PPE rivendica il “green deal”

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di Massimo Balsamo

 

Noi siamo il partito della rivoluzione verde, l’annuncio di Manfred Weber. Si allontana l’accordo con i conservatori

Il ritorno di Frans Timmermans alla politica olandese e il fallimento dell’accordo registrato negli scorsi mesi ha fatto tirare un bel sospiro di sollievo sul dossier Green Deal. La furia iper-progressista fatta di tanta ideologia e poco buonsenso è stata archiviata e speriamo per sempre, ma le ultime dichiarazioni di Manfred Weber, presidente di quel Ppe che ha mandato all’aria l’intesa sull’integralismo verde, preoccupano. Non è che ci verrà rifilato un Timmermans 2.0?

“Vorrei sottolineare che, come europei, siamo orgogliosi di ciò che facciamo nel Green Deal. Inoltre, per me, come leader politico del Ppe, siamo il partito del Green Deal. Portiamo avanti il Green Deal sotto la guida di Ursula von der Leyen“, le parole di Weber in un punto stampa al Parlamento europeo con la presidente della Commissione europea che ha riconfermato la sua candidatura: “Ad esempio, sul Climate Act, la decisione più importante in questo senso, il Ppe ha votato a favore; i Verdi hanno votato contro. Quindi abbiamo una titolarità su questo. Tracciamo la linea e la direzione in cui dobbiamo andare, ed è per questo che voglio mantenere, anche in campagna elettorale, la consapevolezza che il Green Deal è un accordo del Parlamento europeo, e lo facciamo nell’interesse delle generazioni future”.

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La campagna elettorale in vista del voto di giugno è già iniziata e quindi le parole di Weber potrebbero rappresentare una semplice linea di dialogo, probabilmente lontana dai diktat dei talebani del green. O ancora potrebbero essere un segnale ai socialdemocratici, come a voler tenere aperta una porta di dialogo dopo mesi di tensioni, attacchi e scontri di ogni tipo. Emblematiche, in questo senso, anche le parole di Weber contro Viktor Orban (dato in ingresso nel gruppo di Giorgia Meloni), sintomo che la strada verso l’accordo con i conservatori è lastricata di buone intenzioni ma anche di enormi ostacoli. Ciò che conta è evitare compromessi al ribasso in nome di obiettivi costosissimo e irrealizzabili. Emblematico quanto accaduto nelle ultime settimane tra la direttiva case green e il dossier pesticidi.

La Commissione europea guidata dalla von der Leyen ha rimarcato la disponibilità nel rivedere i programmi in materia di green, ma anche in questo caso potrebbe trattarsi di una mossa elettorale: perché altrimenti sconfessare così rapidamente anni di fatica e di lavoro? Forse per tentare un riavvicinamento ai popolari? Tante teorie e tutte non dimostrabili. Il punto è evitare qualsivoglia tentativo di penalizzare imprese e agricoltura in nome di un’ossessione verde sterile quanto infruttuose, emblema di un’Europa distante anni luce dalla realtà e dai bisogni concreti di interi settori produttivi. Il Ppe tenga la barra dritta: no alle eco-follie e sì al buonsenso, abbiamo già avuto prova dei potenziali disastri di Timmermans & Co.

Articolo completo: https://www.nicolaporro.it/il-ppe-rivendica-il-green-deal-ursula-prepara-un-nuovo-timmermans/?utm_source=app&utm_medium=link&utm_campaign=telegram

Servizi segreti russi in Italia: i casi oscuri degli ultimi 10 anni

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di Davide Bartoccini

 

L’Italia al pari degli altri stati europei è stata oggetto di operazioni dello spionaggio russo. Negli ultimi dieci anni sono stati riscontrati ben 8 casi di spionaggio ai danni della Nato collegabili al nostro paese come base o luoghi di scambio. E potrebbe non essere tutto.

Sembra un caso, ma proprio il 21 febbraio di trenta anni fa un uomo dall’aspetto apparentemente comune, che rispondeva al nome Aldrich Ames, alto dirigente della Cia distaccato a Roma, veniva arrestato da agenti dell’Fbi mentre scendeva da una Jaguar. Era stato reclutato dallo spionaggio russo come doppiogiochista, e aggirandosi tra i locali e i ristoranti che appartennero alla Dolce Vita di Fellini, agì pressoché indisturbato nella cessione di informazioni classificate, usando il nostro Paese come “zona franca” per bruciare la copertura di agente del blocco occidentale e accumulare il denaro necessario a “vivere” la vita che desiderava.

Quella che oggi ci sembra una lontana storia “da Guerra fredda“, proprio in questi giorni in cui gli italiani stanno dimostrando il loro cordoglio per la morte di Alexei Navalny e diffuso discredito nei confronti del capo del governo russo Vladimir Putin; mentre il capo del Cremlino esprimeva parole affettuose nei confronti del nostro Paese dicendo a una studentessa dell’università di Mosca quanto l’Italia sia sempre “stata vicina alla Russia“e come si fosse “sempre sentito a casa“; dovrebbe invece ricordarci come nell’ultima decade il nostro paese sia stato – al pari di molti altri stati europei – soggetto a operazioni di spionaggio da parte degli agenti russi, che hanno reclutato personale militare ed elementi civili, avvicinato politici, e secondo alcune visioni addirittura tentando di “interferire” nel processo democratico delle elezioni.

I servizi segreti russi e l’Italia

Le agenzie d’intelligence russe che operano in Italia e all’estero, sono principalmente l’Svr, servizio di intelligence esterna analogo alla Cia e al nostro Aise, il Gru, servizio d’intelligence militare, e particolari distaccamenti dell’Fsb, servizio federale di sicurezza che si occupa delle questioni interne alla Russia e che viene spesso definito l’erede diretto del Kgb sovietico, da sempre esperto nel reclutamento di spie e doppiogiochisti, come nella conduzione di operazioni che miravano a “influenzare e destabilizzare” la politica e psicologica dei paesi “avversari” di Mosca.

Come spiegava tempo fa su Formiche.it l’analista Luigi Sergio Germani, “uomini e le donne dell’intelligence russa presenti in Italia“, o che si “occupano di Italia” e degli italiani dalle loro basi operative in Russia, sono in parta “preposti ad operazioni Sigint”, intercettazione di comunicazioni, e alle operazioni di cyber-spionaggio; ma la “maggioranza svolge attività Humint” ossia di human intelligence: “il reclutamento e la gestione di collaboratori occulti inseriti in strutture istituzionali sensibili e settori strategici del sistema-Italia“.

Le spie russe e la “calamita di via Gaeta”

Andando a ritroso nella storia, in parte documentata nel libro di Antonio Talia “La stagione delle spie. Indagine sugli agenti russi in Italia”, da quella che viene definita da alcuni la “calamita di via Gaeta” con riferimento all’ambasciata russa in Italia – situata nella suddetta via che alcuni vorrebbero intitolare a Navalny a beneficio dello zeitgeist di giornata e in dispetto d’ogni riguardo dell’antica arte della diplomazia – sono stati attirati diversi elementi.

L’ultimo caso noto alle cronache è quello del capitano di fregata Walter Biot, arrestato nel 2021 per aver venduto dei documenti classificati della Nato all’agente del Gru identificato come Dmitrij Ostroukhov. Nel 2020 il tenente colonnello francese M. L. , di stanza alla base Nato di Napoli, venne arrestato a Parigi per essere stato reclutato da un agente russo del Gru in Italia. Sempre a Napoli, rilevante snodo portuale italiani e punto di riferimento per le portaerei degli Stati Uniti di passaggio nel Mediterraneo, nel 2019 venne arrestato proprio su richiesta degli americani Alexander Korshunov, agente di Fsb e Svr. L’accusa era quella di “traffico di tecnologie militari”. L’Italia decise di espellerlo dal paese rimandandolo in Russia. Una sorte simile a quella che sarebbe spettata a Olga Kolobova, alias Maria Adela Kuhfeldt Rivera, spia del Gru che si era “infiltrata per 3 anni tra gli ufficiali Nato di Napoli” poi fuggita per tempo a Mosca.

Nel 2016, a Roma, era stato invece posto in stato di fermo l’agente dell’Svr Sergey Nicolaevich Pozdnyakov per aver ricevuto “documenti della Nato” da parte del funzionario portoghese Carvalho Gil. L’agente russo venne rilasciato e non estradato a Lisbona, ricorda l’analista Matteo Pugliese in una sua disamina dei casi di spionaggio legati al nostro paese. Senza dimenticare i tentativi di avvicinamento da parte dei russi al nostro apparato politico, concentratisi o rivelatisi nel contatto di personalità separate dallo spionaggio come Aleksandr Dugin e il diplomatico russo Oleg Kostyukov, ma associati ad entità dei servizi segreti russi come Andrei Kharchenko, ufficiale del V° Servizio dell’Fsb, e Igor Kostyukov, capo del Gru.

Un ultimo caso, sul quale ancora è stata fatta poca luce, è quella della fuga dell’oligarca russo Artëm Uss, figlio di un ex governatore russo vicino a Vladimir Putin, arrestato sempre su mandato delle autorità statunitensi con l’accusa di spionaggio militare e industriale e “contrabbando di petrolio dal Venezuela e riciclaggio”, poi evaso dagli arresti domiciliari a Milano mentre attendeva l’estradizione negli Stati Uniti. L’operazione venne coordinata dall’intelligence russa nel dicembre nel 2023.

Articolo completo: https://www.ilgiornale.it/news/difesa/servizi-segreti-russi-e-italia-i-casi-oscuri-degli-ultimi-10-2286541.html

Germania anno zero?

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di Giuseppe Masala per l’AntiDiplomatico 

In più di una circostanza ho esposto la tesi che le responsabilità di fondo dell’attuale, pericolosissima, crisi geopolitica sia dovuta alla folle politica tedesca e dei paesi del nord Europa legati a filo doppio a Berlino come l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, l’Austria, tanto per non fare nomi.

Il movimento della Storia a cui abbiamo assistito in Europa con la riunificazione della Germania è stato niente di più che il terzo assalto al cielo del potere mondiale tentato dalle élites tedesche. Se i primi due tentativi si sono svolti con strumenti sostanzialmente militari sia dalla Germania guglielmina che da quella nazista, il terzo, sotto le furbe mani di Angela Merkel si è svolto utilizzando le armi del libero mercato e soprattutto i paradigmi neoliberali che dalla caduta del Muro di Berlino sono diventati dogma in tutto il mondo. 

La costituzione dell’Unione Europea con il Trattato di Maastricht è servita innanzitutto ad assoggettare paesi come l’Italia che avevano un sistema produttivo in grado di fare concorrenza a quello teutonico: ciò è stato possibile sia grazie all’utilizzo dei parametri del Trattato di Maastricht come delle clave in grado di inibire i fondamentali investimenti pubblici dello stato italiano, sia grazie  anche all’introduzione dell’euro che ha azzerato quella formidabile valvola di sfogo delle svalutazioni competitive che era in grado di ridare slancio alla produzione italiane nei momenti di crisi.

Successivamente, l’entrata dei paesi dell’Est Europa nella Unione Europea è servita alla Germania da un lato a delocalizzare le produzioni più mature così da mantenerle competitive grazie al costo del lavoro più basso dei paesi dell’Est e dall’altro lato a garantire un flusso in entrata di manodopera a basso costo per l’abnorme apparato produttivo di Berlino.

Il terzo pilastro fondamentale della politica tedesca è stata certamente l’ostpolitik nei confronti della nuova Russia non più comunista. Certamente ci sono stati investimenti colossali di Berlino in Russia, ma è altrettanto vero che Mosca ha semplicemente regalato materie prime fondamentali alla Germania e all’Europa; questo naturalmente a partire dal gas e dal petrolio. Tutto ciò ha dato un volano di competitività alla Germania rendendola di nuovo paese egemone in Europa, e per giunta senza sparare un solo colpo! La Merkel sembrava aver trovato l’uovo di Colombo.

Il resto della storia non è che un saggio di scaltrezza della Merkel, dote peraltro che la matrona tedesca in più di una circostanza ha dimostrato di praticare con capacità funamboliche. Sfruttando le regole dell’apertura dei mercati mondiali introdotta con l’istituzione del World Trade Organisation (WTO) la Germania è riuscita a spiazzare completamente la competitività del sistema produttivo americano lasciando in questo paese distese di capannoni industriali dismessi e milioni di cittadini disoccupati o sottoccupati.

Nel frattempo i capitalisti tedeschi grazie a questi stratagemmi accumulavano ricchezze sconfinate ben rappresentate dall’andamento del NIIP (Net International Investment Position) tedesco.

Va detto che il sulfureo Wolfgang Schäuble in più di una circostanza manifestò l’interesse di Berlino ad ottenere la bomba atomica, o quantomeno un ombrello atomico di protezione indipendente da quello statunitense; segno evidente questo che le élites tedesche sapevano benissimo i rischi enormi della politica economica di Berlino. Le guerre – inutile girarci attorno – iniziano soprattutto per questo motivo: nessun paese è disposto a far demolire il proprio sistema produttivo senza reagire. Questo vale, a maggior ragione quando il paese “spiazzato” è la massima potenza militare del pianeta come, appunto, gli Stati Uniti.

Il primo a protestare e a chiedere agli europei (rectius, i tedeschi) un riequilibrio della bilancia commerciale è stato Barack Obama che propose il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), con il fine di aumentare l’export americano in EU. Anche Trump protestò molto contro l’opportunismo tedesco che importava energia a basso costo dalla Russia, facendo una concorrenza forsennata alle aziende di oltreoceano, per non parlare poi del fatto che Berlino si faceva pagare le spese militari dagli americani guadagnando così margini di bilancio per “aiutare” le sue aziende esportatrici.

A ribaltare le sorti della situazione in favore degli americani è stato il Dipartimento di Stato di Washington che imbastendo il colpo di stato di Majdan è riuscito a rovinare i rapporti tra Europa e Russia elevando una nuova Cortina di Ferro tra est e ovest dell’Europa.

Il resto è cronaca dei nostri giorni. Il conflitto in Ucraina e le conseguenti sanzioni occidentali alla Russia hanno demolito buona parte della competitività europea e tedesca. Il colpo di grazia, a tale proposito, è arrivato con l’incredibile sabotaggio del gasdotto Northstream che portava il gas dalla Russia in Germania bypassando paesi ostili come la Polonia grazie alla sua condotta sottomarina posata sui fondali del Baltico.

La competitività di Berlino è così profondamente minata che anche il ministro dell’economia tedesco, Robert Habeck ha definito la situazione drammatica portando le previsioni di crescita per il 2024 al + 0,2% dal + 1,3% precedentemente stimato.

Per quanto riguarda la fuga delle aziende dal paese sta diventando emblematica la situazione del settore automotive, un tempo fiore all’occhiello del Made in Germany: ora anche la Porsche annuncia di voler lasciare la Germania per gli USA, grazie ai sussidi e al sostegno alle imprese varato dal governo di Washington. Porsche non vuole più costruire uno stabilimento per la produzione di batterie elettriche “Cellforce Gigafactory” nel Baden-Württemberg, come aveva già annunciato, ma vuole aprirlo negli Stati Uniti, dove fino ad ora la Casa di Stoccarda non ha ancora nemmeno uno stabilimento produttivo. Secondo gli esperti il fattore principale che ha influenzato la decisione sono stati i sussidi governativi: in America le autorità sono pronte a dare 2 miliardi di dollari mentre in Germania la casa automobilistica può ottenere al massimo 800 milioni di euro. Per fare un altro esempio, anche la BMW sta costruendo uno stabilimento in Carolina del Sud, così come la Audi sta progettando di aprire stabilimenti negli Stati Uniti  e il suo CEO ormai lo dice apertamente che gli USA sono molto più competitivi della Germania.  Una situazione questa che solo due anni fa era inimmaginabile anche per uno scrittore di romanzi distopici.

Come sempre si verifica quando l’economia  reale entra in fibrillazione anche le banche teutoniche iniziano a soffrire. Per ora ad aver lanciato un allarme è stata la Deutsche Pfandbriefbank AG che ha aumentato gli accantonamenti a causa della crisi del settore immobiliare commerciale americano dove ha fortemente investito. Ma è chiaro che se l’economia tedesca non fosse così fiacca, le eventuali perdite sarebbero state abilmente nascoste.

Infine molto interessante anche un articolo del Financial Times che prefigura possibili tagli al Welfare Tedesco per finanziare il riarmo di Berlino. Per ora, spiega il giornale inglese che dei 72 miliardi di euro destinati alle spese militari, 52 miliardi di euro proverranno dal bilancio ordinario mentre i rimanenti 19,8 miliardi di euro da un fondo di investimento che però si prosciugherà entro il 2027 costringendo la Cancelleria a porre mano alle forbici per tagliare il Welfare e finanziare le ora inderogabili spese militari.

Insomma stiamo assistendo – anche nella migliore delle ipotesi, ovvero quella che l’Europa non sia coinvolta direttamente in un conflitto bellico – ad un vero e proprio cambio di paradigma della politica di Berlino, che non potrà più essere fondata sull’abile opportunismo utilizzato negli ultimi 20 anni che alla lunga ha portato alla rovina economica e politica.

Un cambio di paradigma però tutto da scrivere e che vede la Germania (e con lei l’Europa) ripartire per la terza volta in un secolo da zero.

 

Articolo completo: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-germania_perch_siamo_allanno_zero/29296_53151/

 

DSA: IL DIRITTO DI PAROLA “CONCESSO” DALLA UE

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di Andrea Caldart

La conquista della libertà di parola e di pensiero critico sono la base fondante per uno Stato democratico, ma oggi questa conquista è in grave pericolo.

️ Il 17 febbraio scorso è entrato definitamente in funzione il DSA Digital Service ACT, il quale dietro la giustificazione della guerra ai Big Digital made USA, nasconde la sua vera essenza, ovvero il controllo sul dissenso pubblico e libero, soprattutto nell’online.

️ La UE con il DSA ha l’obiettivo di silenziare quel “complottismo” che scorre nelle venature di chi non si allinea alla forma mentis transumanista voluta da quei filantropi di Davos, imponendo invece un diritto di parola “concesso”.

️ Una disinfestazione del diritto di libero pensiero per diventare i padroni della parola contro quei giornalisti e giornali che con spirito critico, diventano antisistema con l’obiettivo di cancellarli.

️Frantumare il concetto di libero arbitrio per ridurre al silenzio o meglio nel silenzio imposto con la forza di legge, chi ad esempio non si adegua alle previsioni meteo degli ecogretini o peggio ancora, chi si batte per i propri diritti, vedi ad esempio i Queer, che lottano forse, contro chi li vorrebbe “purificare”.

️Dobbiamo difendere la libertà di parola perché debba essere assoluta, consentendo a ogni individuo di esprimere qualsiasi opinione senza restrizioni, perché la UE con il DSA, ritiene invece che ci debbano essere limiti a questa libertà, specialmente quando il legittimo dubbio, ad esempio, sulle proprietà “salvifiche” del “vaccini”, possa danneggiare la reputazione di Big Pharma.

Prepariamoci ad azioni che possono assumere varie forme, tra cui leggi restrittive sulla libertà di stampa, censura online, intimidazioni contro giornalisti e oppositori politici, nonché limitazioni ai diritti di associazione e di riunione.

Articolo integrale ⤵️

https://www.quotidianoweb.it/politica/dsa-il-diritto-di-parola-concesso-dalla-ue/

Antifascismo

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di Alfio Krancic

Lei è anticomunista? No perchè lei non sa che il Parlamento Europeo nel 2019 ha parificato il comunismo al nazismo…” Con queste parole il ministro meloniano Sangiuliano ha risposto ad un giornalista che gli poneva la solita liturgica domanda:” Lei è antifascista?“. Premetto: il dibattito sull’ antifascismo che sta agitando la sinistra non mi appassiona più di tanto. Pare più una mossa disperata della sinistra tesa a ricompattare e dare una scossa ai propri elettori, traumatizzati dal linguaggio ermetico-cabalistico della Schlein, e a dimostrare di essere ancora viva, agitando lo stanco spettro dei fascisti dietro l’angolo. Una mossa che cerca di nascondere, dietro una cortina fumogena, l’incapacità dell’opposizione piddina di dare risposte alla nuova e drammatica realtà, fatta di guerre,genocidi, stravolgimenti geopolitici etc. e che ha colto la sinistra totalmente impreparata. Da qui l’evocazione spiritica, del fascismo e lo sbandieramento conseguente dell’antifascismo. Se poi a qualcuno venisse in mente di ricordare che il comunismo è stato anche responsabile di purghe, eccidi, massacri di massa e di milioni di morti, ecco che gli illibati dem alzerebbero indignati il ditino e sosterrebbero, la trita e ritrita favoletta che il comunismo italico, grazie alla Resistenza, riportò in Italia la democrazia dotandola di una Costituzione antifascista e democratica che tutti ci invidiano. La risposta a questa pietosa asserzione dem che tenta di nascondere la dura realtà sarebbe semplice: l’Italia dal 1945 è occupata militarmente ed è un paese a sovranità controllata, era ovvio che il PCI calmasse i suoi bollenti spiriti rivoluzionari – Togliatti non era un deficiente e sapeva benissimo di vivere nel blocco occidentale nato da Yalta – e che la Costituzione, sintesi mirabile di ingeneria politica della Costituente liberal-comunista-democristiana, ricevesse il placet delle forze alleate di occupazione. Poiché no placet no Constitution. Ma l’osservazione che taglia la testa al toro è: qualcuno della sinistra può oggi sostenere che il PCI dal 1945 al 1956 (data della Rivolta d’Ungheria) non fosse totalmente staliniano? Risulta forse che dopo il 1945 il PCI abbia rotto i rapporti con Mosca e il Comintern come fece Tito nel 1948? No. Il PCI era intimamente filo-sovietico, staliniano e quindi anti-democratico. Tant’è che fino al 1949 era dotato di organizzazioni militari clandestine e non. Una di queste agiva alla luce del sole (dell’Avvenire): la Volante Rossa, responsabile di decine di omicidi e attentati. I capi di tale organizzazione una volta indagati (1949) furono fatti fuggire, grazie alla rete segreta del PCI nell’Europa dell’Est.
Altro che antifascismo democratico! Quello al massimo era roba da ascrivere alle formazioni di Giustizia e Libertà, alle formazioni “bianche” democristiane o liberali, ma si tratta in termini percentuali di gruppi e schieramenti marginali,forse il 10/15% dei resistenti. Il resto era antifascismo sovietico che con la democrazia non aveva niente a che vedere.

Una drammatica testimonianza dall’inferno di Gaza

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Nella Striscia di Gaza, malgrado le difficili condizioni di vita causate dal completo isolamento a partire dal 2007, la piccola comunità cristiana ha sempre cercato di conservare una vita dignitosa. In questo senso, le scuole hanno avuto un ruolo importante: l’articolo che segnaliamo è la testimonianza della professoressa di francese nella scuola delle Suore del Rosario, precipitata con tutta la famiglia nell’incubo dei bombardamenti, che hanno già causato 23.000 morti e 60mila feriti che non possono essere assistiti a causa della distruzione degli ospedali. E ora la fame e le malattie stanno accelerando la decimazione della popolazione civile.
 
«A Gaza cerchiamo ogni giorno un modo per sopravvivere»
 
Amal Abuhajar è una insegnante palestinese di francese nella scuola cattolica delle suore del Rosario di Gaza. Dopo due evacuazioni, ora è rifugiata in una scuola dell’Unrwa a Rafah con suo marito e i sei figli. Racconta l’inferno di una quotidianità fatta di carenze, code, paura e condizioni insalubri.
 
«Il 7 ottobre è stata una giornata nera. Non siamo stati noi a decidere questa guerra e da allora viviamo i giorni più terribili della nostra vita». Con questo messaggio datato 22 dicembre e scritto in francese, come tutti i seguenti, Amal Abuhajar, insegnante di francese alla scuola del Rosario di Gaza, inizia il racconto di questi ultimi tre mesi, che hanno stravolto la sua vita.
«Avevo una grande casa a est di Khan Younis, con un grande giardino verde e ben tenuto. Con rose di tutti i colori, alberi che producono olive, datteri, guaiave, arance, limoni, uva e clementine.
Tutti i vicini se ne sono andati il 7 ottobre. Io non volevo lasciare la mia casa. Ma ho vissuto la notte peggiore della mia vita a causa dei bombardamenti. I bambini non facevano che piangere. Alla fine, siamo partiti alle 7 del mattino dell’8 ottobre per andare nel mio vecchio appartamento a Khan Younis. È stato straziante lasciare la casa.
Cercavo la calma, ma lì tutto era più drammatico, più tragico. Mio figlio di sette anni mi ha detto: «Qui ascoltiamo e vediamo la morte, mentre a casa la ascoltavamo soltanto». E questo è vero. Nel pomeriggio dell’8 ottobre, l’occupazione israeliana ha ucciso decine di bambini e donne davanti ai nostri occhi. Un’abitazione di sette piani è andata in pezzi.
 
Sono sicura di aver perso le mie rose…
Le urla, le ambulanze, i rumori di morte e di paura, gente che correva… Tutto questo davanti ai nostri occhi, davanti ai nostri figli. Mi sentivo impotente. Che cosa potevo fare? Avevo paura, piangevo sempre. Avevo la sensazione che ogni notte sarebbe stata l’ultima.
Dal 7 ottobre non c’è più alcun significato nella vita. Ho perso tutto: la mia casa, il mio lavoro, i miei studenti… sono sicura di aver perso le mie rose… Che aspetto ha la mia casa? Come stanno i miei uccelli? Questa guerra è come un’orribile pièce teatrale sezna fine. Questa è la nostra vita quotidiana qui a Gaza. Il mattino è nero come la notte. La notte è un incubo.
Non c’è elettricità, niente acqua, niente internet… Cerchiamo ogni giorno un modo per sopravvivere, per salvare i nostri figli. Mio marito va dal fornaio alle tre del mattino a prendere il pane… Fa la fila per 10 o 15 ore e riesce a malapena a sfamare i bambini. Poi prende la bicicletta per andare a comprare l’acqua. Anche lì deve fare la fila per ore prima di portarne un po’».
Tre giorni dopo la fine della tregua, il 4 dicembre, Amal e la sua famiglia hanno ricevuto l’ordine di evacuare il quartiere in cui si trovavano a Khan Younis.
«Siamo andati a Rafah. Abbiamo dormito in macchina, per mancanza di un posto altrove. Dopo due giorni di ricerche, abbiamo trovato posto presso la scuola elementare “B” dell’Unrwa, quella per le bambine. Da allora, abbiamo condiviso la nostra sofferenza con duemila sconosciuti. Condividiamo le code della vita quotidiana: quella per caricare il cellulare in biblioteca, per lavarsi, quella per ritirare le scatolette…».
 
Tre lattine e tre bottiglie d’acqua a settimana
«A Rafah non c’è abbastanza cibo rispetto al numero di persone. Tutti quelli che abitavano al nord e a Khan Younis sono rifugiati lì. Dato che ho sei figli, ci sono concessi tre prodotti in scatola e tre bottiglie d’acqua ogni settimana. Ci bastano appena per un giorno. Quindi devi integrare altrove, ma tutto è troppo costoso. Non riceviamo lo stipendio dal 7 ottobre. La gente vende la legna degli alberi lungo la strada per alimentare i forni dove viene cotto un po’ di pane».
«Il più piccolo dettaglio della nostra vita quotidiana, anche i bisogni più semplici, tutto è complicato», scrive Amal, che non ha avuto accesso a una doccia adeguata da quando è arrivata alla scuola.
«Ho bisogno di piangere, di urlare. A volte vado al mare da sola e piango fino al mattino. Sono stanca, triste, odio il sole del mattino, perché è sinonimo di nuove sofferenze. Di notte non c’è luce, tranne quella dei bombardamenti. Il suono delle donne e dei bambini che piangono, dei feriti che soffrono per il freddo e le malattie.
Onestamente prendo dei farmaci, così posso dormire due o tre ore a notte. Sai come abbiamo paura del rumore degli aerei? Sai che cosa si prova a sentire i bombardamenti? Le minacce quotidiane che viviamo? Qui a Gaza aspettiamo la morte. Aspettiamo la fine e preghiamo di morire insieme».
Il 26 dicembre Amal riprende la tastiera: «Ieri gli israeliani hanno minacciato di bombardare la libreria accanto alla nostra scuola. La gente ha cominciato ad andarsene, molti dormivano per strada… Ho portato i miei figli a casa di un’amica, ma non abbiamo potuto portare le nostre cose per dormire. Fa freddo, molto freddo di notte».
La libreria non è bombardata. Amal deve lasciare la casa della sua amica. «Camminiamo continuamente a sud-ovest di Rafah», ha scritto il 27 dicembre. Il giorno seguente, lei e i suoi figli sono tornati alla scuola dove c’è un problema di risalita delle acque reflue, a causa della mancanza di elettricità che attiva le pompe per la bonifica delle acque. «È terribile e disgustoso – confida Amal –. Comincio a cercare un altro posto… Siamo tutti malati. Le scuole non sono adatte alla vita delle persone».
 
 

Foibe: i titini hanno perso il pelo ma non il vizio

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Foibe, l’odio rosso continua: minacciata troupe Rai in Slovenia
Grave atto intimidatorio nei confronti del giornalista Rai Andrea Romoli e della sua troupe, che si erano recati all’interno di una grotta per un servizio sulle foibe. “Il messaggio era chiaro: non vi vogliamo”
“In quella caverna abbiamo trovato resti umani e anche un rosario. Una cosa che ci ha commossi”. Andrea Romoli racconta con trasporto l’esperienza avuta durante la realizzazione di un servizio per il Tg2 sulle foibe terminato però con un’amara sorpresa. Nei pressi del villaggio di Podpec, a pochi chilometri dal confine italiano, l’inviato del notiziario Rai, si era calato all’interno della caverna dove nel 1945 le milizie comuniste di Tito hanno trucidato centinaia di persone. Poi riemerso in superficie assieme agli speleologi Franc Maleckar e Maurizio Tavagnutti, che lo avevano accompagnato, ecco l’inquietante dettaglio: le auto della troupe, parcheggiate a circa 150 metri di distanza, pesantemente danneggiate.
“Il messaggio era chiaro: levatevi al più presto, qua non vi vogliamo”, commenta Romoli a ilGiornale.it, aggiungendo dettagli su quell’intimidazione che affonda le proprie radici nei crimini della storia. Il parabrezza della vettura Rai di servizio – ha testimoniato il giornalista – era sfondato, la fiancata divelta. Gli specchietti delle auto dello stesso inviato Rai e degli speleologi erano altesì danneggiati. Diversamente, le macchine di targa slovena presenti sul posto non sono state sfiorate. Così, davanti agli occhi della troupe Rai, si sono palesati i segnali inequivocabili di un antico odio purtroppo mai sopito. Peraltro, Romoli ha raccontato anche un altro emblematico dettaglio emerso durante la sua spedizione nella grotta slovena.
“All’ingresso erano state poste due grandi croci di legno ma qualcuno le aveva sradicate e buttate giù: un atto pesante, che testimonia l’odio oltre la morte. Noi siamo riusciti a recuperarne una e l’abbiamo posizionata di nuovo”, ha ricostruito il cronista Rai. Quell’oltraggio – ha aggiunto – “mi ha colpito ancor di più delle auto danneggiate”. L’episodio intimidatorio è stato subito denunciato e stigmatizzato con forza da sindacato Unirai. “Dalle Foibe in Istria alle fosse comuni di Bucha è teso un unico filo rosso di sangue, che bisogna ricordare e denunciare perché quegli orrori non si ripetano. Farlo senza paure e reticenze è la maniera migliore per onorare lo straordinario lavoro di ricucitura delle ferite del passato realizzato dalle comunità italiana e slovena al di qua e al di là del confine, per costruire un comune futuro di pace e convivenza. Dalla storica stretta di mano tra il presidente Mattarella e il suo omologo sloveno Pahor davanti alla foiba di Basovizza non si torna indietro”, ha scritto il sindacato in una nota.
Quanto accaduto ha anche ottenuto una significativa riprovazione da parte di Livio Semolič, segretario regionale dell’Unione economico culturale slovena (Skgz). “Quello che è successo in Slovenia alla equipe dei giornalisti Rai è assolutamente vergognoso . È un atto di vandalismo inaccettabile da parte di estremisti, che a quanto pare sono ancora presenti ovunque. Allo stesso tempo rappresenta una palese dimostrazione di quanto sia necessario moltiplicare gli sforzi e lavorare per la convivenza e la collaborazione , al fine di superare tutte le nefaste conseguenze che le tragedie della prima metà del secolo scorso hanno lasciato soprattutto in questo territorio di confine e non solo”, ha espresso il rappresentante della comunità slovena, esprimendo solidarietà al giornalista e alla truope Rai. (…)

Internet, struttura militare

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di Alessandro Cavallini

Tutti i giorni usiamo Internet per fare qualunque tipo di operazione, dalla più semplice a quelle più complesse. Diamo per scontato la necessità di essere collegati eppure ben pochi sanno in cosa consista realmente la Rete. Partiamo dal primo dato di fatto: la sua struttura fisica. Sentiamo sempre parlare di cloud e/o wifi, come se Internet fosse qualcosa di etereo. Eppure ben il 97 per cento di tutto il traffico mondiale viene gestito da un’enorme rete di cavi che attraversano diversi oceani: oggi se ne contano esattamente 426 per una lunghezza totale di 1,3 milioni di km. Altro che rete virtuale, Internet al contrario è una struttura molto pesante. Pensate solo a quello che succederebbe se uno solo di questi cavi venisse scollegato: l’intera economia mondiale crollerebbe in un colpo solo.

Ma come è nata, e soprattutto chi sono gli autori, di questa gigantesca ragnatela che oggi occupa il mondo intero? Ovviamente gli Stati Uniti. Infatti nel 1969 il Dipartimento della difesa di Washington decise di creare un sistema di comunicazione in modo da scambiare informazioni tra tutti i computer sparsi negli States in modo da resistere ad un eventuale attacco sovietico. Quindi è chiaro come inizialmente Internet sia nato per fini militari: l’obiettivo dichiarato era quello di creare una rete che potesse funzionare anche qualora uno dei supporti fisici fosse distrutto dai nemici. E così il 29 ottobre del 1969 fu inviato il primo messaggio via Arpanet (Advanced Research Projects Agency Network), l’input doveva contenere la parola LOGIN ma solo le prime due lettere furono spedite poi si creò un crash nel sistema. Nonostante il primo imparziale insuccesso, la rete inziò ad espandersi fino ad arrivare nel 1990 con la creazione del World Wide Web, più noto come WWW, cioè l’attuale rete Internet globale.

Ma perché gli Stati Uniti utilizzarono un programma, inizialmente creato a fini militari, per scopi per lo più civili ed economici? Perché capirono con largo anticipo il potere di questo strumento. Oggi infatti siamo tutti collegati alla Rete, sia per motivi di lavoro che personali. Pensate solo a quello che succederebbe se ci fosse uno scollegamento globale. Altro che crisi del 1929!!! Per non parlare degli aspetti psicologici, dato che siamo tutti diventati, consapevoli o meno, dipendenti da Internet. Ed è proprio questo l’obiettivo finale che gli States hanno realizzato: renderci tutti schiavi. Parlare delle basi americane presenti in Europa è certamente importante e doveroso ma non dovremmo mai dimenticare anche il ruolo del web. Alternative a questa dittatura digitale? Tentare di creare una rete alternativa. La Russia già nel 2019 ha fatto i primi esperimenti, creando Runet. Ad oggi sono ancora in una fase sperimentale ma non possiamo che augurarci che questo progetto abbia successo. E, soprattutto, che molti altri Stati seguano poi l’esempio di Mosca.

Tratto col permesso dell’autore, militante di Christus Rex da: https://fahrenheit2022.it/2024/01/18/internet-struttura-militare/

Come sarà il 2024 dei mercati e dell’economia

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Segnalazione di Wall Street Italia

di Mariangela Tessa

Come sarà il 2024 sul fronte economico e geopolitico? Una risposta arriva da Visual Capitalist che, per il quinto anno di fila ha rappresentato in una infografica gli eventi attesi, le previsioni e i pronostici di analisti ed economisti, passando al setaccio oltre 700 analisi condotte da banche d’affari, società di consulenza, ma anche siti finanziari. Vediamo di seguito le principali previsioni per economia e mercati per il 2024.

Inflazione sempre in calo

Dopo il raffreddamento dei prezzi, che si è verificato in tutte le economie mondiali nel corso 2023, la maggior parte degli analisti si aspetta per quest’anno un proseguimento del trend verso i livelli target. Sebbene alcuni osservatori mettono in conto che l’ultimo tratto di questi obiettivi potrebbe essere il più difficile, pochi prevedono la possibilità che l‘inflazione torni a salire come nel 2022.

Tassi di interesse: iniziano i tagli

Con un’inflazione che dovrebbe essere in gran parte domata nel 2024, tutte le principali banche e istituzioni prevedono, entro la metà dell’anno, tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, della Banca Centrale Europea e della Banca d’Inghilterra.  Le previsioni degli analisti sull’entità del taglio dei tassi variano da tre a sei.

Mercati positivi, ma occhio alla diversificazione

In vista di un anno caratterizzato da politiche monetarie espansive, la maggior parte degli analisti ha formulato previsioni provvisoriamente positive sia per le azioni che per le obbligazioni. Il calo dei tassi dovrebbe far scendere anche i rendimenti obbligazionari, mentre le azioni dovrebbero continuare a beneficiare  della crescita dell’Intelligenza Artificiale.

La parola d’ordine per chi vuole investire è diversificazione del portafoglio. Quest’ultimo è un approccio chiave condiviso dalla maggior parte degli analisti per gli investimenti nel 2024, soprattutto in presenza di un clima geopolitico preoccupante.

Pil mondiale: si rallenta

Le prospettive di crescita in tutto il mondo non sono particolarmente brillanti. Per quanto riguarda il PIL mondiale, le stime oscillano tra il 2,5 e il 3%, leggermente inferiori alla media decennale (2013-2022) del 3,1%.

Anche per gli Stati Uniti si prevede un rallentamento della crescita: l’FMI stima un aumento del Pil dell’1,5% dal 2,4% del 2023. Peggio andrà in Europa: nel Vecchio Continente il consensus stima una crescita dello 0,9%.

Spostando lo sguardo all’Asia, molti esperti prevedono il sorpasso dell’India sulla Cina in termini di crescita del PIL reale, soprattutto se continuerà il trend di riduzione degli investimenti esteri visto a Pechino.

Geopolitica sempre più centrale per i mercati

Dopo che negli ultimi due anni la geopolitica è tornata in primo piano con l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di Israele contro Hamas, gli esperti non si aspettano un miglioramento del quadro a livello mondiale.

Non a caso, molti analisti citano, quello geopolitico, come il rischio principale a cui prestare attenzione nel 2024. Motivo per il quale, come già anticipato, è richiesto, negli investimenti, un posizionamento agile e diversificato.

Le prospettive per le guerre tra Russia e Ucraina e tra Israele e Hamas sono altrettanto incerte: pochi o nessun esperto prevede una vera soluzione per entrambi i conflitti nel 2024, mentre la maggior parte cita come scenari più probabili un’ulteriore escalation e il coinvolgimento di altri Paesi.

Sul fronte politico, il 2024 si prospetta come un anno chiave per via delle elezioni. Oltre che negli Stati Uniti, il 2024 sarà un anno di consultazioni politiche in Russia, l’Ucraina, l’India, il Messico e molti altri Paesi.

Intelligenza artificiale: dopo boom, norme più stringenti

Uno sguardo infine all‘Intelligenza Artificiale. Dopo il boom del 2023, l’intelligenza artificiale dovrà affrontare un altro anno cruciale. Se da un lato, anticipano gli esperti, i progressi sul fronte tecnologico saranno inevitabili, dall’altro normative più rigide e controversie legali saranno sempre più centrali, come dimostra la causa intentata dal New York Times contro OpenAI.

Inoltre, il crescente potenziale di uso malevolo dell’IA in occasione delle numerose elezioni mondiali di quest’anno potrebbe stimolare le richieste di una maggiore e più stringente regolamentazione.

C’era una volta il saluto romano

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di Marcello Veneziani

Non prendete questa cicalata sul saluto romano per un pezzo di nostalgismo politico e nemmeno per una chiosa alla cerimonia di Acca Larenzia, di cui abbiamo già scritto, e un commento alle previste condanne per apologia di fascismo. Sarebbe surreale e insensato, fuori luogo, fuori tempo. Questo è puro vintage, racconto di colore, dove la nostalgia assume tratti sentimentali, emotivi ed estetici, non politici, storici e ideologici; temperati dall’ironia.

Novantanove anni fa entrava in vigore un decreto governativo che rendeva obbligatorio il saluto romano nei luoghi pubblici e nelle sedi amministrative. Non fu una trovata di qualche oscuro gerarca; l’idea originaria veniva da D’Annunzio ed evocava il romano Ave Caesar.

Ci restano nelle memorie degli anni passati, distese di saluti romani ai funerali di Almirante e Romualdi, di Rauti e di Buontempo, ma anche di Giano Accame e di altri meno famosi personaggi. Il camerata officiante gridava il nome del defunto e la comunità ripeteva in coro “Presente!”, facendo tutti il saluto romano.  Anche a chi era estraneo al piccolo mondo antico del cameratismo, quel rito d’addio pareva avere una forza liturgica e rituale così intensa e corale che nemmeno la funzione religiosa riusciva a esprimere. Raccontava una vita e una morte, una storia e una comunità. Nulla di retorico o di minaccioso. Mi colpirono da ragazzo i saluti romani indirizzati alla bara del Principe Junio Valerio Borghese. Erano allora un atto di epica strafottenza verso il mondo e il potere, la viltà dei benpensanti e l’arroganza dei pugni chiusi accompagnati da spranghe e catene. Li vedevo con gli occhi di un ragazzo colpito dai gesti simbolici in luoghi sacri. Erano gli anni settanta, duemila anni fa.

“Selva di braccia tese”, cantava Lucio Battisti e i ragazzi con la testa “fasciata” pensarono orgogliosi che si riferisse a loro. Vero o falso, come poi mi disse il suo paroliere, Mogol, quella frase entrò nel mito, nei cuori e nelle mani di molti ragazzi. Lucio è nostro, Lucio è nostro…

I più teatranti allungavano il braccio al cielo, i più ispirati ne rivolgevano pure lo sguardo, i più timidi accennavano una manina atrofizzata, i più fanatici salutavano alla tedesca, i più coreografici accompagnavano il saluto romano con un batter di tacchi e il mento in alto. Comodi, riposo, dicevano i più ironici e chi sapeva distinguere tra la storia e la parodia. Al saluto romano i più scettici con licenza ginnasiale rispondevano: Ave Caesar morituri te salutant. E il camerata dopo il saluto romano usava la stessa mano per una più prosaica grattata ai genitali. “A noi!” gridavamo in sezione al vecchio camerata sordastro. “Tutto a noi e niente a loro”, rispondeva sempre lui. Un altro lo chiamavano Mani di fata, l’unico gay capitato tra i virili camerati, che salutava romanamente con la manina delicata; poco fascio ma tanta grazia. Se a un democristiano stringere le mani in campagna elettorale portava voti, a un candidato missino li toglieva. Ogni mano stretta era un saluto romano in meno. Sarà un traditore, un badogliano, non avrà le mani pulite. I camerati duri e puri, invece, non si accontentavano del Saluto Romano, preferivano il saluto personale con l’avambraccio, uno avvinto all’altro. L’intensità del saluto misurava il camerata in purezza. Ammazza che forza, sarà un camerata de core e de fegato, un centurione.

Il saluto romano cominciò a declinare quando cominciarono le vie di mezzo, i saluti a mezz’asta, le manine ambigue con leggera motilità, per dissimulare l’atto impuro, come quelle che si usavano nelle auto kitsch di un tempo appiccicate ai lunotti.

Sono grotteschi i saluti romani a babbo morto in epoca democratica e antifascista. Ma ancora più ridicolo era far scattare la denuncia d’apologia di fascismo per un saluto innocuo e antico, come se il folclore fosse criminalità; per giunta in una cerimonia funebre. Il fatto che le cerimonie fasciste coi saluti romani siano avvenute tutte ai funerali dimostra ancora di più che il fascismo è terra dei morti e in articulo mortis non c’è articolo di legge che regga. La nostalgia è un sentimento, a volte un risentimento, ma non un delitto, e nemmeno un reato. Si può esser giudicati fessi per un saluto romano, non delinquenti. Anacronisti, non terroristi. Tanto per fare archeologia comparata, non mi dispiace neanche il pugno chiuso, ha una forza simbolica raccolta e concentrata, una promessa che coincide con una minaccia, ma indica la fierezza di un movimento in lotta. Il saluto romano è un segno più estroverso, meno cattivo, più classico, più latino, più naturale, più socievole e più teatrale, perfino autoironico…

Il saluto romano evitava con un gesto unico e collettivo giri prolissi con fastidiose strette di mano, scambi di cortesi e sudate ipocrisie del tipo “piacere, onorato, molto lieto”, e via coglionando il prossimo con ricevuta di ritorno. 

Mi sovvenne il saluto romano dopo una conferenza in un Lions o in un Rotary club, quando alcune persone stringendomi la mano, mi tastarono con un dito il polso; pensai che fossero medici ma poi mi dissero che era un saluto massonico. Se era ridicolo il primo, non vi pare ridicolo pure il secondo? Erano un po’ comici i camerati che a fascismo sepolto andavano in camicia nera, ma non trovate un po’ comici pure i fratelli col cappuccio e il grembiulino nelle loro sedute segrete?

Rimpiansi, invece, il saluto romano affacciandomi a Bologna da osservatore a un’assemblea nazionale di An. Dovevo urinare con una certa urgenza (fui precursore della Meloni incontinente) ma entrando in bagno fui bloccato da una fiumana di postfascisti reduci dai gabinetti – si vede che dopo Fiuggi la parola d’ordine, categorica e impegnativa per tutti, era: Mingere e Mingeremo – e mi strinsero tutti calorosamente la mano. Considerando che, secondo statistica, uno su due uscendo dal bagno non si lava le mani, e la statistica non mi pare limitata all’arco costituzionale, fu una catastrofe sanitaria. Rimpiansi allora i tempi d’oro del saluto romano, più rapido, più igienico, come diceva Trilussa e poi Almirante. Memorie prostatiche alla ricerca del tempo perduto.

La Verità – 13 gennaio 2024

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