Verona: Bacciga regala libri “non conformi” alla città. E’ tragicomica la reazione del mainstream

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di Matteo Castagna

Il Consigliere Comunale di Verona, Avv. Andrea Bacciga ha donato alla Biblioteca Civica, con il primo compenso ricevuto, una serie di libri non conformi, politicamente scorretti e cattolici fedeli alla Tradizione (Articoli accanto de L’Arena e Corriere di oggi. Ingrandire con il mouse per leggerli)

C’è l’On. Fiano in città, così un esponente del Partito democratico ha “denunciato” al suo compagno di partito l’attentato di lesa maestà al main-stream compiuto da Bacciga, ricevendo per questo gesto di grande coraggio, il plauso dell’On. Alessia Rotta. “Democraticamente”, è ovvio. Ma dimenticando che quella di Fiano non è legge dello Stato. Oggi si va da Fiano a fare ste cose? Mah… Forse, in nome della Cultura (con la “C” maiuscola!) bisognerebbe rimandare a scuola qualcuno che riveste incarichi pubblici. O donargli anche il cappello con le orecchie da asino. Un’ idea per un’iniziativa simpatica? Così, per sdrammatizzare, perché state schiumando di bile, come non mai… E poi gli oscurantisti saremmo noi?

E’ bastato che la donazione di alcuni classici del pensiero e della storia politica identitaria e di quella cattolica nell’accezione più tradizionale, certamente non conformi a quello dominante della sinistra, dei liberali e dei conciliari giungessero alla Biblioteca Civica, per scatenare una bagarre. Che sta proseguendo. Addirittura il Tg Verona delle 13.00 ha detto che sembrerebbe una “provocazione, più che una donazione”, ma il consigliere a Andrea Bacciga ha ribadito, con molta tranquillità, quanto già detto. Forse a qualcuno pare incredibile che un consigliere comunale possa devolvere per regalare cultura non allineata, per la lettura di chiunque lo desiderasse. Continua a leggere

13/10/17: PREGHIAMO LA S. VERGINE PER AVERE IL PAPA, VICARIO DI CRISTO IN TERRA

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L’ANALISI

di Matteo Castagna

La Polonia della grande devozione popolare mariana ha nuovamente dato una lezione al resto del mondo, in particolare a quell’Europa secolarizzata, atea e liberale che rigetta la Regalità Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo e non si piega a nessuna evidenza soprannaturale, facendo finta di non vedere i segni dei tempi, attraverso “armi di distrazione di massa”. Ci uniamo a quella santa devozione popolare, nel nostro piccolo, con la preghiera del S. Rosario, l’astinenza ed il digiuno (a pane e acqua) per penitenza verso i nostri peccati e quelli contro Dio, per chiedere la Grazia di un Papa, che manca dal 1958, ovvero dalla morte di Pio XII.

Oggi, nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima, in particolare nell’anniversario del miracolo del sole, il cattolico può dare un segno visibile della sua Fede, minata da ogni parte. Continua a leggere

I comunisti che piacciono al “papa”. E viceversa

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I titoli ecclesiastici dell’articolo vanno intesi come riferiti alla “Chiesa ufficiale, ossia conciliare”, non alla Chiesa Cattolica 

Segnalazione di www.unavox.it

di Sandro Magister

Pubblicato sul sito dell’Autore



Nei giorni scorsi sono capitate a Roma un paio di cose curiose. E a loro modo istruttive.

La prima è l’inizio della collaborazione ad “Avvenire”, il quotidiano della conferenza episcopale italiana, del disegnatore satirico Sergio Staino, con una striscia domenicale dal titolo “Hello, Jesus!”.

Qui la sorpresa sta nel fatto che Staino è comunista inossidabile, è stato “figlio dei fiori” e paladino del libero amore, è stato l’ultimo direttore, fino a pochi mesi fa, de “L’Unità”, il defunto quotidiano del partito comunista italiano e poi dei partiti che gli sono succeduti, ed è presidente onorario della UAAR, Unione Atei e Agnostici Razionalisti.

Lo svagato Gesù delle sue strisce abita ancora a Nazaret con Giuseppe e Maria, dà una mano al padre in falegnameria, ma ha già la testa altrove, a quando se ne andrà per diventare finalmente – parole di Staino – “il primo dei socialisti, il primo a combattere per i poveri”.

Intervistato sullo stesso “Avvenire” il giorno del suo esordio, Staino ha raccontato che tempo fa, quando a papa Francesco, in una “lunga telefonata”, fu riferito da Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, che alla madre dello stesso Staino, nel lontano 1948, era stata negata l’assoluzione sacramentale per aver votato per il partito comunista, il papa sbottò sorridendo: “Dica alla madre di questo suo amico che quella assoluzione se la vuole gliela do io”.

Ciò non toglie che il suo arrivo ad “Avvenire” ha provocato un diluvio di proteste. Compresa quella dell’editore del giornale, nella persona del segretario generale della conferenza episcopale italiana, il vescovo Nunzio Galantino, del quale il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio ha riportato ai lettori le seguenti parole: “Non condivido, perché non capisco proprio quale valore aggiunto viene al nostro giornale dalle strisce di Staino”.

Ed è appunto qui ciò che di istruttivo si può ricavare dalla vicenda. Perché ora c’è la prova che il potere di Galantino sulla conferenza episcopale e sul suo giornale non conta più come quando papa Francesco lo nominò segretario generale e di fatto suo luogotenente unico, con l’effetto che ogni sua parola o decisione pesava come se provenisse dal papa.

Oggi la conferenza episcopale ha un nuovo presidente nella persona del cardinale Gualtiero Bassetti, questo sì molto vicino a Francesco e molto più abile nel capirne e assecondarne i voleri.

Mentre la caduta di Galantino dalle grazie del papa è sempre più evidente e il caso Staino ne è la conferma lampante.

Non solo, infatti, il direttore di “Avvenire” ha deciso da solo, senza aver “chiesto autorizzazioni preventive all’editore”, ma ha rivendicato sulle pagine di “Avvenire” la giustezza di questa sua decisione, per di più mettendo in pubblico l’ininfluente parere contrario di monsignor Galantino.

Al quale ha come detto addio proprio nel momento in cui ha dato il benvenuto a Staino, a sua volta “assolto” da papa Francesco.

*


Il secondo episodio ha visto protagonista un altro giornale, “Il Manifesto”, l’unico che in Italia associa alla propria testata la dicitura: “Quotidiano comunista”.

Giovedì 5 ottobre – guarda caso proprio nell’anno centesimo della “Rivoluzione di ottobre” – “Il Manifesto” è uscito in edicola con allegato un libro con i tre discorsi di papa Francesco ai “movimenti popolari”, da lui convocati una prima volta a Roma nel 2014, poi in Bolivia nel 2015 e poi ancora a Roma nel 2016.

Intervistata da “Avvenire”, la direttrice del “Manifesto” Norma Rangeri ha così spiegato la scelta:
“Sentiamo nostri questi messaggi del papa e vogliamo portare ai nostri lettori la radicalità e la semplicità di queste sue parole. […] Lì c’è un’idea nuova di politica, il papa cita anche Esther Ballestrino de Careaga, per la sua concezione della politica. È una comunista di origini paraguayane”. (E fu insegnante di chimica del giovane Jorge Mario Bergoglio, che incontrò le sue due figlie durante la sua visita in Paraguay, nel luglio del 2015).

Dei discorsi di Francesco ai “movimenti popolari” e della sua visione politica i lettori di Settimo Cielo sono già ampiamente informati:


Ma dalla loro pubblicazione ad opera del “Manifesto” si possono ricavare ulteriori informazioni. Perché nel libro, oltre ai discorsi, vi sono un’intervista e una postfazione che arricchiscono il quadro, la prima con l’argentino Juan Grabois e la seconda dello studioso italiano Alessandro Santagata.

Grabois, 34 anni, figlio di uno storico dirigente peronista, dirige oggi la Confederación de Trabajadores de la Economía Popular ed è vicino a Bergoglio dal 2005, cioè da quando l’allora arcivescovo di Buenos Aires era alla testa della conferenza episcopale argentina. Divenuto papa, Francesco l’ha nominato consultore del pontificio consiglio della giustizia e della pace, oggi assorbito nel nuovo dicastero  per il servizio dello sviluppo umano integrale. Ed è lui, Grabois, il più attivo a tirare le fila delle convocazioni attorno al papa dei “movimenti popolari”.

L’idea cominciò a prendere corpo subito dopo l’elezione di Francesco. Dopo la messa inaugurale del nuovo pontificato – alla quale era presente in prima fila, accanto ai capi di Stato, anche l’argentino Sergio Sánchez, capo del Movimiento de Trabajadores Excluidos –, Grabois racconta di essere stato contattato dall’arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della pontificia accademia delle scienze, anche lui argentino e più che mai impaziente di entrare nella cerchia dei favoriti del nuovo papa.

Sorondo chiese a Grabois di aiutarlo a organizzare in Vaticano un seminario dal titolo “Emergenza esclusi”, che effettivamente si tenne nel dicembre del 2013 e al quale prese parte anche Joao Pedro Stédile, leader in Brasile del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra.

Fu questo seminario l’anteprima della successiva prima convocazione a Roma attorno a papa Francesco dei “movimenti popolari”, una rete di un centinaio di sigle di tutto il mondo ma in prevalenza latinoamericane, in larga misura le stesse delle memorabili adunate anticapitaliste e no-global di Seattle e di Porto Alegre.

Per organizzare sia questo che gli incontri successivi fu creato un comitato composto da Grabois, da Stédile e da altri due attivisti: Jockin Arputham della National Slum Dwellers Federastion e Charo Castelló del Mouvement Mondial des Travailleurs Chrétiens. Più il gesuita Michael Czerny, oggi sottosegretario del dipartimento migranti e rifugiati presso il dicastero per lo sviluppo umano integrale, dipartimento di cui papa Francesco ha riservato a sé personalmente la direzione. A giudizio di Grabois, il ruolo di padre Czerny è stato fin qui “d’importanza vitale per il raccordo con le varie organizzazioni popolari”.

Nel libro edito dal “Manifesto”, sia Grabois che Santagata fanno notare che buona parte dei “movimenti popolari” sui quali il papa fa affidamento sono critici nei confronti dell’istituzione Chiesa e in contrasto con i dogmi cattolici su questioni come l’aborto o i diritti degli omosessuali. Ma “tali contraddizioni non condizionano troppo i lavori degli incontri, poiché essi sono incentrati su tematiche specifiche legate alla lotta per la terra, la casa e il lavoro”.

Una quarta convocazione dei “movimenti popolari” era prevista a Caracas per l’ottobre di quest’anno. Ma è stata sospesa a motivo del disastro in cui il Venezuela è precipitato.

In compenso hanno cominciato a tenersi degli incontri su scala non mondiale ma regionale. Il primo si è tenuto a Modesto, in California, dal 16 al 19 febbraio del 2017, per i movimenti degli Stati Uniti. Un altro si è tenuto il 20-21 giugno a Cochabamba, in Bolivia, per i movimenti dell’America latina.

Con l’incontro di Modesto papa Francesco si è collegato in videoconferenza, leggendo un discorso perfettamente in linea con i tre precedenti.

Non si è fatto vivo invece con i convenuti a Cochabamba. Ma a proposito di queste adunate su scala regionale Santagata scrive:
“Come mi ha riferito [Vittorio] Agnoletto, nell’ultimo incontro in Vaticano si sono levate critiche nei confronti di tale proposta di strutturazione per reti[territoriali] che, a suo giudizio, rischia di dare vita a una serie di ‘scatole vuote’ in concorrenza con l’organizzazione del World Social Forum”.

Agnoletto, eletto nel 2004 per cinque anni al parlamento europeo nelle liste di Rifondazione Comunista. è stato a lungo rappresentante italiano nel consiglio internazionale del World Social Forum nato a Porto Alegre e ha preso parte a vari incontri in Vaticano su queste tematiche.

Tra il World Social Forum e i “movimenti popolari” cari a papa Francesco c’è infatti un crescente attrito. A giudizio di Grabois, il primo “ha tradito la sua essenza per trasformarsi in una sequenza di rituali o di attività turistiche per militanti”.

Mentre i secondi, i movimenti benedetti dal papa, sarebbero oggi i soli capaci di “promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice”. Anche a costo di uscire dai “confini stretti della democrazia ufficiale” e di adottare “pratiche che potrebbero essere criminalizzate dagli Stati”.

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L’intercomunione e la “messa” ecumenica in cammino… con la benedizione di Bergoglio

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L’autrice utilizza per i conciliari i titoli degli ecclesiastici cattolici. Premettiamo che, invece, vanno riferiti alla “Chiesa conciliare” ed alla sua religione, che sono la perversione di quella Cattolica, Apostolica, Romana.

Segnalazione di www.unavox.it

di Francesca de Villasmundo


Pubblicato sul sito Media Press Info

Le immagini sono nostre

Abbiamo aggiunto in calce alcune immagini che mostrano il falso monaco Enzo Bianchi in compagnia degli ultimi tre papi conciliari


 



Partecipanti al seminario

Dal 6 al 9 settembre 2017, presso la comunità ecumenica di Bose, la Taizé italiana, si è tenuto il seminario annuale, quest’anno dedicato al «dono dell’ospitalità» e in particolare all’«ospitalità eucaristica» e all’«accoglienza dello straniero».

I monaci e le monache di Bose, che «appartengono a Chiese cristiane diverse», diretti dal loro fondatore, il super-ecumenista e progressista frate laico Enzo Bianchi, battezzato nella religione cattolica, ma più che cattolico secondo degli Italiani, hanno invitato ortodossi, luterani, anglicani e cattolici a discutere e a riflettere sul tema proposto.

Papa Francesco ha benedetto questa iniziativa interreligiosa con una lettera di lode inviata il 18 agosto agli organizzatori e ai partecipanti. Rivolgendo agli interessati «il mio cordiale saluto», egli ha tenuto a rendere onore al «contributo al comune cammino verso la piena unità» che la comunità di Bose apporta da 25 anni e ha augurato a tutti «che tale chiamata sia ravvivata dall’ascolto umile e sincero e dalle riflessioni di questi giorni, perché crescano sempre più sentimenti fraterni e maturi un’autentica “ospitalità del cuore”, così che, mentre peregriniamo insieme verso il Regno, siamo sospinti a intraprendere passi più coraggiosi e concreti verso la piena comunione.»

Da parte sua, il Vaticano ha inviato i suoi rappresentanti a questo colloquio, tra i quali c’era il cardinale Severino Poletto, arcivescovo emerito di Torino, alcuni vescovi e Don Cristiano Bettega, direttore dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza Episcopale Italiana.

Il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bertolomeo I, ha aperto il seminario. Dopo di lui hanno preso la parola il patriarca greco-ortodosso di Alessandria, Theodoros II, il frate laico Enzo Bianchi e il frate Alois, Priore di Taizé, davanti ad un pubblico di personalità religiose di tutte le confessioni cristiane.

L’ospitalità in oggetto è stata esaminata, non solo dal punto di vista storico, spirituale e naturale, ma anche sotto il prisma dell’ecumenismo: accogliere lo straniero significa riceverlo a tavola. Di conseguenza, significa condividere «la cena del Signore»: così che la comunione diventa il sacramento dell’ospitalità e la Messa un banchetto ecumenico.

I ricercatori, religiosi ed oratori hanno messo l’accento su come superare «lo scandalo della divisione», riflettendo sui «passi coraggiosi e concreti» da compiere per andare verso «la piena comunione» e giungendo alla conclusione che bisogna uscire dallo «stallo di una Eucarestia che continua a dividere»… così si è espresso il delegato dei vescovi italiani, Don Cristiano Bettega, il quale ha sottolineato che «la possibilità di riunirsi intorno alla stessa tavola, di condividere, non solo la parola, ma anche il pane e il vino dell’Eucarestia, rimane l’orizzonte verso il quale bisogna camminare e al tempo stesso la ferita che continua a sanguinare».

Per effettuare i «passi più coraggiosi» auspicati da Papa Francesco, niente di meglio che mettere subito in pratica il rimedio emerso delle loro riflessioni: come annota il sito italiano Anonimi della Croce, si sono svolti delle concelebrazioni comuni tra conciliari, ortodossi e protestanti!

Con la benedizione di Papa Francesco che è tutt’altro che ostile a «una Santa Memoria» che si possa «celebrare» «in comunione» con tutti i cristiani insieme, la Messa ecumenica e l’intercomunione, i veri obiettivi di questo seminario sul «dono dell’ospitalità», sono stati l’oggetto di questo incontro come una sorta di anteprima generale…

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Occorre una “Mani Pulite” 2.0 ?

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di Maurizio Blondet

IL SUICIDIO IMPERFETTO’ – IL PM CHE INDAGAVA SULLA MORTE DI DAVID ROSSI FU ‘PROMOSSO/RIMOSSO’ DAL MINISTERO DI GIUSTIZIA PROPRIO MENTRE LA SUA INCHIESTA ENTRAVA NEL VIVO: ORA IL LIBRO DI DAVIDE VECCHI SVELA LE CARTE PROCESSUALI CON TUTTO QUELLO CHE NON TORNA: PERCHÉ FURONO DISTRUTTI I REPERTI? CHE FINE HA FATTO IL DNA? E L’OROLOGIO LANCIATO MEZZORA DOPO LA SUA CADUTA?

Il 6 marzo 2013, dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa, David Rossi, il capo della comunicazione di Mps e da dieci anni braccio destro di Giuseppe Mussari, viene trovato morto nel vicolo sotto la finestra del suo ufficio. Per i magistrati di Siena titolari del fascicolo, Nicola Marini e l’aggiunto Aldo Natalini, è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta, avviata dal pm Andrea Boni, ha reso evidenti tutte le falle, le carenze, i buchi della prima indagine con atti ritenuti dagli stessi periti nominati dalla procura al limite della sciatteria. Continua a leggere

Non desistere! Non desistere!

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 CI STANNO IMBAVAGLIANDO! 

L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria ci ha ordinato di interrompere la pubblicità della campagna sul Bus della Libertà: dicono che non possiamo pretendere di insegnare ai nostri figli che i bambini sono maschi e le bambine sono femmine. 

Si tratta di una CENSURA IDEOLOGICA per buttarci fuori dal dibattito pubblico su temi così importanti. Ti chiedo per favore di firmare immediatamente questa petizione e diffonderla a quanti più contatti possibile. GRAZIE!

#IoNonDesisto!

FIRMA SUBITO

Gentili lettori,

 STANNO CENSURANDO LA CAMPAGNA DEL BUS DELLA LIBERTÀ 

Ti chiedo: hai mai l’impressione che la società stia discriminando le tue opinioni, solo perché non sembrano quelle della maggioranza imposte dalla televisione o dal “politicamente corretto“?

Mi spiace dirti che non è solo una sensazioneSta accadendo realmente. Ci stanno veramente buttando fuori dal dibattito pubblico su temi tanto sensibili quanto fondamentali per le future generazioni. E io e te dobbiamo fare qualcosa per impedirlo.

È inutile che ci giriamo intorno: è uno vergognoso caso di censura ideologica ai danni della mia e della tua libertà di opinione e soprattutto di espressione.

http://www.citizengo.org/it/md/102304-no-alla-censura-ideologica-dello-iap-non-desistiamo

Devi scusarmi.

Ho interrotto bruscamente le comunicazioni sulla campagna delBus della Libertà.

Ma c’è un grave motivo.

In molti mi hanno scritto per chiedermi come fosse andata lachiusura a Roma, e in generale un bilancio dell’iniziativa. Stavo per scrivere a tutti. Quando è calata la mannaia…

A inizio ottobre abbiamo ricevuto un ingiunzione di desistenza da parte dello IAP, l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria, l’ente che giudica la correttezza delle comunicazioni trasmesse tramite la stragrande maggioranza delle emittenti pubblicitarie in Italia (televisione, radio, web, strada…).

Per favore, apri il Link qui sotto e leggi che diamine ci stanno chiedendo di fare!

http://www.citizengo.org/it/md/102304-no-alla-censura-ideologica-dello-iap-non-desistiamo

Hai letto??

Ha veramente dell’in-cre-di-bi-le…

Ma che cosa dobbiamo fare per restare liberi di avere ed esprimere le nostre opinioniLo sciopero della fame…?

Spero che tu abbia anche già firmato la petizione su questa brutta, brutta, brutta storia.

Non c’è bisogno che te lo dica. In ballo c’è il nostro diritto di restare cittadini uguali agli altri.

Non possono veramente credere che nasconderemo le nostre idee sotto al tappeto e ce ne staremo zitti con le mani in mano. Questo mondo ha bisongo di verità, e di abbia il coraggio di proclamarla.

Questo mondo ha bisogno di persone semplici che in modo pacifico, ma ostinato, dicano al potente di turno una semplice parolina.

E questa parolina è… NO.

Desistere? Dal dire la verità ai nostri figli e ai nostri nipoti? NO.

Grazie infinite del tuo solito, straordinario sostegno.

Solo insieme possiamo fare la differenza. E rendere il mondo un posto più libero.

Un caro saluto

Filippo Savarese

e tutta la squadra di CitizenGO

http://www.citizengo.org/it/md/102304-no-alla-censura-ideologica-dello-iap-non-desistiamo

Apri il link qui sopra per firmare la petizione! Poi diffondila a tutti i tuoi contatti tramite Facebook, Twitter e soprattutto nelle tue chat di WhatsApp. Grazie!

I POLACCHI HANNO RECITATO UN ROSARIO LUNGO TUTTO IL LORO CONFINE

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Segnalazione BastaBugie

Beati loro che hanno ancora dei confini… e noi italiani?
da Il Timone

Che scandalo se un milione di persone si trovano a pregare il rosario ai confini di una nazione, che ha pagato molte volte col sangue la sua fedeltà a una religione e una cultura! Succede sabato in Polonia, dove un’associazione di laici – i laici sono sempre più protagonisti – ha indetto un “Rosario di riparazione” in occasione della festa della Madonna del Rosario. L’iniziativa è della fondazione di fedeli laici “Solo Dio basta”, ma ha, fortunatamente, l’appoggio pieno della Conferenza Episcopale della Polonia che, in un suo comunicato, chiede di partecipare all’evento.
L’iniziativa, “Rozaniec do granic”, che significa “Rosario al confine” è promossa dal sito www.rozaniecdogranic.pl. In tutta la Polonia saranno coinvolte oltre trecento chiese; ai confini, ma anche in aeroporti e stazioni. L’appuntamento è per le 10 del mattino, il rosario comincerà alle 14, dopo la messa e l’adorazione. Nel comunicato degli organizzatori, fatto proprio dalla Kep (la Conferenza episcopale della Polonia), si legge: “Crediamo che se il Rosario venisse recitato da un milione di polacchi lungo il confine del Paese potrebbe cambiare non solo il corso degli eventi, ma anche aprire il cuore dei cittadini alla grazia di Dio. Cent’anni fa Maria ha affidato ai tre bambini portoghesi un messaggio di salvezza: pentitevi ed offrite riparazioni per i peccati contro il mio cuore e recitate il Rosario”. Continua a leggere

I nuovi padroni del mondo, i signori della rete e delle nuove tecnologie

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di Roberto Pecchioli

I nuovi padroni del mondo, i signori della rete e delle nuove tecnologie

Fonte: Maurizio Blondet

GAFA, OTT, NATU, FINTECH. Il mondo nuovo abbonda di sigle. Acronimi vecchi e nuovi dietro i quali, nel linguaggio di John R.R. Tolkien, prosperano gli oscuri signori di Mordor. Invero, del tutto oscuri non lo sono, ma nella società delle mille luci, dello spettacolo che, come gli affari, deve continuare e non fermarsi mai, riescono ancora a restare sullo sfondo del grande pubblico. Innanzitutto, sveliamo gli acronimi, i quali non sono sigle neutre e sbrigative per addetti ai lavori, ma fanno parte integrante dell’apparato scenografico e psicologico del potere. Esso nasconde la verità e la sua stessa identità, cela, avviluppa, si circonda di aloni esoterici e iniziatici anche, e forse soprattutto nella società dello spettacolo, della finta trasparenza e delle notizie sparate h. 24.
GAFA è l’acronimo che unisce le iniziali dei quattro super giganti della tecnologia informatica, Google, Apple, Facebook, Amazon. Ad essi possono essere aggiunti Microsoft e IBM. OTT non è che l’iniziale di Over the Top, oltre la cima, ma anche esagerato, sopra il massimo, l’appellativo comune attribuito alle colossali corporations finanziarie e tecnologiche che, in stretta alleanza, dominano il mondo. NATU sono i fratelli minori, ma quasi altrettanto potenti dei GAFA. Continua a leggere

Lo ius soli e la sinistra, alla fiera del politicamente corretto

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di Eugenio Capozzi

Lo ius soli e la sinistra, alla fiera del politicamente corretto

Fonte: L’Occidentale

Il dibattito sulla proposta di legge sulla cittadinanza che vorrebbe istitutire in Italia lo ius soli ha assunto ormai toni surreali. Nonostante l’evidente contrarietà di gran parte dell’opinione pubblica, e nonostante l’estrema difficoltà nel trovare una maggioranza che approvi il provvedimento al Senato, si moltiplicano da parte del Pde dell’area di sinistra – oltre che, come sappiamo, della Chiesa italiana –  pressioni di ogni genere per una sua approvazione, che giungono talvolta ai limiti del grottesco.

Le ultime in ordine di tempo: 1) lo sciopero della fame “a staffetta” (un giorno a testa, insomma una dieta) da parte non soltanto di parlamentari di maggioranza, ma persino di ministri, in sciopero contro il loro stesso governo e il Presidente del Consiglio (il quale ha dichiarato che la legge è da considerare un capitolo chiuso per questa legislatura); 2) le manovre sottobanco del gruppo Pd al Senato per convincere i senatori di Area Popolare ad uscire dall’aula al momento del voto; 3) l’ennesimo “appello degli intellettuali d’area”, questa volta professori universitari, in cui si sostiene che “non approvare questa legge significherebbe alimentare il razzismo che attraversa la nostra società” e che “nelle aule universitarie nessuno deve sentirsi straniero/a, tutte e tutti devono poter studiare con la stessa speranza di futuro”.

Ora, tutto questo attivismo non ha nulla a che vedere con il merito della questione, sulla quale infatti non si spende una argomentazione ragionevole che sia una per convincere chi è contrario, ma si spande soltanto retorica lacrimosa a buon mercato, condita da espressioni roboanti come “scelta di civiltà” e simili.

Con tutta evidenza, l’insistenza di piddini e satelliti sul tema della cittadinanza “automatica” agli immigrati risponde esclusivamente a calcoli tattici di breve periodo, che guardano alle prossime elezioni politiche. Da un lato, si vuole creare un terreno favorevole ad un’alleanza elettorale tra il Pd e la sinistra di Mdp e di Pisapia, più facilmente raggiungibile su temi di principio riguardanti i “diritti” che su materie economiche, sulle quali le divisioni appaiono sostanzialmente insanabili. Dall’altro, di guadagnare stabilmente in futuro i consensi di quegli immigrati che, una volta ottenuta la cittadinanza con il meccanismo dello ius culturae, dovrebbero, nelle aspettative piddine, identificare una maggioranza di centrosinistra come naturale protettrice dei loro interessi.

Il tutto nel contesto di una tendenza ormai consolidata del Pd a cercare voti – come efficacemente sintetizza Luca Ricolfi nel suo editoriale di oggi sul “Messaggero” – rincorrendo temi “leggeri”, “sovrastrutturali”, dal momento che “l’identità della sinistra è così fragile sulle cose che contano, da costringerla a continue trasfusioni di sangue identitario dal vasto universo dei temi che infiammano solo le élite e i ceti medi”.

Questi calcoli di bassa cucina di Pd e sinistre-centro varie, peraltro, rischiano di essere miopi e di rivelarsi presto un boomerang. Infatti una unione più stretta con la sinistra di Mdp e soci sbilancerebbe il Pd su posizioni troppo radicali agli occhi di molti elettori moderati (come è già avvenuto su altri temi “sovrastrutturali”); e l’ambizione di diventare il punto di riferimento politico organico di una lobby degli immigrati potrebbe essere molto ottimistica, dal momento che il pianeta dei cittadini e residenti di origine straniera nel paese è in realtà molto più complesso e variegato di quanto potrebbe apparire ad uno sguardo semplicistico, e il mito della cittadinaza italiana appare assai meno popolare tra molte comunità di immigrati che nei salotti borghesi radical chic.

Rispetto a questa cortina fumogena senza sostanza lanciata continuamente sul tema è quindi indispensabile mantenere la discussione su un piano razionale, riportandola ai suoi veri temi di fondo: cosa deve significare la cittadinanza nazionale in un paese occidentale nell’epoca della globalizzazione? Cosa significa “essere italiani”? Cosa cambia, con l’adozione di una diversa legislazione sulla cittadinanza, per la coesione e la sicurezza nazionale? Basta uno sguardo minimamente attento su questi elementi, e ci si accorge che Pd e sinistre – ma anche ahimé molta parte del mondo cattolico italiano – hanno in proposito idee incoerenti e confuse, e non si curano di confrontare la loro retorica con la realtà effettuale.

Come è noto e incontestabile, infatti, innanzitutto per quanto riguarda i minori figli di stranieri residenti in Italia con la legge attuale non esiste nessun problema di disuguaglianza civile, nessuna condizione di “stranieri in patria” o simili: quei bambini e ragazzi hanno esattamente gli stessi diritti dei loro coetanei italiani (salvo quello di presentarsi a concorsi pubblici, caso piuttosto raro per un minorenne), e dopo i 18 anni la concessione della cittadinanza ai richiedenti è praticamente automatica. Figuriamoci quindi di quali discriminazioni essi possano soffrire all’università, come invece lamenta il tragicomico appello dei professori universitari filo-ius soli.

In compenso, è altrettanto incontestabile il fatto che la concessione automatica della cittadinanza a chi nasce in Italia otterrebbe il bell’effetto di alimentare una corsa all'”importazione” clandestina di immigrate incinte, per innescare una reazione a catena di ricongiungimenti familiari, e che dunque si aggraverebbe così il problema dei trafficanti di carne umana attraverso il Mediterraneo, che a fatica il ministro Minniti è riuscito da poco (per quanto tempo?) ad arginare, con le immaginabili ricadute sociali e di sicurezza. Conseguenze che certo non preoccupano gli irresponsabili sostenitori della filosofia no borders, per cui i confini dovrebbero essere tout court aboliti in favore del diritto di asilo (o meglio di invasione) universale (vedi le dichiarazioni incredibili rese in merito dal Presidente del Senato Grasso); ma che dovrebbero preoccupare invece molto i realisti a cui sta a cuore la stabilità democratica e la sicurezza, come appunto Minniti e altri del suo schieramento.

E se si guarda ai residenti regolari adulti appare evidente, guardando all’esempio di altre nazioni gravate da un numero di immigrati maggiore del nostro, come l’ottenimento più facile della cittadinanza (che la legge in discussione in Italia prevede di realizzare attraverso l’escamotage dello ius culturae) non sortisca affatto di per sé magicamente l’effetto di accrescere l’adesione degli immigrati all’identità nazionale del paese ospitante, ma crei invece in molti casi enormi isole di “cittadini” solo di nome, di fatto estranei, chiuse in sé stesse. Enclavesche talvolta, come nel caso  di molte comunità islamiche, manifestano un rifiuto radicale della società occidentale, e producono terroristi, non meno tali per il fatto di possedere la cittadinanza, e anzi per questo ancor meno identificabili e più pericolosi.

L’assoluto disinteresse della sinistra politica e culturale italiana per questi aspetti non deriva, naturalmente, soltanto da calcoli bassamente elettoralistici, ma anche da elementi culturali di fondo: la sempre più totale incomprensione del problema della sicurezza e dell’ordine pubblico, rigettato in sé come “di destra” e quindi riprovevole; e, ancora più alla radice, il relativismo culturale nichilista che impedisce di porre in relazione (come dovrebbe essere ovvio) la cittadinanza all’identità culturale di una nazione. Queste cause accrescono l’incapacità della classe dirigente del Pd e dei suoi satelliti di comprendere appieno la gravità del problema, e i rischi ai quali il paese andrebbe incontro se sulla cittadinanza si adottasse la nuova disciplina da essa caldeggiata.

In quell’area politica, la cittadinanza è considerata soltanto come una convenzione, un modo per acquisire una serie di opportunità, e non come l’adesione libera e volontaria di un individuo ad una nuova appartenenza comunitaria, come dovrebbe invece sempre essere. Perché in quella area politica il concetto di nazione viene considerato privo di senso, ripudiato in favore di superficiali ideali irenistici cosmopoliti, di un mondialismo all’acqua di rose, di un multiculturalismo dogmatico condiviso con il progressismo oggi prevalente in Occidente.

Queste barriere ideologiche impediscono alla sinistra filo-immigrazionista “a prescindere” di rendersi conto del fatto che invece per la gran parte degli immigrati in Europa – provenienti da appartenenze etniche e religiose molto fortemente radicate – la questione dell’identità comunitaria è centrale. Farli diventare effettivamente “italiani” (o di altre nazionalità) è un compito ben più complesso e ambizioso che appiccicare loro un’etichetta formale. Significa riuscire a far loro amare e scegliere la comunita nazionale nella quale sono stati accolti, identificandosi con i suoi princìpi, i suoi costumi, le sue radici di civiltà. Ma per riuscire in questo obiettivo è necessario identificarsi per primi in quei princìpi, quei costumi, quella civiltà. Cioè abbandonare il mortale relativismo della sinistra politically correct

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