niente più inciuci coi conciliari. Ora la prova è nella sostanza, ovvero nella Fede autentica. Noi ci auguriamo che abbiano, nell’abbracciare la Tradizione cattolica senza compromessi, la coerenza di Bergoglio e il coraggio di Mons. De Castro Mayer. (n.d.r.)
di Mattia Rossi
Al direttore – È curioso doverlo ammettere – dal momento che, chi scrive, è da annoverarsi nella schiera di quanti vengono, più o meno propriamente, definiti “tradizionalisti” – ma Bergoglio, con Traditionis custodes, ha agito bene. La posizione del Summorum pontificum ratzingeriano del vetus e novus ordo quali “due usi dell’unico rito” era palesemente ossimorica: le due ecclesiologie che soggiacciono alle due messe sono antitetiche e incompatibili. L’ecclesiologia comunitaria veicolata dal Vaticano II, ponendo a fondamento la categoria di “popolo di Dio” e, dunque, esigendo le dimensioni collegiali ed ecumeniche, è chiaramente differente da quella precedente, ovvero di una chiesa nella quale l’autorità viene prima della comunità e la conversione prima del dialogo. E allora, se con la riforma liturgica di Paolo VI la chiesa si è data una nuova lex orandi per una nuova lex credendi, è impossibile che due lex orandi differenti possano rispecchiare un’unica lex credendi. Ecco perché, nel chiedere espressamente ai fedeli che intendano celebrare vetus ordo la chiara accettazione del Concilio, Traditionis custodes, dal suo punto di vista, ne ha pienamente diritto.
Ma le restrizioni per l’uso del vetus ordo all’interno della chiesa postconciliare sono ovvie anche perché se si ritiene che Paolo VI avesse autorità (e io non sono tra quelli) occorre riconoscere che con la costituzione apostolica Missale Romanum ebbe la netta intenzione di abrogare la Quo primum di Pio V: “Quanto abbiamo qui stabilito e ordinato vogliamo che rimanga valido ed efficace, ora e in futuro, nonostante quanto vi possa essere in contrario nelle costituzioni e negli ordinamenti dei Nostri Predecessori”. E nel concistoro del 24 maggio 1976, Montini precisò: “Il nuovo ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico, in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio tridentino”. Perché ciò che vale per un papa del ’500 non può valere, se se ne riconosce l’autorità, per un suo successore del ’900? E infatti il Codice di diritto canonico, sia nell’edizione del 1917 che in quella riformata del 1983, precisa che “la legge posteriore abroga la precedente o deroga alla medesima, se lo indica espressamente, o è direttamente contraria a quella, oppure riordina integralmente tutta quanta la materia della legge precedente”.
E ancora, per quale motivo Wojtyla, nel concedere limitatamente l’uso del messale del ’62, utilizzò lo strumento dell’indulto, che giuridicamente è l’esenzione dalla potenziale pena? Significa, evidentemente, che il messale precedente non era più “legale”. Quando Bergoglio pone restrizioni sulla “messa in latino” lo fa con coerenza e incarnando l’ecclesiologia del Vaticano II dalla quale, seppur dissimulando, neppure Ratzinger, riconoscendo il “valore e la santità” del nuovo rito, ovviamente mai si distaccò salvo promulgare un motu proprio illusorio. Con Francesco è tutto più chiaro: o di qua o di là senza un piede nel vetus e uno nel novus.
Segnalazione Corrispondenza Romana
di Mauro Faverzani
In Germania la crisi interna alla Chiesa cattolica diviene sempre più acuta ed ormai oltre un terzo dei tedeschi – il 36%, per la precisione – è convinto di uno scisma imminente con Roma: a rivelarlo, è un sondaggio promosso dal settimanale cattolico Die Tagespost. Il 42% degli intervistati non sa e non intende sbilanciarsi, solo il 22% è convinto che, alla fine, tutto sia destinato a rientrare. Le percentuali divengono ancora più drammatiche, qualora si consideri un campione costituito dai soli cattolici: in questo caso, ben il 42% degli intervistati prevede lo scisma, peraltro a breve, il 29% non sa e solo il restante 29% è convinto del lieto fine. Mentre nel Vecchio Continente prosegue quell’«apostasia silenziosa», già chiaramente espressa nel 2003 da Giovanni Paolo II al n. 9 dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa, altrove, in Africa per la precisione, Nigeria e Kenya risultano essere i due Paesi al mondo con la più alta percentuale di cattolici praticanti. Il che ha dell’incredibile, trattandosi di territori segnati dal sangue del terrorismo islamico con organizzazioni quali Boko Haram nel primo caso e al-Shabaab nel secondo, aree cioè in cui essere e dirsi cristiani non è scontato, né facile, né prudente. Eppure, a confermarlo è l’indagine condotta dal World Values Survey sulla base di dati provenienti da 36 Paesi del mondo.
Tutto indurrebbe a ritenere che nelle terre della jihad sia necessario non ostentare la propria fede, viverla in modo nascosto, per evitare di pagare con la vita tale coraggio. Invece, accade proprio il contrario: nell’Occidente, dove – teoricamente – tutto sarebbe possibile, ci si vergogna non solo di dirsi cattolici, ma ancor più di vivere i valori e le virtù, insegnati dalla Dottrina, dal Magistero e dal diritto naturale; nell’Africa, in cui professare il proprio credo può costare il martirio, si è pronti al sacrificio, pur di non rinunciare e di non rinnegare Dio.
Così, ecco in Nigeria il 94% degli adulti cattolici recarsi alla santa Messa ogni settimana; in Kenya fa altrettanto il 73% dei fedeli, in Libano il 69%. Seguono Filippine (56%), Colombia (54%) e solo al sesto posto si trova il primo Paese europeo, la Polonia, col 52%. E poi ancora Ecuador (50%), Bosnia-Erzegovina (48%), Messico (47%), Nicaragua (45%), Bolivia (42%), Slovacchia (40%), Italia (34%), Perù (33%), Venezuela (30%), Albania (28%), Spagna e Croazia (27%), Nuova Zelanda e Regno Unito (25%), Ungheria e Slovenia (24%), Uruguay (23%), Australia ed Argentina (21%), Portogallo e Repubblica Ceca (20%), Austria e Usa (17%; negli Stati Uniti era il 24% prima del Covid), Lituania (16%), Germania e Canada (14%), Lettonia e Svizzera (11%), Brasile e Francia (8%) e Paesi Bassi (7%). Si può notare come la maggior parte dei Paesi, culla della societas christiana, si trovino nella zona più bassa della classifica, da una parte confermando le previsioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI circa il suicidio spirituale dell’Europa, dall’altra contestualizzando meglio la portata e le dimensioni di un eventuale scisma in una Germania, in cui, indipendentemente da esso, la presenza cattolica è già oggi quasi irrilevante e ridotta ai minimi storici. Viceversa gli Stati, caratterizzati da maggiore instabilità sociale, violenza e miseria, sono anche quelli, ove più salda risulta l’appartenenza religiosa degli intervistati. E questo è un dato molto significativo, su cui il cosiddetto Occidente dovrebbe riflettere.
L’indagine individua anche una relazione tra il Pil pro capite e la religiosità di un Paese: maggiore è il primo, minore è la seconda, come se il benessere immanentizzasse il cuore degli uomini, anziché spalancarlo alla dimensione spirituale (non foss’altro che per una doverosa gratitudine nei confronti della Divina Provvidenza). Viceversa il gruppo di nazioni con un Pil pro capite inferiore ai 25 mila dollari registra le percentuali più alte di religiosità dichiarata. Sono dati significativi, perché la dicono lunga non solo con numeri e grafici, bensì con i contenuti, per intuire cosa alberghi nel cuore dell’uomo. Ed allora riecheggia, forte e grave come una condanna, la domanda che Nostro Signore Gesù Cristo pose: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8).
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