La mia vita appartiene a me?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Come molti sapranno la Corte costituzionale ha recentemente bocciato il referendum sull’abrogazione pressoché totale dell’art. 580 cp che vieta l’omicidio del consenziente. L’associazione Luca Coscioni, promotrice tra gli altri di questo referendum, ha coniato uno slogan, fra i molti, per sostenere la raccolta firme: “La mia vita appartiene a me”.

Il significato di questo slogan, di uso comune da tempo, non è condivisibile almeno per due motivi. Il verbo “appartenere” significa “essere di legittima proprietà di qualcuno” oppure far parte di una famiglia, di un gruppo sociale o essere incluso in un luogo oppure, infine, “spettare, essere di competenza, riguardare”. Appare evidente che i radicali hanno scelto come accezione la prima: la vita è di mia proprietà, io ho la legittima proprietà sulla mia vita. Ma non esiste un legame di proprietà tra la persona e la vita semplicemente perché non esiste la persona e un qualcosa chiamato “vita” sui cui esercito un diritto di proprietà, bensì esiste solo la persona vivente. Sul piano naturale non si dà persona se non vivente: l’aggettivo, che è anche participio presente di vivere, è coessenziale alla persona, è condicio sine qua non dell’esistenza del concetto di persona. Non si può predicare l’una senza l’altra, sul piano naturale. C’è piena coincidenza dei due termini.

Un’obiezione a quanto sin qui detto potrebbe essere la seguente: la prospettiva promossa dai radicali sottintende un Io che ha la proprietà sul corpo vivente. Ma anche in questo caso il corpo non è di proprietà della persona. La persona è sinolo di materia e forma, ossia dell’unione-fusione strettissima del principio immateriale chiamato “anima” che informa la materia, cioè il corpo. I due principi sono distinti intellettivamente, ma, finché la persona è viva, sono una realtà unica, inscindibile. Da ciò deriva che io sono la mia anima e il mio corpo. Io sono anche il mio corpo e non ho il mio corpo.

La visione radicale invece risente di alcuni influssi platonici dove il corpo è visto come una tomba, un carcere dell’anima da cui si deve liberare. La liberazione, per Marco Cappato & Co., deve avvenire quando il corpo da luogo ameno e funzionale diventa un carcere a seguito della malattia, della sofferenza, della disabilità, etc. L’eutanasia è quindi liberazione da un corpo percepito come una catena che ci lega ad una vita segnata solo dalla sofferenza. Una visione che poi è influenzata anche da prospettive culturali fortemente antimetafisiche e dunque empiriste ed utilitariste: il corpo viene reificato, cosificato e quindi si può predicare su di esso un diritto di proprietà. Uno sguardo svilente sulla persona perché la sua corporeità, parte integrante della sua persona, viene ridotta a pura materia la quale, guastandosi, è bene rifiutarla, scartarla, cestinarla, separarsene a forza con l’eutanasia. Quindi il corpo è solo una cosa che quando si danneggia e non val più la pena ripararla si può anche buttare proprio perché il vero Io, entità solo spirituale, vanta su di esso pieno dominio, pieno possesso. In breve l’Io abita il corpo che è la casa di sua proprietà, ma quando questa casa va in rovina si può anche decidere di abbandonarla. Anche il nostro ordinamento giuridico ripudia l’idea che si possa predicare un diritto di proprietà sul corpo dato che, ad esempio, è vietata la compravendita di organi.

Ma vi è almeno un secondo motivo per cui è errato affermare “La mia vita appartiene a me” e questo motivo riguarda Dio. Scrive Tommaso d’Aquino: «soltanto Dio è essere per essenza, mentre tutte le altre cose sono esseri per partecipazione» (Summa contra Gentiles, III, c. 66). Dunque l’unico modo per avere l’essere è partecipare all’essere, che non può che derivare da Dio. Questa derivazione avviene tramite la creazione, cioè la chiamata dal nulla. Per la persona umana ciò significa che Dio crea ciascuna anima che, sempre per Sua volontà, informa la materia umana, già data, al momento del concepimento. Dunque la relazione tra Dio e l’uomo è la relazione tra Creatore e creatura. Potremmo quindi dire che noi siamo proprietà di Dio? In senso stretto, nemmeno in questo caso. Sia perché la proprietà, come già accennato, è predicabile solo in riferimento alle cose e la persona umana non è una res. Sia perché la relazione tra Creatore e creatura è molto più salda e profonda di quella esistente tra proprietario e bene oggetto di proprietà. Il Creatore chiama dal nulla e dona l’essere. In questo senso e tornando al verbo usato nello slogan dei radicali, noi apparteniamo a Dio, nel senso che partecipiamo all’essere ricevuto da Lui, abbiamo parte dell’essere da Lui donato. In questa prospettiva la nostra vita – per usare un termine adoperato nello slogan – appartiene a Lui e non solo a motivo della creazione, ma anche per il fatto che Dio costantemente ci mantiene nell’esistenza. È solo grazie alla Sua volontà che noi persistiamo nell’esistenza, altrimenti scompariremmo nel nulla. Anche in questo senso dobbiamo dire che la nostra vita appartiene a Lui perché dipende, per continuare ad esistere, da Lui.

Chiaramente queste riflessioni sono assolutamente incomprensibili dalla maggioranza delle persone e quindi non condivisibili. Lo slogan dei radicali ha molta più presa delle presenti argomentazioni perché sintetizza in modo efficace un percepito comune che vede l’uomo come signore assoluto della propria vita, come titolare di un diritto di libertà che si espande all’infinito fino al dominio completo sulla propria esistenza, tanto completo che può decretarne anche la fine.

Fonte: https://www.corrispondenzaromana.it/la-mia-vita-appartiene-a-me/

No, la Russia non ha già perso: ecco perché

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Quello che manca in Italia è il dibattito di tesi diverse (a parte le discussioni dei talk show che per forza di cose non consentono di approfondire ed esaminare i dati e i fatti) per cui fa piacere vedere una critica anche dal tono polemico ad uno dei nostri ultimi articoli. (la mancanza di dibattito in Italia è stata denunciata anche dal nostro Responsabile Nazionale Matteo Castagna nell’ Editoriale di lunedì scorso su InFormazione Cattolica, n.d.r.)

Quello che però manca completamente in questo articolo è – a nostro modesto avviso – un fatto fondamentale: in Ucraina orientale e meridionale vivono milioni di russi, persone di lingua e tradizioni russe. Dal 2014 il governo ucraino manda i suoi soldati a combattere contro dei russi all’interno dell’Ucraina, cerca di rioccupare zone dove la gente risente l’imposizione dell’identità ucraina e ci si ammazza da anni tra ucraini e russi all’interno dei confini dell’Ucraina.

I nostri media e anche l’autore che ci critica fingono che non ci siano russi di lingua russa in Ucraina in guerra o in conflitto con gli ultranazionalisti ucraini dal 2014. Come abbiamo provato a spiegare, in pratica i russi combattono i diritti di altri russi all’interno dell’Ucraina. Non cercano di conquistare l’Ucraina, ma sono semmai gli ucraini che cercano di conquistare le zone abitate da russi.

L’economia russa

Detto questo, esaminiamo lo stesso le altre argomentazioni (e approfondiamo al contempo la storia di questo paese). L’orso russo sarebbe fragile e il suo apparato militare pure. 

La Russia sarà più ricca dell’Ucraina ma rimane un paese con un’economia profondamente depressa. Il Pil russo è equivalente a quello della Spagna per una popolazione di 144 milioni di persone (la Spagna 44).

Secondo l’Economist di questa settimana “l’economia russa è di nuovo in piedi”. E l’articolo ammette che “The real economy is surprisingly resilient too” (“anche l’economia reale è sorprendentemente resiliente”). Il rublo ha sorpreso tutti salendo invece di scendere ed è tornato a 65 rubli per un dollaro che è livello più basso dal 2020. Quando è iniziata la guerra in febbraio era sui 75 rubli per un dollaro.  

Se poi lo si confronta con l’euro, che ha perso da 1.14 a 1.05 contro dollaro con le sanzioni e la guerra, il rublo si è apprezzato di oltre il 17%! Il rublo era a 83 rubli per un euro e ora dopo tutte queste sanzioni siamo a 69 rubli per un euro. Ci sono quindi dati economici, sia di PIL, export, import, consumi e tasso di cambio che per ora mostrano come le sanzioni e i riflessi della guerra siano negativi per l’Europa, ma non per la Russia.

L’economia occidentale

Questo perché il PIL è composto di valori monetari, per cui comprende servizi finanziari, bancari, immobiliari, pubblicità, spese mediche, legali e così via e soprattutto spesa per consumi. Quanto tutte queste spese siano finanziate con debito pubblico o debito estero non importa ai fini del calcolo del PIL. Ad esempio, la Spagna citata anni fa faceva quasi il 20% del Pil con la costruzione di case residenziali a valori inflazionati. I paesi occidentali negli ultimi anni, specie con l’emergenza da Covid-19, hanno sostenuto il PIL con enormi debiti, gli Usa hanno aumentato il debito pubblico di 10mila mld in pochi anni portandolo a 30mila mld e hanno un deficit estero ora di 1,300 mld circa l’anno.

L’Italia stessa dal 2020 a quest’anno aumenterà il debito pubblico di circa 400 mld in tre anni. Ci sono paesi come Usa e UK dove la parte manifatturiera è minima e i servizi finanziari, l’immobiliare e il consumo sono quasi l’80% del Pil. In altri paesi il Pil comprende invece una quota maggiore di produzione di beni industriali, di acciaio, alluminio, minerali, gas, petrolio, carbone, cereali e materie prime varie. E il debito pubblico e il debito estero sono minimi. Questo è il caso della Russia dove il surplus con l’estero è ora sui 20 mld (in $) al mese, mentre ad esempio in Usa il deficit estero ultimo è uscito di 110 mld di $ al mese. La Russia ha da anni un enorme surplus con l’estero in % del Pil e non ha quasi debito pubblico ed è il maggiore produttore al mondo di materie prime di ogni genere. Il suo PIL è costituito soprattutto da produzione di beni essenziali come le materie prime e non ha quasi debiti.

Con l’embargo e la guerra il prezzo delle materie prime è salito anche di due o tre volte e il risultato è che il Pil della Russia sta salendo più di prima e il suo surplus estero ha toccato livelli record. Anche i dati di spesa per consumi interni sono positivi a differenza di quelli di quasi tutti i paesi occidentali in aprile ad esempio +2,2% contro dei -3% o anche -5% (vedi UK) che si vedono in Europa. La produzione industriale in Germania, ad esempio, ha perso un 5% circa. Tutto questo non è propaganda filorussa, ma la realtà.  

L’arsenale nucleare

A differenza della Spagna però, la Russia deve mantenere con il suo ridotto Pil un arsenale nucleare da superpotenza e una flotta oceanica, soprattutto sommergibili, di primo livello ma oggi del tutto sproporzionata. Una questione di prestigio piuttosto che di reali necessità militari. Quanto può rimanere per aviazione ed esercito? Molto poco e si è visto in questi giorni.

Il budget militare della Russia è di 65 mld circa su 1,550 mld di Pil, quindi un 4% e rotti, simile in % agli Usa che spendono 770 mld su circa 20 mila mld di Pil. L’Ucraina in % spendeva invece quasi il 5% del PIL, uno delle % più alte al mondo, nonostante sia il paese più povero d’Europa. Nonostante spenda 11 volte di meno degli Usa, l’arsenale atomico della Russia è considerato equivalente in termini di una eventuale guerra nucleare. Se parliamo ad esempio di carri armati, le stime di quelli russi sono da un minimo di 23mila ad un massimo di 32mila e in Ucraina sembra ne abbiano persi finora tra 500 e 700. La superiorità però dei russi si manifesta soprattutto nella missilistica perché ogni giorni si legge di depositi, raffinerie, nodi ferroviari in ogni angolo dell’Ucraina colpiti. Come noto, la Russia fornisce la maggior parte delle armi a Pakistan e India e vende anche alla Cina che è il maggiore cliente. 

L’esercito di Mosca è decimato?

“… i famosi 120 Btg (Battalion Tactical Group, la task force operativa del riformato esercito russo. Circa 800 soldati ciascuno) erano già fin dall’inizio troppo pochi per un boccone come l’Ucraina. E ora la Russia non ha riserve. I filorussi possono vaneggiare sui milioni di soldati pronti a scatenarsi sull’Ucraina e a minacciare la Nato, ma questi contingenti non esistono. Per la famosa offensiva del Donbass, i russi hanno solo potuto contare sulle molto malridotte unità ritirate da Kiev e Kharkov. Queste unità, risistemate alla bell’e meglio, sono state spostate nel Donbass. Risultato: si sono nuovamente impantanate. Anche perché, sorpresa, ritirandosi da Kiev hanno liberato altrettante unità ucraine (tra le migliori dell’esercito ucraino) che sono subito andate, anche loro, nel Donbass ecc…”

Le previsioni sulle battaglie sono molto più difficili di quelle economiche e finanziarie perché entrambe le parti filtrano ogni notizia negativa di perdite che le riguardi ed evidenziano solo quelle positive. I dati dei morti, prigionieri, perdite di materiale e così via differiscono a seconda delle dozzine di esperti militari che si possono leggere. Se si citano fatti molto specifici, come fa qui l’autore, bisognerebbe indicare le fonti. Quello che è certo è che i russi hanno abbandonato l’avanzata verso Kiev e ora avanzano molto lentamente nelle province dell’est e del sud dove hanno occupato una superficie pari all’Italia e stanno ora anche sistematicamente colpendo con missili depositi militari di benzina, nodi ferroviari e altra infrastruttura in tutta l’Ucraina. Un altro dato certo è che mentre l’Ucraina ha richiamato i soldati di leva, la Russia finora non lo ha fatto. La popolazione dell’Ucraina era stimata dalla Ue di 42 milioni Qui si può leggere un impressionante reportage del 2020 dell’importante rivista “Atlantic” sullo svuotamento dell’Ucraina che da venti anni vede la popolazione adulta emigrare ovunque può in Europa.

I riservisti a confronto

Ufficialmente il governo per ragioni politiche non aggiorna dal 2001 il censo fermo a 46 milioni, ma come si può leggere le stime sono che la popolazione sia scesa parecchio, se prendiamo la stima Ue a 42 milioni. Ora 5 milioni sono usciti e tra loro non ci sono solo donne e bambini, ma anche maschi adulti come si può vedere dai filmati. In più la Russia ha occupato zone, di lingua prevalentemente russa, in cui risiedono da 6 a 8 milioni di persone. La popolazione che risiede sotto il governo ucraino di Zelensky può quindi essere ora ridotta a circa 33 o 34 milioni nel caso migliore. La Bielorussia di fatto è alleata alla Russia e assieme hanno 156 milioni di abitanti e poi ci sono appunto forse 6 o 8 milioni di persone di lingua russa in Ucraina che hanno di fatto combattuto dal 2014 per l’autonomia dal governo nazionalista. Se la Russia è alle strette, può dichiarare formalmente guerra e mobilitare, come nella Seconda guerra mondiale. Può attingere però appunto ad un potenziale di forse 160 milioni contro circa 32-34 milioni dell’Ucraina.

Chi ha più chance di vincere

L’autore dell’articolo cita notizie militari su sconfitte ed errori dei russi, non siamo in grado di giudicare, ma anche se fossero tutte vere, la storia militare della Seconda guerra mondiale, insegna che i russi hanno commesso errori e subìto perdite pesanti per poi insistere, attingere a tutte le loro risorse umane e materiali e continuare fino alla sconfitta di un avversario motivato, ma inferiore quantitativamente come i tedeschi. 

L’esercito ucraino è probabilmente però meno motivato, a parte le milizie nazionaliste come il battaglione Azov, a continuare a combattere per occupare le province dell’Est di lingua russa come il Donbass. Perché lo ha già fatto per otto anni! E ora si trova di fronte il terzo esercito al mondo (dopo Usa e Cina), con dietro circa 160 o 170 milioni di russi sparsi dalla Bielorussia, all’Ucraina stessa. I russi al momento combattono in zone russe, all’interno dell’Ucraina, ma dove si parla russo e la maggioranza della popolazione è dalla loro parte. Inoltre, si sentono assediati dalla Nato e vedono che gli Usa e i loro alleati vogliono la loro disfatta. I russi combattono per difendere il futuro della nazione a loro avviso minacciata dalla Nato e dagli Usa. Che sia vero o falso poco importa, ci credono e sono motivati a combattere per la Santa Madre Russia, basta vedere le loro canzoni e manifestazioni patriottiche. I soldati ucraini dell’esercito regolare invece combattono per occupare zone abitate da russi con cui sono in conflitto dal 2014. Per capire questo però bisogna leggere un poco di storia…

L’Ucraina e i filorussi

Abbiamo mostrato mappe storiche e linguistiche dell’Ucraina e nessuno che noi sappiamo ha mai smentito o anche solo voluto discutere questo fatto storico: che l’Ucraina coi confini attuali è una suddivisione inventata dai bolscevichi per ragioni amministrative che contiene sia russi che ucraini. Ma non è mai esistita nella storia moderna o antica un’entità “Ucraina” che comprendesse ad esempio la Crimea, Mariupol, il Donbass, Odessa, e in pratica l’Ucraina orientale meridionale. 

L’unica entità politica che si trovi nei libri di storia è limitata alla regione di Kiev intorno al 1,100, prima che venisse distrutta dai Mongoli. E prima dell’anno 1,000 circa, sia in Russia che in Ucraina le fonti storiche sono minime e molte si riferiscono all’impero dei Khazari (popolazione di etnia turca) che occupava dal 500 all’800 circa quasi tutta l’Ucraina attuale. 

La lingua ucraina, che è parlata nella parte occidentale e solo in parte in quella orientale, oggi è sostanzialmente diversa dal russo e somiglia di più al polacco, dato che tra il 1300 e il 1650 l’Ucraina occidentale ha fatto parte della Polonia. Ma le province a est e sud dalla fine del medioevo hanno fatto parte della Russia.  

Se si legge quindi un poco di storia, si comprende che oggi ci sono milioni di persone di lingua e identità russa in Ucraina.

Questi milioni di persone si sono ritrovate dopo il colpo di stato del 2014 oppresse da un governo ultranazionalista che ad esempio proibiva di usare la loro lingua. Una prova è il massacro di Odessa (ora derubricato da Wikipedia a “incendio”) dove i nazionalisti hanno bruciato vivi una trentina di russi che protestavano. Quello che quasi tutti omettono nei giornali e Tv è che la guerra è in corso dal 2014 e l’esercito ucraino bombarda i russi all’interno dell’Ucraina da anni. L’Onu riporta 14mila morti di cui 4mila civili dal 2014 a quest’anno, ma questo è un fatto che le Tv e i giornali non vogliono mai citare.

Fino a quando si finge che in Ucraina non ci siano (per ragioni legate al crollo dell’Urss) milioni di russi, non si capisce cosa è successo. Anche se è simile a quello che abbiamo visto in Croazia, Bosnia e Kosovo, dove i confini delle repubbliche formatesi dopo il crollo della Jugoslavia non corrispondevano alla presenza dei diversi gruppi etnici.

In conclusione, i russi oltre ad avere dieci volte la produzione e cinque volte la popolazione del governo ucraino di Zelensky sono probabilmente più motivati a vincere. Questo in America e anche sfortunatamente ora in Europa non lo si capisce perché si ignora la storia. I russi possono anche aver fatto più errori militari finora degli ucraini diretti e aiutati dalla Nato, questo non lo sappiamo e forse nessuno che non sia sul campo lo sa.

Ma come abbiamo provato a evidenziare, hanno tutte le risorse necessarie di produzione, di armamenti e personale, sono compatti dietro a Putin e per loro è una guerra per liberare popolazioni russe da un nemico nazionalista diretto da Usa e Nato. Qui in Italia e in Europa non si capisce che per loro è qualcosa di simile alla Seconda guerra mondiale. All’epoca erano alleati dell’impero britannico e degli Stati Uniti e quindi certi della vittoria finale, mentre ora si sentono contro tutti gli alleati degli Usa, messi con le spalle al muro e non possono permettersi di perdere. 

Hanno iniziato come “operazione speciale” sul modello israeliano in Libano diciamo, e ora stanno progressivamente estendendo la guerra portando distruzione nelle infrastrutture e mobilitando man mano più forze. Sentono di non avere altra alternativa, vedono che gli Usa dichiarano di volerli sconfiggere e rovesciare il loro governo.  Questa ormai per certi versi sembra una delle tante guerre angloamericane condotte in Medio Oriente. Qui però ci sono 160 milioni di persone con una motivazione patriottica, le atomiche, le materie prime e un esercito che non ha mai ceduto (se non in Afghanistan dove non c’era la motivazione). Dall’altra parte c’è un regime nazionalista corrotto, che non rappresenta tutto il paese e prima della guerra era impopolare, finanziato e diretto dagli Usa e che combatte per cosa?  Per occupare zone come il Donbass o Mariupol dove la popolazione non lo vuole.

Come si fa a non capire che i russi non cederanno a nessun costo e mobiliteranno tutto quello che hanno? Come si fa realisticamente a non capire che sarebbe meglio per tutti una sconfitta dell’Ucraina, con il riconoscimento dell’indipendenza del Donbass, di  una possibile guerra mondiale?

Fonte: https://www.nicolaporro.it/no-la-russia-non-ha-gia-perso-ecco-perche/

San Giuseppe nella liturgia

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Feste e riconoscimenti liturgici, di padre Tarcisio Stramare (1928-2020), degli Oblati di San Giuseppe d’Asti.

In Oriente

Dobbiamo ancora incominciare dall’Oriente. Il tenore liturgico dell’apocrifa “Storia di Giuseppe il Falegname” e la sua diffusione, dimostrata dalle varie traduzioni, ci inducono ad ammettere un culto molto antico, che risale alla Chiesa giudeo-cristiana, dalla quale si è diffuso nelle zone di influenza di detta “Storia”, con la istituzione di una festa presso i Copti monofisiti egiziani, che di fatto commemorano la morte (Transito) del Santo precisamente al 26 Abîb (= 20 luglio, equivalente oggi, nel calendario gregoriano iniziato nel 1582, al 2 agosto). La “Storia” contiene tratti che indicano la sincera stima dei suoi propagatori verso il Santo.

Nel Sinassario Mediceo della Chiesa copta di Alessandria, scritto verso il 1425, al giorno 26 del mese di Abîb si legge: “Requies (= morte) sancti senis iusti Josephi fabri lignarii, Deiparae Virginis Mariae sponsi, qui pater Christi vocari promeruit”. I calendari che menzionano la festa di san Giuseppe in Oriente sono del secolo X, compilati nel monastero palestinese di San Saba. Di tale epoca è appunto il Menologio di Basilio II, considerato come il primo testimonio certo del culto di san Giuseppe in Oriente. Esso fissa la commemorazione di san Giuseppe nello stesso giorno di Natale (i re Magi e San Giuseppe, sposo e protettore della Santa Vergine) e il ricordo della fuga in Egitto il giorno seguente. Altri Sinassari collocano al 26 dicembre una festa di Maria e di Giuseppe suo sposo; essi celebrano, inoltre, nella domenica precedente il Natale, la festa degli antenati di Gesù, “da Abramo a Giuseppe, sposo della Beatissima Madre di Dio” e nella domenica posta nell’ottava di Natale la festa di san Giuseppe assieme al re Davide e a Giacomo il Minore.

Nella poesia religiosa bizantina è illustre il siciliano san Giuseppe l’Innografo († 883), il cui nome è legato al Canone delle lodi di quest’ultima festa (PG 105, 1273-4).

I libri  liturgici dei Siri alludono a san Giuseppe a partire dal secolo XIII (Add. mss.14698, conservato al British Museum).

Come appare dall’insieme, non si tratta sempre di feste esclusive di san Giuseppe; esse, tuttavia, si collocano tutte nella prossimità del Natale con l’intento di includerlo nel mistero al quale egli intimamente appartiene.

Anche gli Ucraini cattolici, volendo introdurre una nuova festa di san Giuseppe in ossequio all’enciclica “Quamquam pluries” di Leone XIII, scelsero il giorno dopo Natale, onorando così san Giuseppe in “Sinassi” con la S.ma Theotócos. (…)

In Occidente

I documenti occidentali sono anteriori di almeno un secolo a quelli orientali. Il culto di san Giuseppe è attestato per la prima volta nel manoscritto Rh 30, 3 (sec. VIII), conservato nella Biblioteca cantonale di Zurigo: “XIII kal. Aprilis Joseph sponsus Mariae”. La commemorazione di san Giuseppe al 20 marzo, che incontriamo nel Calendario-martirologio di questo codice, è la più antica menzione esplicita del Santo vicina al 19 marzo; esso proviene (1862) dalla abbazia benedettina di Rheinau, antica cittadina del Canton Zurigo, ma se ne ignora il luogo primitivo di origine, da ricercarsi nella Francia settentrionale o nel Belgio, e il posto esatto nella tradizione martirologica.

Nei martirologi e calendari che vanno dal secolo IX (Fulda [Vat. Lat. 3809], Oengus, Reichenau) in poi (sec. X ovvero IX: (Irlanda) Tallaght, Reichenau, San Gallo, Fulda, Ratisbona – oggi a Verona, Biblioteca Capitolare, cod. 87 -, Messale di Robert de Jumièges; sec. XI: Winchester, Sherborne, Evesham, Wescester, Stavelot; sec. XII: Werden, Abbadia di Sta Maria e San Werburgh, martirologio metrico di O. Gorman, ecc.), la menzione di san Giuseppe compare al 19 marzo: “In Bethleem, sancti Ioseph” con la seguente apposizione: “nutritoris Domini”; permane, tuttavia, una certa confusione di date tra il 19 e il 20 marzo (per esempio, nei martirologi di San Remigio di Reims e di San Massimino di Treviri, dove si legge: Antiochia S. Ioseph Sponsi S. Mariae). (…).

G. Lefebvre riferisce che nella liturgia gallicana la festa di san Giuseppe si celebrava il 3 gennaio (Liturgia, a cura di R. Aigrain, Paris 1947, p. 637); l’Ordine di Cluny la celebrava il giovedì della terza settimana di Avvento (Breviarum Cluniacense, 1686 e 1779). A questo punto, poiché la missione eccezionale di san Giuseppe si trova meglio inquadrata nel periodo natalizio, come nelle liturgie più antiche, piuttosto che nella Quaresima, dove incontra ostacoli e subisce spostamenti, si affaccia la domanda circa l’opportunità o no di conservare ancora la data attuale, probabilmente solo casuale.

La prima menzione del nome di san Giuseppe si trova in un Messale del sec. XII (Biblioteca Vaticana, n. 4770); è collocato in uno schema di Litanie, da cantare durante la funzione del Sabato Santo, tra il nome di Simeone e quello dei SS. Innocenti.

Il primo Ufficio canonico completo, con note musicali, in onore di san Giuseppe, è del secolo XIII e proviene ancora da una abbazia benedettina, San Lorenzo, di Liegi; si ricorre, per la prima volta, al suo “patrocinium”. Nel monastero austriaco di San Floriano un messale della fine del secolo XIV elenca una messa votiva al padre nutrizio del Signore.

Nel secolo XIII il culto privato del Santo è attestato dal mistico Hermann di Steinfeld (+1241), monaco premonstratense, che ricevette il nome di Giuseppe in una visione della Madonna; è stato attestato, inoltre, da Margherita da Cortona († 1297) e da santa Gertrude († 1302).

Alla presenza dei Francescani, Domenicani e Carmelitani ad Agrigento è dovuta l’accettazione colà di un ufficio in onore di san Giuseppe, del secolo XIV, conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo: “Officium Sanctissimi Joseph nutricii et patris adoptivi Domini nostri Jesu Christi”; esso dipende dalla Legenda aurea di Giacomo da Varazze († 1298). Si tratta, fino al presente per l’Italia, della più antica testimonianza liturgica sul culto di san Giuseppe. Questo ufficio contiene una chiara allusione alla santificazione di san Giuseppe, chiamato sanctorum sanctus; nell’antifona del Magnificat si legge: “O proles almifica / de Bethleem electa, / gemma nimis ardua / ab omni labe erepta”.

Il culto di san Giuseppe nell’Ordine Carmelitano era già introdotto nella seconda metà del secolo XV, come è comprovato da due breviari (Bruxelles 1480; Venezia 1490), che contengono un ufficio proprio di san Giuseppe. Appartiene al loro Ordine un ufficio del 1434 circa.

All’inizio del 1400 il nome di san Giuseppe viene elencato tra i santi del 19 marzo al primo posto.

La festa di San Giuseppe

L’abbazia benedettina di Winchester rivendica l’onore di essere stata la prima a celebrare la festa di san Giuseppe verso il 1030.

I Servi di Maria, come risulta dagli Atti del Capitolo tenuto a Orvieto nel 1324, furono i primi a celebrare solennemente la festa di san Giuseppe.

I francescani adottarono la festa nel Capitolo generale di Assisi nel 1399, usando come testo liturgico della Messa il “Commune Confessorum”. Tuttavia, Franc. Florentinus testimonierebbe una festa di san Giuseppe in vigore nell’Ordine fin dal secolo XIII (Vetustius occidentalis Ecclesiae Martyrologium D. Hieronymo tributum, Lucca 1668).

Gregorio XI (1371-78), avendo eretto la cappella in onore di san Giuseppe nella chiesa di Sant’Agricola ad Avignone, vi avrebbe stabilito anche la festa del 19 marzo.

A Milano la festa di san Giuseppe fu stabilita nel 1467 e si celebrava il 20 marzo, giorno dell’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza; dal 1509 fu fissata al 19 marzo; san Carlo Borromeo (card. e arciv. dal 1560 al 1584) la trasferì al 12 dicembre, giorno adottato anche dalla diocesi di Sens (Missale Senon., 1715); nel 1897 ritornò al 19 marzo.

Il francescano Sisto IV concesse nel 1480 ai Frati Minori di celebrare con rito doppio maggiore la festa del 19 marzo, già presente nel calendario dei messali (1472) e dei breviari (1476) romani da loro usati.

Diffusasi la festa nelle diocesi e negli Ordini religiosi, Pio V la inserì con rito doppio nella riforma del breviario (1568) e el messale (1570).

La festa fu istituita dai Domenicani nel Capitolo generale del 1508; fu elevata a più alto grado e fissata al 19 marzo nel 1513.

L’8 maggio 1621 Gregorio XV rese obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe; tale decreto, tuttavia, non trovò esecuzione ovunque e Urbano VIII il 13 settembre 1642 rinnovò l’ordine con la bolla “Universa per orbem”.

Su richiesta di Luigi XIV, l’assemblea del clero di Francia, nel 1661, istituisce la festa di san Giuseppe come festa di precetto.

Clemente X (6 dicembre 1670) elevò la festa al rito doppio di seconda classe, introducendo nel breviario (1671) i tre inni in onore di san Giuseppe (Te, Ioseph, celebrent – Caelitum, Ioseph, decus – Iste, quem laeti); autore di questi inni sarebbe il cistercense fogliante card. Giovanni Bona († 1674); altri indicano Johannes von der Empfängnis (+1700). Clemente XI il 4 febbraio 1714 concesse a san Giuseppe per il 19 marzo messa e ufficio propri. Pio IX l’8 dicembre 1870 eleva la festa del 19 marzo a rito doppio di prima classe.

Pio X (24 luglio 1911) conferma, designando la festa col titolo: Commemoratio Sollemnis S Joseph, Sponsi B.M.V., Confessoris, ma il 28 ottobre 1913 essa ritorna al rito doppio di seconda classe.

Benedetto XV il 12 dicembre 1917 la eleva nuovamente al rito doppio di prima classe.

Il Codice di Diritto Canonico (1917) la include tra le feste di precetto per tutta la Chiesa (can. 1247; cf. CJC 1983, can. 1246).

La festa del Patrocinio

Il Diario Romano di Gaspare Pontani segnala una festa di san Giuseppe il 13 maggio 1478, che allora corrispondeva alla quarta domenica dopo Pasqua, nella piazza di San Celso, al centro del rione Ponte Sant’Angelo.

Ad Avignone, dal 1500 la Confraternita degli agonizzanti celebrava, la terza domenica dopo Pasqua, la festa del Patrocinio si san Giuseppe, presto diffusa in tutta la città con solenne processione.

Pio IX il 10 settembre 1847 estese alla Chiesa intera l’ufficio proprio e la messa del Patrocinio di San Giuseppe, fissando la festa alla terza domenica dopo Pasqua con il rito doppio di seconda classe.

Tale festa era già stata ottenuta da molti Ordini: i Carmelitani nel 1680, gli Agostiniani nel 1700, i Mercedari Scalzi nel 1702, i Caracciolini nel 1723, i Domenicani, i Barnabiti e i Servi di Maria nel 1725, i Frati Minori Conventuali nel 1727, i Camilliani nel 1728, i Minimi nel 1729, gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona nel 1730, tutto l’Ordine dei Frati Minori e i Teatini nel 1733, tutto il Terz’Ordine di San Francesco e tutto l’Ordine dei Canonici Regolari del SS. Salvatore Lateranense nel 1735, gli Scolopi nel 1736.

Tra le diocesi che ottennero la concessione ricordiamo, in ordine di tempo, quella di Messico (1703), di Puebla de los Angeles (1704), la prelatura nullius di Altamura (Bari, 1713), Palermo (1719), La Plata (Argentina), Lipari, Messina e Catania (1721), Siracusa (1723), Monreale e Malaga (1725), Cartagena (1726), Cadice, Pavia e Siviglia (1727),  Badajoz, Santiago di Cuba, Bari, Orihuela e Brescia (1728), Michoacan e Mazara del Vallo (1729), Lima e Malta (1731), Avellino e Frigento (1732), Vittorio Veneto (1733), Piacenza, San Severino, Freising, Ratisbona, Ascoli Satriano, Colonia, Münster, Paderborn, Hildesheim, Telese e Salerno (1734), Napoli, Orvieto e Narni (1735), Asti (1741), Acqui (1785); il clero secolare e i religiosi di Roma l’ottennero nel 1809.

Se consideriamo i territori, l’Etruria l’ottenne nel 1723; le Puglie, il regno di Valenza, gli stati e i domíni del re di Spagna nel 1729; la repubblica di Venezia nel 1730; il ducato di Modena nel 1733; il regno di Polonia e province nel 1735; lo stato del principe dell’Umbria nel 1736; lo stato di Urbino nel 1743; il regno e domíni del Portogallo nel 1744; i domíni del Palatinato nel 1753; il principato di Colonia nel 1783.

Il 28 ottobre 1913 Pio X stabilì che la festa del Patrocinio, divenuta dal 24 luglio la “Solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale”, con rito doppio di prima classe o ottava, fosse celebrata nel terzo mercoledì dopo Pasqua. (…)

https://movimentogiuseppino.wordpress.com/vi-san-giuseppe-nella-liturgia/

Fonte: https://www.centrostudifederici.org/san-giuseppe-nella-liturgia/

Gli USA vogliono liquidare Cina e Russia (un articolo profetico di Caracciolo)

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Segnalazione e commento di un noto veronese, da sempre attento alla geopolitica 

Si tratta di un articolo profetico di Lucio Caracciolo, di un anno e passa orsono (12/4/2021).Quando ancora non era sta imposta la Dittatura del Pensiero Unico che  impedisce di vedere:

il prima, ovvero le cause che hanno portato alla spedizione militare della Russia in Ucraina e

il dopo,  ovvero le conseguenze economiche per l’Italia derivanti dalle sanzioni alla Russia. Scordandoci per un attimo, il pericolo che corriamo per una reazione nucleare della Russia stessa contro l’Italia.

L’Italia, fornendo armi all’Ucraìna, diventa cobelligerante contro la Russia. Siamo anche un obiettivo militare, perché ospitiamo le basi missilistiche degli Usa. Per converso, non abbiamo “il dito sul grilletto” dei missili per una eventuale nostra difesa. Una eventuale reazione missilistica sarebbe nella discrezionalità degli USA, che se ne stanno comodamente al di là dell’Atlantico.

di Lucio Caracciolo, 12/4/2021

Gli Stati Uniti hanno deciso di buttare fuori pista la Cina entro questo decennio. La Cina ha giocato la carta russa per impedirlo, stringendo una quasi inedita intesa con la Russia. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale gli americani si trovano quindi a fronteggiare due grandi potenze, la seconda e la terza del pianeta, in una partita che segue ormai la logica di guerra. Somma zero.
In questo schema triangolare, Washington ha due opzioni per evitare il possibile scontro contemporaneo con entrambe le rivali. La prima, elementare secondo la grammatica della potenza, è di giocare la più debole contro la più forte: Mosca contro Pechino.
La seconda, più rischiosa, sta nel liquidare prima la Russia per poi chiudere il match con la Cina ormai isolata. Soffocandola nel suo angolo di mondo dove, senza più il vincolo con i russi, Pechino sarebbe completamente circondata: lungo i mari dalla linea India-Australia-Giappone teleguidata da Washington. Per terra da quasi tutti i vicini, India e Russia in testa.
È questa seconda ipotesi che comincia a circolare a Washington. E che Biden sta illustrando ai soci atlantici ed asiatici, perché certo da sola l’America non ce la può fare. Le risposte finora avute dai possibili o effettivi alleati sono abbastanza promettenti. Su tutti e prima di tutti, ovviamente i cugini britannici. Global Britain vive in simbiosi con gli Stati Uniti. La strategia geopolitica di Boris Johnson, appena licenziata, presenta quindi un profilo smaccatamente antirusso prima ancora che anticinese. Nella linea della tradizionale, atavica russofobia britannica. Ma con quel pepe in più che il Brexit e il conseguente allineamento totale a Washington impongono.
Il «brillante secondo» ha risposto sì all’appello del Numero Uno: pronti a far fuori la Russia, con le buone o con le cattive.
Siccome lo scontro antirusso sarebbe tutto giocato in Europa, e più specificamente in quella parte mediana del continente che separa la Germania dalla Russia – sicché nella storia è stata spesso spartita fra i due imperi – il sì di polacchi, baltici e romeni è particolarmente squillante. Dopo aver inflitto nel 2014 una sconfitta storica a Putin, trovato con la guardia bassa in Ucraina e quindi ormai costretto nel ridotto crimeano e nel Donbas – dove le truppe di Mosca sostengono discretamente i ribelli anti-Kiev – i paesi della Nato baltica e russofoba sentono prossima la vittoria. Che per loro, come per gli americani, significa la disintegrazione della Russia. Sulle orme del collasso sovietico del 1991.
La pressione atlantica, diretta dagli americani e sostenuta dai britannici, si concentra su tre quadranti: Baltico, Nero e Caucaso.
Nel Baltico le basi americane e atlantiche sono rafforzate e ancor più lo saranno nel prossimo futuro. Per esempio in Polonia, dove non ci sarà più «Fort Trump» – una base avanzata americana intitolata all’allora presidente della Casa Bianca – ma ci saranno certamente dei «Fort Biden», di nome e/o di fatto. Intanto, per chiarire come stanno le cose, Washington è decisa a interrompere in un modo o nell’altro il progetto di raddoppio del gasdotto Nordstream, ormai quasi completato. Simbolo della cooperazione sotterranea – nel caso, sottomarina – fra Berlino e Mosca che ogni tanto emerge dai suoi percorsi carsici, e che per Washington come per Varsavia è il Male assoluto. La definizione che l’ex ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski diede di quel tubo subacqueo – «gasdotto Molotov-Ribbentrop» – fotografa questo punto di vista. Non per caso Washington ha inviato navi da guerra a pattugliare le acque dove quel vincolo energetico fra Russia e Germania sta finendo di materializzarsi.
Sul fronte del Mar Nero, gli ucraini stanno spostando armi e truppe verso il Donbas, mentre i russi stanno facendo lo stesso in direzione opposta e contraria. La tensione attorno alla Crimea ma anche nell’area di Odessa sta salendo. Per terra e/o per mare potrebbero accadere «incidenti» dagli effetti imprevedibili. Con i romeni pronti a farsi valere, e ad accogliere eventuali contingenti Nato (anche per risolvere la loro questione moldova-transnistriana, un pezzo di Romania che Bucarest considera intimamente proprio, solo provvisoriamente indipendente).
Tra Nero e Caucaso, dopo gli scontri per il Nagorno-Karabakh rischia di riesplodere anche la polveriera georgiana. Qui, fra l’altro, la filiera jihadista resta un fattore non trascurabile. Se necessario, americani e altri occidentali potrebbero eccitarla contro Mosca, sulla falsariga dell’Afghanistan negli anni Ottanta.
E la Russia? Non va troppo per il sottile. In caso fosse alle strette, Mosca sarebbe pronta alla guerra. Perché ne andrebbe della sua stessa sopravvivenza. Nel frattempo, come da antico costume, si preoccupa di allacciare o riallacciare relazioni proficue con Germania, Francia e Italia, i tre principali paesi continentali, che non hanno mai condiviso la passione antirussa degli ex satelliti dell’Urss. I prossimi mesi ci diranno se questa crescente pressione americana, via Nato, sulla Russia, sarà contenuta o se, magari inavvertitamente, produrrà la scintilla di un conflitto dalle imponderabili conseguenze.”

L’uomo smascherato…

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Quando c’era l’obbligo della mascherina, praticamente ovunque, si sentivano lamentarsi le stesse persone che oggi, a restrizione estremamente ridotta, potrebbero tranquillamente girare senza. E’ inutile scervellarsi, l’italiano medio è, davvero, un popolo strano…(n.d.r.)

di Ghisilberto

Sarà abolito l’aborto negli Stati Uniti?

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Segnalazione Corrispondenza Romana

di Tommaso Scandroglio

Forse la Corte Suprema degli Stati Uniti potrà mandare in soffitta la famigerata sentenza Roe vs Wade del 1973 che legalizzò l’aborto in tutto il Paese, a cui seguì nel 1992 un’altra storica sentenza dello stesso tenore: Planned Parenthood v. Casey. Ma, come vedremo, la prudenza è doverosa per più motivi.

La Corte è stata chiamata a vagliare una decisione della 5th Circuit Court of Appeals con sede a New Orleans che riteneva incostituzionale la legge del 2018 del Mississippi la quale prevede la possibilità di vietare l’aborto dopo la 15esima settimana di gestazione. Sui media per ora sta circolando solo la prima bozza di proposta di voto della Corte per cancellare la due sentenze appena citate, a cui forse sono già seguite altre bozze. Questo documento – redatto dal giudice Samuel Alito a febbraio, ma diventato di dominio pubblico solo in questi giorni–- ha ricevuto il placet di altri quattro giudici repubblicani che siedono presso la Corte: Clarence Thomas, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. I giudici democratici, Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan, pare che stiano elaborando una contro-bozza. Il presidente della Corte suprema John Roberts non si sa che decisione prenderà al riguardo.

C’è da appuntare che raramente nella storia della Corte un documento così riservato è stato pubblicato anzi tempo. Pare proprio che questa fuga di notizie sia stata architettata da qualcuno per danneggiare l’iniziativa dei giudici conservatori. Infatti ora, prima di arrivare al verdetto finale atteso tra un paio di mesi, ci sarà tutto il tempo per aizzare le piazze, per mobilitare i media e soprattutto per votare al Congresso una norma, già annunciata da Biden, che legittimi l’aborto in tutto il Paese, vanificando così un’eventuale pronuncia della Corte contro l’aborto.

Ma veniamo al contenuto della bozza, evidenziandone solo alcune parti per motivi di spazio. Innanzitutto il documento di certo non pecca in quanto a chiarezza: «Riteniamo […] che la Costituzione non attribuisca il diritto all’aborto. Roe e Casey devono essere annullate. È tempo di dare ascolto alla Costituzione e l’autorità di regolamentare l’aborto deve essere restituita al popolo e ai suoi rappresentanti eletti». Ciò a voler dire che, se anche la Corte buttasse nel cestino queste due sentenze, l’aborto non diventerebbe automaticamente reato in tutta la Nazione, ma “semplicemente” la sua disciplina verrebbe demandata ai parlamenti dei singoli stati, parlamenti che, ad oggi, hanno dovuto legiferare in materia rispettando i vincoli giuridici presenti nelle sentenze Roe e Casey. E quindi alcuni stati probabilmente continuerebbero a legittimare l’aborto pienamente, altri lo permetterebbero ma prevedendo alcuni vincoli e altri ancora, forse, lo vieterebbero in toto.

Nel testo della bozza si possono sottolineare anche altre affermazioni dinamitarde per il mainstream attuale: «Roe aveva terribilmente torto sin dall’inizio. Il suo ragionamento è stato eccezionalmente debole e la decisione ha avuto conseguenze dannose. E lungi dal portare a una soluzione nazionale sulla questione dell’aborto, Roe e Casey hanno acceso il dibattito e approfondito la divisione». Sul tema della divisione sociale provocata dalla legittimazione dell’aborto la bozza insiste ancora: «Roe non è certo riuscita a porre fine alla divisione sulla questione dell’aborto. Al contrario, Roe ha ‘infiammato’ una questione nazionale che è rimasta amaramente divisiva nell’ultimo mezzo secolo. […] L’incapacità di questa Corte di porre fine al dibattito sulla questione non avrebbe dovuto sorprendere. Questa Corte non può tendere ad una soluzione permanente di una polemica nazionale che genera rancori semplicemente dettando un accordo e dicendo al popolo di andare comunque avanti. Qualunque sia l’influenza che la Corte può avere sull’atteggiamento della gente, [questa influenza] deve derivare dalla forza delle nostre argomentazioni, non da un tentativo di esercitare il ‘crudo potere giudiziario’». Insomma, per Alito e i suoi colleghi, la Corte suprema che decise dei casi Roe e Casey impose la propria decisione ad un’intera Nazione non con la forza delle idee, ma con la forza dell’ideologia. E infatti un’altra critica riguarda l’irrigidimento della disciplina normativa statuale su questa materia provocata dalla Roe vs Wade: «Negli anni precedenti [a Roe v. Wade], circa un terzo degli Stati aveva liberalizzato le proprie leggi, ma Roe ha interrotto bruscamente quel processo politico. Ha imposto lo stesso regime fortemente restrittivo all’intera Nazione e ha di fatto demolito le leggi sull’aborto di ogni singolo Stato».

Alito poi insiste che il presunto diritto ad abortire non fa parte del portato culturale statunitense, né è presente nella tradizione giuridica americana: «la conclusione inevitabile è che il diritto all’aborto non è profondamente radicato nella storia e nelle tradizioni della Nazione», anche perché esiste «una tradizione ininterrotta di proibire penalmente l’aborto [… ] dai primi giorni della Common law fino al 1973. […] Fino all’ultima parte del 20° secolo, nella legge americana non c’era nessun puntello per avvalorare un diritto costituzionale ad abortire. Zero. Nessuno. Nessuna disposizione costituzionale statale aveva riconosciuto un tale diritto».

La bozza poi afferma giustamente che la distinzione presente in Roe vs Wade tra feto che può sopravvivere o non sopravvivere una volta nato «non ha senso». Ma proseguiamo: il parere, anticipando una possibile obiezione degli avversari, afferma che non è inusuale che la Corte sconfessi se stessa e ribalti certi orientamenti da lei assunti nel passato. Ed efficacemente cita alcuni propri pronunciamenti sulla segregazione razziale. Inoltre il giudice Alito tiene a precisare che non ci può essere fissismo giuridico da parte della Corte riguardo ad un tema su cui, in questi decenni, la sensibilità sociale è cambiata ed è cambiata in favore della vita: «La Corte ha mandato in cortocircuito il processo democratico, impedendo di parteciparvi ad un gran numero di americani che hanno dissentito in vari modi da Roe». Da qui la conclusione: «Roe e Casey rappresentano un errore che non può essere lasciato in piedi».

Il giudice Alito, inoltre, sa bene che questa decisione entrerà in rotta di collisione con il politicamente corretto: «Non possiamo permettere che le nostre decisioni siano influenzate da condizionamenti esterni come la preoccupazione per la reazione del pubblico al nostro lavoro. Non pretendiamo di sapere come reagirà il nostro sistema politico o la nostra società alla decisione odierna di annullare Roe e Casey . E anche se potessimo prevedere cosa accadrà, non ci potremmo permettere che questa conoscenza influenzi la nostra decisione».

La conclusione è chiarissima: «Riteniamo che Roe e Casey debbano essere annullate. La Costituzione non fa alcun riferimento all’aborto e nessun diritto del genere è implicitamente tutelato da alcuna disposizione costituzionale».

Questi sono solo alcuni estratti della bozza, composta da ben 93 pagine. Come accennato, la decisione definitiva arriverà tra circa due mesi e in questo lasso di tempo tutto potrà ancora accadere.

Unicredit, Enel e tutte le altre: come stanno le aziende italiane? Ecco i loro conti

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di Giulio Visigalli

Unicredit

Ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con risultati record per quanto riguarda utile netto, ricavi e costi. Se si esclude l’impatto della Russia, l’istituto di Piazza Gae Aulenti ha registrato un utile netto di 1,2 miliardi. Nel corso del primo trimestre, il gruppo guidato da Andrea Orcel ha contabilizzato rettifiche su crediti per 1,3 miliardi di euro, quasi interamente verso la Russia. Se si considera la Russia l’utile sarebbe pari a 247 milioni, in calo del 62,4% rispetto al trimestre precedente e in ribasso del 70,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Tenaris

Nel primo trimestre 2022 i ricavi di Tenaris si sono attestati a 2,38 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto agli 1,18 miliardi di dollari realizzati nello stesso periodo del 2021. Il principale fattore che ha permesso al fatturato di Tenaris di balzare in avanti a tal punto è da attribuirsi all’aumento dei prezzi delle tubazioni Oil Country Tubular Goods nelle Americhe. Il risultato operativo di Tenaris alla fine del primo trimestre 2022 è stato pari a 484,25 milioni di dollari, nettamente al di sopra dei 51,59 milioni del primo trimestredel 2021. Di conseguenza l’utile di Tenaris si è attestato a 502,77 milioni di dollari, in forte rialzo rispetto ai 106,35 milioni che sono stati contabilizzati nei primi tre mesi del 2021.

Saipem

La società ha chiuso i primi tre mesi con ricavi in aumento del 20% a quota 1,94 miliardi di euro ed un Ebitda che è passato da 88 a 145 milioni di euro. +11,8% nel giorno dopo la pubblicazione conti

Eni

Il Cane a sei zampe ha registrato un forte miglioramento dei ricavi e della redditività. Eni ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi della gestione caratteristica pari a 32,13 miliardi di euro, con un aumento vertiginoso del 122% rispetto ai 14,49 miliardi realizzati nel primo trimestre dell’anno precedente. L’utile operativo adjusted si è attestato a quota 5,19 miliari di euro, in forte aumento rispetto agli 1,32 miliardi ottenuti nei primi tre mesi dell’esercizio precedente. Infine, Il risultato netto è stato positivo per 3,58 miliardi di euro.

Campari

Periodo chiuso con ricavi e redditività in forte miglioramento. Campari ha chiuso lo scorso trimestre con ricavi netti per 534,8 milioni di euro, con un incremento del 34,4% rispetto ai 397,9 milioni ottenuti nei primi tre mesi del 2021. In forte rialzo anche il margine operativo lordo rettificato, che è salito da 87,6 milioni a 134,7 milioni di euro (+53,7%). Molto positivo anche l’utile ante imposte che si è attestato a 107 milioni di euro (+65,1%).

Enel

Con la spesa per l’energia in forte rialzo, la trimestrale di Enel non può che essere stata molto robusta. Enel ha chiuso il primo trimestre 2022 con una forte progressione sia dei ricavi che dell’utile. In particolare, il fatturato di Enel al 31 marzo 2022 è salito dai 18,49 miliardi di un anno fa a quota 34,96 miliardi di euro, con un aumento del +89,1%. L’utile netto si è attestato a quota 1,44 miliardi di euro in rialzo rispetto ai 1,21 miliardi di euro dello stesso periodo 2021. La progressione dell’utile netto di Enel su base annua è stata del +18,9%.

Moncler

Ha chiuso il periodo con ricavi pari a 589,86 milioni di euro, con un aumento del +61% rispetto ai 365,46 milioni ottenuti nei primi tre mesi dello scorso anno. I vertici del gruppo hanno precisato che i risultati includono ricavi del marchio Moncler pari a 473,4 milioni di euro e quelli del marchio Stone Island pari a 116,5 milioni. Rispetto al primo trimestre del 2019 il fatturato di Moncler ha registrato (a cambi costanti) un balzo del 58%.

Ferrari

Soddisfano i conti del primo trimestre 2022. La società ha registrato utile e ricavi in crescita, nonostante lo scenario globale incerto. I risultati di inizio 2022 sono stati giudicati “eccellenti” dall’ad Benedetto Vigna. I principali guadagni sono aumentati del 12% nel primo trimestre 2022 poiché la domanda per le sue auto sportive è rimasta forte nonostante le turbolenze politiche globali. L’utile rettificato (EBITDA) è stato di 423 milioni di euro nel periodo gennaio-marzo, aiutato dalla raccolta di anticipi sulla Daytona SP3, uno degli ultimi modelli Ferrari. Crescono del +12% rispetto allo stesso periodo 2021 le consegne di veicoli pari a 3.251 unità. I ricavi netti si sono attestati a 1,186 miliardi di euro, in aumento del +17,3% rispetto al 2021. Bene anche l’utile netto pari a 239 milioni di euro, con una crescita del +16% sul 2021.

STM

Primo periodo del 2022 chiuso con un aumento dei ricavi e della marginalità, con dei risultati migliori rispetto alle stime del management. I ricavi si sono attestati a 3,55 miliardi di dollari, con un aumento del 17,6% rispetto ai 3,02 miliardi realizzati nello stesso periodo del 2021. La crescita dei ricavi si può attribuire alle maggiori vendite nette in tutti i gruppi di prodotto ad eccezione del sotto-gruppo Imaging. L’utile netto si è attestato a 747 milioni di dollari, con un aumento del + 105% rispetto ai 364 milioni dello stesso periodo del 2021.

CNH

Ha chiuso il primo trimestre 2022 con un Ebit adjusted dalla attività industriali in crescita del +9% a quota 429 mln$, battendo le stime degli analisti ferme a 391 mln di dollari. Sale del 15% il fatturato netto delle attività industriali rispetto allo scorso anno ora pari a 4,2 Mld$ grazie ai migliori prezzi di vendita.

Stellantis

Il colosso dell’auto ha chiuso i primi tre mesi del 2022 con ricavi netti per 41,5 miliardi di euro, con un aumento del +12% rispetto ai 37 miliardi realizzati nel primo trimestre del 2021. Le consegne complessive consolidate si sono attestate a 1,37 milioni di unità (-12% rispetto al primo trimestre 2021), questo a causa della mancata evasione di ordini per l’approvvigionamento di semiconduttori. Nel frattempo, le immatricolazioni di nuove auto in Italia sono calate di circa il 33% circa ad aprile con il gruppo Stellantis che ha registrato una flessione del 41% delle immatricolazioni.

Telecom

I ricavi da servizi del Gruppo si sono attestati a 3,4 miliardi di euro (-2,5% YoY), in linea con la guidance, questo per effetto del mutato contesto nel mercato domestico che l’anno scorso beneficiava del piano voucher per le famiglie, oltre che della maggiore richiesta di connettività derivante dalla pandemia. Il primo trimestre, pertanto, pur essendo caratterizzato da un andamento dei risultati e del business in sostanziale continuità con il trend già evidenziato nell’ultima parte 2021, segna un momento di discontinuità nella gestione del Gruppo. Si è registrato un indebitamento finanziario netto pari a 22,6 miliardi di euro, in aumento di 1,5 miliardi di euro YoY e di 0,5 miliardi rispetto al 31 dicembre 2021. L’Equity free cash flow è positivo per 123 milioni di euro su base after lease (301 milioni di euro l’equity free cash flow). Sorprende il Business in Brasile.

Banca MPS

Ha chiuso il primo trimestre del 2022 con un utile di 9,7 milioni di euro, si tratta di una flessione del 91,9% rispetto ai 119,3 milioni del primo trimestre 2021. Monte dei Paschi di Siena non ha esposizioni in Russia e ha confermato le trattative tra il Tesoro (maggiore azionista) con l’Unione europea per la proroga della presenza dello Stato nel suo capitale (ormai scaduta a fine 2021). I ricavi sono stati pari a 783 milioni di euro e si collocano al di sopra delle aspettative per 758 milioni degli analisti, ma sono in calo del 4,6% anno su anno. La banca, in mano allo Stato per il 64%, presenterà il prossimo 23 giugno il nuovo piano industriale, sotto la guida del ceo Luigi Lovaglio.

Banco BPM

Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha realizzato un utile netto pari a 178 milioni di euro, in crescita del 77,6% su base annua e molto al di sopra delle attese degli analisti. Nei primi tre mesi del 2022 i ricavi si sono attestati a quota 1.186 milioni di euro, con un aumento del +9,1% rispetto all’ultimo trimestre del 2021 e +5,2% su anno. Se il primo trimestre è andato bene, si prevede altrettanto per l’intero 2022 “Salvo ulteriori peggioramenti di scenario”. Gli analisti prevedono qualche problema nel secondo trimestre 2022 per il margine di interesse, questo a causa del minor contributo derivante dalla fine dei prestiti agevolati della Bce, che però potrà avvantaggiarsi del rialzo dei tassi.

Leonardo

Risultato netto di 74 milioni di euro in forte crescita rispetto alla perdita di 2 milioni registrata nell’analogo periodo del 2021. I ricavi si sono attestati a 3.006 milioni di euro, mostrando una crescita di circa l’8% “fortemente influenzata dalla performance degli elicotteri e dai maggiori volumi di produzione della divisione velivoli”. In rialzo sia l’Ebita, pari a 132 milioni (+39%), sia l’Ebit, pari a 123 milioni. Il free operating cash flow (Focf) è stato negativo per 1.080 milioni, ma ha presentato un significativo miglioramento (24%) rispetto al primo trimestre del 2021. Confermata la guidance per l’intero 2022 che prevede ricavi per 14,5-15 miliardi e una redditività in aumento con un Ebita compreso tra 1.180-1.220 milioni a fine esercizio.

Inwit

Forte crescita del +9,1% dei ricavi rispetto all’anno precedente, grazie alla crescita delle ospitalità contrattualizzate nei mesi precedenti. I ricavi si attestano a 207,0 milioni di euro, in aumento del +8,8%.  rispetto allo stesso periodo 2021 quando si erano attestate a 190,2 milioni di euro. L’EBITDA è stato pari a 188,1 milioni di euro, con un aumento del +8,7% rispetto al primo trimestre 2021. L’utile netto è pari a 68,1 milioni di euro, +56,6% rispetto allo stesso periodo 2021, grazie anche al beneficio fiscale derivante dall’operazione di riallineamento fiscale dell’avviamento.

Giulio Visigalli, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/economia-finanza/economia/unicredit-enel-e-tutte-le-altre-come-stanno-le-aziende-italiane-ecco-i-loro-conti/

Mariupol, la verità dei civili: “Il battaglione Azov ci sparava contro”

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di Bianca Leonardi

Siamo ufficialmente nella seconda fase della guerra, come lo stesso presidente Zelensky ha affermato: una guerra combattuta nella parte meridionale del paese, una guerra che non trova fine e che vede al centro dei bombardamenti la regione del Donbass, con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. È qui che il battaglione Azov – quello che ormai è rimasto – si è asserragliato nell’acciaieria di Azovstal a Mariupol, teatro ormai della spietata guerra.

Se da una parte gli Azov sono a tutti gli effetti militari ucraini e quindi vittime di quell’invasione russa che sta sconvolgendo il mondo, è, però, infantile e poco producente ai fini dell’informazione catalogare i buoni a prescindere e i cattivi a prescindere. Nei conflitti non ci sono gironi speciali, ci sono solo uomini, con i propri errori e le proprie glorie.

A tal proposito, il servizio fatto da Report, realizzato da Manuele Bonaccorsi tra Mariupol e Donetsk, ha mostrato un lato sconosciuto, o nascosto, che la stampa occidentale e italiana ha sempre preferito non approfondire. “Il battaglione Azov, con i suoi carrarmati, ha sparato su casa mia”, racconta una giovane abitante di Mariupol confermando che si trattava di milizie ucraine, in quanto avevano la bandiera del paese sulla divisa.

Le condizioni di vita dei civili di Mariupol, da più di un mese, versano infatti in una situazione drammatica: tra l’impossibilità di uscire dai rifugi e le abitazioni bombardate, e tutto per mano dei nazionalisti ucraini, raccontano. “Senza luce, senza acqua, senza cibo: abbiamo vissuto come i ratti”, spiega una coppia di anziani ormai rimasta senza niente.

E ancora: “I militari ucraini mettevano davanti ai portoni dei barattoli rossi, segnalando alle truppe i punti di fuoco: noi li abbiamo fatti sparire e così abbiamo salvato nostra casa, altrimenti saremmo morti. Quelli del palazzo davanti non l’hanno fatto e lì hanno messo un obice sul tetto da cui sparavano a ripetizione: ora di quel palazzo non resta niente, è stato completamente distrutto”. Un vero tiro al bersaglio da parte del battaglione Azov sui civili di Mariupol: così racconterebbero gli abitanti della città che, stremati, cercano ora una via di fuga verso Donetsk.

“Il 24 febbraio Mariupol è stata chiusa, eravamo in gabbia: non c’è mai stato un corridoio verde per portare via bambini e anziani. Hanno fatto saltare le rotaie del treno ed era impossibile uscire dalla città”. Smontata quindi, stando agli abitanti della città presa di mira, anche tutta l’organizzazione legata alla creazione di corridoi umanitari per far evacuare almeno le persone più fragili, come ha sempre riportato la stampa ucraina.

Anzi, dalle loro parole, sembrerebbe proprio che i civili siano stati tenuti con la forza nei confini della città: “Fin dall’inizio della guerra non è stato possibile lasciare Mariupol, i soldati avevano messo carrarmati in mezzo alle strade e ci dicevano che c’erano i ponti minati. Dopo era troppo tardi per fuggire. Solo quando la Russia ha conquistato tutta la costa orientale siamo riusciti a scappare”, spiega un ragazzo padre di due bambini che ha vissuto per almeno un mese in uno scantinato ed è stato costretto a rubare per dare cibo ai suoi figli.

E per quanto riguarda il fiume di persone che solo adesso si sta spostando nella capitale della repubblica indipendente separatista di Donetsk, l’Ucraina ha parlato di vere e proprie “deportazioni” russe. “Nessuno ci ha deportato: stiamo solo fuggendo all’inferno. Abbiamo persone sepolte sotto ogni casa, ci sono croci ovunque e hanno messo l’artiglieria tra gli edifici residenziali anche se c’era la scritta “bambini”: ci hanno usato come scudi umani”, prosegue un’altra donna raccontando come il battaglione Azov non abbia avuto pietà nemmeno dei più piccoli.

La città di Mariupol è infatti abitata, per la maggior parte, da persone di lingua russa e gli occupanti – cioè le milizie di Putin – vengono chiamati “liberatori” essendo – come riferiscono gli intervistati – gli unici ad aver permesso ai civili di salvarsi e scappare dalla furia Azov. “Noi ci sentiamo russi – racconta un uomo – È stata l’Ucraina che ci ha bombardato, non la Russia: tutto questo lo hanno fatto i neonazisti dell’Azov”.

E stando a quanto dichiarato dai civili è inevitabile tornare a riflettere su quei famosi uomini e donne rinchiusi nell’acciaieria e che, stando alle fonti ucraine, insieme ai nazionalisti non riescano a liberarsi a causa dell’avanzata russa. Torniamo a domandarci: come mai durante il cessate il fuoco, che le truppe del Cremlino ormai fanno quasi regolarmente, quei civili in Azovstal non riescono ad uscire?

Bianca Leonardi, 6 maggio 2022

Fonte: https://www.nicolaporro.it/mariupol-la-verita-dei-civili-il-battaglione-azov-ci-sparava-contro/

Azovstal, Capuozzo mostra il video dei miliziani di Azov: “Sapete cosa stanno cantando?”

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QUINTA COLONNA

Si combatte dentro l’acciaieria trasformata in un “inferno”. Asserragliati i soldati del Battaglione Azov

Una combattente di Azov asserragliata all’Azovstal. Il video ripreso da un cellulare. I “resistenti” all’assalto russo che intonano una canzone, l’odierna “Bella Ciao” come scrive qualcuno. È il video, pubblicato sui social e raccontato anche dai media italiani, su cui si sta discutendo in queste ore. Ovvero il canto dei soldati che difendono l’ultima postazione ucraina a Mariupol.

Perché se ne discute? Lo spiega Toni Capuozzo, molto critico sulla posizione che i media occidentali hanno preso rispetto al Battaglione (ormai un reggimento) accusato in passato di simpatie neonaziste. “Non so se sia vero che i “resistenti” dell’Azovstal abbiano chiesto una tonnellata di cibo per ogni quindici civili da rilasciare: la fonte è russa, e ovviamente non farebbe loro onore – scrive lo storico inviato di guerra sui suoi canali social – So quel che leggo sul Corriere della Sera di oggi, che li descrive come dei soldati Ryan da salvare, e paragona la loro canzone a Bella Ciao. Peccato che inneggi a Stepan Bandera, eroe del collaborazionismo con i nazisti. Non è l’unico equivoco: il Primo maggio dal concertone di Roma hanno spedito i saluti a Kiev, senza accorgersi che quella festività è abolita in Ucraina dal 2014″. La seconda strofa della canzone infatti dice: “L’Ucraina è la nostra madre e Stepan Bandera è nostro padre”.

Su Stepan Bandera molto si è detto e scritto. Ucciso a Monaco nel 1959, questo nazionalista ucraino divide la società: amato nella parte occidentale, viene considerato un fondamentalista nazista nelle zone ad Est. Quelle a maggioranza russofona. Nel 2018 vi furono non poche polemiche quando il Parlamento di Kiev decise di festeggiare come festa nazionale il compleanno del discusso combattente. Il leader dell’Oun, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, è infatti accusato di aver collaborato con Hitler anche se oggi per il Corriere diventa “patriota dell’Ucraina libera, irredenta e democratica”.

Secondo quanto riporta ilGiornale, “a partire dal febbraio del 1943 i nazionalisti ucraini cominciarono ad attaccare la popolazione polacca dell’oblast di Volyn’. L’Upa e l’Oun attaccarono oltre cento villaggi polacchi sterminando oltre centomila persone, in maggioranza donne, bambini e anziani”. Per questo in Polonia viene considerato un criminale, così come le attività dei due movimenti nazionalisti. Non solo. Anche il Parlamento europeo, in una risoluzione approvata il 25 febbraio del 2010, scrisse di “deplorare profondamente la decisione del Presidente uscente dell’Ucraina, Viktor Yushchenko, di attribuire a Stepan Bandera, uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN), che ha collaborato con la Germania nazista, il titolo postumo di «Eroe nazionale dell’Ucraina»; auspica, a questo proposito, che la nuova dirigenza ucraina riveda tali decisioni e mantenga il suo impegno nei confronti dei valori europei”

Fonte: https://www.nicolaporro.it/azovstal-capuozzo-mostra-il-video-dei-miliziani-di-azov-sapete-cosa-stanno-cantando/

Embargo petrolio russo, il nuovo piano Ue (tra deroghe e incertezze) cambia tutto

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“Questo piano mi pare una follia – dichiara il nostro responsabile Nazionale Matteo Castagna – perché, di fatto, è un secondo atto di guerra contro Putin, dopo l’invio di armi ad un Paese straniero, che è parte di una guerra che, al momento, non è ufficialmente nostra. L’Occidente dovrebbe riconoscere che la soluzione del conflitto è il raggiungimento di accordi diplomatici. Non esiste più il mondo governato dagli USA e dai suoi satelliti, come negli anni ’90. La Russia, la Cina e i BRICS in generale, sono altre Superpotenze con cui si dovrebbe concorrere in un mondo multipolare. Non vedo altra possibilità di scelta. Embarghi, sanzioni, minacce, provocazioni e muscoli di catone prolungano la guerra e la generale situazione conflittuale tra Oriente e Occidente”.

di Eugenio Palazzini

Roma, 6 mag – Prendere tempo, concedere deroghe, stabilire un nuovo piano. L’Ue teme rotture interne sull’embargo al petrolio russo e decide ora di cambiare (parzialmente) linea, avanzando una nuova proposta destinata a far discutere ancor di più. Vediamo perché.

La Commissione europea, pur ribadendo la necessità di sanzionare il petrolio di Mosca, prevede adesso una speciale deroga di due anni per Ungheria e Slovacchia. Non più soltanto un anno come inizialmente previsto e annunciato, dunque. Per Budapest e Bratislava, che continuano a mostrarsi fortemente refrattarie al sesto pacchetto di sanzioni europee, il divieto di importare greggio dalla Russia dovrebbe insomma entrerà in vigore a fine 2024.

Petrolio russo, il nuovo piano Ue a suon di deroghe e incertezze

Parliamo quindi, se dovessimo valutare queste misure a partire da oggi, di quasi due anni e mezzo di esenzione. Con tutta evidenza tutto potrebbe cambiare in questo lasso di tempo, sia in meglio che in peggio, nei rapporti tra Europa e Russia. Intanto Bruxelles è orientata a concedere una deroga analoga anche alla Repubblica Ceca, fino a giugno 2024. Ma non è tutto, perché le divisioni in seno all’Ue sono ben più ampie.

A protestare per il taglio repentino al petrolio russo sono anche Grecia, Malta e Cipro. A manifestare altri malumori sono Croazia e Bulgaria. Di conseguenza la Commissione europea valuta una deroga generale per gli altri Stati membri: di tre mesi, relativamente al divieto di trasporto del greggio di Mosca su navi Ue. Come noto, nel pacchetto di nuove sanzioni inizialmente previsto, il divieto sarebbe dovuto entrare in vigore già dal mese prossimo. Confusione, incertezze e disparità rischiano quindi di generare ulteriori frizioni.

Cercasi accordo politico

Nella giornata di oggi gli ambasciatori dei Paesi membri si riuniranno per discutere della questione e tentare un primo accordo politico, con l’obiettivo di giungere all’approvazione formale delle nuove misure contro la Russia entro questo fine settimana. “Stiamo lavorando per arrivare a un accordo tra tutti i Paesi europei, per fermare l’importazione di petrolio dalla Russia. Si farà”, ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell. “E se non si fa presto, cioè entro questo fine settimana, dovrò far riunire il Consiglio dei ministri degli Affari esteri per avere un accordo politico”, ha aggiunto Borrell. Mission impossible? Tutto dipende, probabilmente, dall’Ungheria. Se cioè Orban accetterà la deroga di due anni oppure la giudicherà insufficiente.

Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/politica/embargo-petrolio-russo-nuovo-piano-ue-tra-deroghe-incertezze-cambia-tutto-232650/

Mercenari israeliani combattono per l’Ucraina contro la Russia

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di Luciano Lago

Mosca afferma che mercenari israeliani hanno combattuto a fianco delle truppe ucraine contro le forze russe negli ultimi mesi di conflitto. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto mercoledì alla radio Sputnik in un’intervista che i militanti israeliani erano attivi sul campo insieme al reggimento di estrema destra Azov, che opera sotto il comando dell’esercito ucraino dal 2014. I mercenari israeliani sono praticamente spalla a spalla con i militanti Azov in Ucraina.

Azov è salito alla ribalta nel 2014, quando i suoi attivisti di estrema destra hanno preso le armi per combattere i separatisti filo-russi nella regione orientale del Donbass, in Ucraina. I suoi membri fanno ora parte delle forze ucraine nella città portuale di Mariupol, rintanata all’interno dell’acciaieria Azovstal, contro la quale martedì le forze russe hanno lanciato un grande attacco.

La Russia vede i membri dell’Azov come “fascisti” e “nazisti”. (Per l’Occidente i militanti di Azov sono “bravi ragazzi”). Il 1° maggio, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato che Adolf Hitler aveva “sangue ebreo”. Questo ha alimentato il già ardente fuoco della guerra. Il principale diplomatico russo, parlando al canale Rete 4 di Mediaset, ha affermato che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “avanza un argomento su che tipo di nazismo possono avere se lui stesso è ebreo”.

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha affermato che “le origini ebraiche del presidente (Zelensky) non sono una garanzia di protezione contro il neonazismo dilagante nel Paese”. Il regime israeliano aveva convocato lunedì l’ambasciatore russo per “chiarimenti”. Il Cremlino ha criticato il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid per aver accusato Mosca di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Ad aprile, il ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid ha accusato la Russia di aver commesso crimini di guerra in Ucraina. Mosca ha risposto, accusando Israele di usare l’Ucraina per “distogliere” l’attenzione globale dalla sua aggressione contro i palestinesi.

Il 24 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’operazione in Ucraina. Il conflitto ha provocato una risposta unanime da parte dei paesi occidentali, che hanno imposto una lunga serie di sanzioni a Mosca. La Russia afferma che interromperà immediatamente l’operazione se Kiev soddisferà l’elenco di richieste di Mosca, inclusa la non domanda di adesione alla NATO.

Israele ha espresso solidarietà all’Ucraina ma, a differenza dei suoi alleati occidentali, si è astenuto dall’imporre sanzioni formali alla Russia.

Foto: Controinformazione.info

6 maggio 2022

Fonte: https://www.ideeazione.com/mercenari-israeliani-combattono-per-lucraina-contro-la-russia/

Guareschi, lo scrittore che nacque (e non morì più)

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QUINTA COLONNA

di Giuliano Guzzo

Quasi nessuno lo ricorderà ma oggi, 114 anni fa, nella bassa parmense nasceva lo scrittore italiano più tradotto del mondo nonché uno dei più venduti di sempre: Giovannino Guareschi. Nacque infatti l’1 maggio 1908 e morì nel luglio 1968 ignorato e sbeffeggiato, con la sua morte che il tiggì liquidò in 135 secondi e L’Unità con un vergognoso epitaffio: «E’ morto uno scrittore mai nato». Invece, oltre che essere nato 113 anni fa, Guareschi vive ancora. Dove? In più ambiti.

Tanto per cominciare vive nel pubblico sempre appassionato dei film di don Camillo e Peppone, replicati all’infinito eppure mai ripetitivi, in bianco e nero eppure pieni di calore – e nell’altrettanto vasta platea dei suoi libri, scritti tutti con il genio della semplicità. Guareschi vive poi ancora nel Mondo piccolo, quella bassa padana e strapaesana che ha saputo presentarci esaltandone i tratti essenziali: l’umanità, l’ironia, la fede, il vino, i campi e, naturalmente, il grande fiume, spettatore primo e sintesi ultima di tante commoventi storie.

A ben vedere, egli vive pure nel populismo di oggi di cui, a sua insaputa, fu profeta ante litteram se pensiamo che – ben prima della Brexit, dell’elezione di Trump e della ribellione antiglobalista delle periferie – ebbe a sottolinearne l’essenza, quando affermava: «La provincia è la grande riserva intellettuale, artistica e spirituale del Paese» (Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia, Rizzoli 1993, p.141). Ancora, il papà di don Camillo vive in quell’antitotalitarismo di cui fu testimone prezioso.

Infatti, mise in luce come nessun altro il bisogno d’essere sia antifascisti (nel 1942 durante una sbornia diffamò il duce e i gerarchi, finendo in galera) sia anticomunisti (suo lo slogan «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!»). Non solo: all’occorrenza, unico giornalista nella storia repubblicana, finì pure in galera in seguito ad uno scontro con De Gasperi, rifiutando di fare ricorso in appello.

Da questo punto di vista, Guareschi vive ancora nel coraggio di chi vuole restare libero, di chi non si piega, di chi segue la coscienza anche se essa lo conduce fin dentro una cella. Giornalista, caricaturista, umorista, perfino designer, è stato dunque un vero gigante. Tanto che, mentre qui alla sua morte lo si snobbava, la rivista americana Life che gli dedicò nove pagine e Time scrisse che per capire Italia e italiani bisogna leggere Machiavelli, Mussolini e Guareschi, lo scrittore che nacque e non morì più.

Fonte: https://giulianoguzzo.com/2021/05/01/guareschi-lo-scrittore-che-nacque-e-non-mori-piu/#more-19178

1° maggio: 75 anni di violenza ai diritti dei lavoratori con la complicità dei sindacati

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Con il cortese assenso dell’autore, pubblichiamo questo articolo molto interessante e poco politicamente corretto:

di Emilio Giuliana

Oggi più che mai la retorica della festa dei lavoratori del 1° maggio ha raggiunto il punto più basso dal giorno della sua calendarizzazione. Di fatto, inesorabilmente, un’abrogazione di diritti sul lavoro dopo l’altro, da festa dei lavoratori si è trasformata alla “festa ai lavoratori” (vedasi la situazione venutasi a creare dopo i provvedimenti anti coronavirus, trasformatisi in provvedimenti affossa lavoro e lavoratori).

Dall’unità d’Italia, fino all’avvento del governo monarchico fascista, le condizioni dei lavoratori erano disumane, i pochi provvedimenti in termini di diritti migliorativi si dimostravano gravemente inadeguati e non per tutti.

È storicamente e documentalmente dimostrato, che la dignità che spettava ai lavoratori, viene ad essi consegnata dai provvedimenti introdotti dal governo monarchico fascista, così come onestamente aveva asserito la comunista Margherita Hack.

Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo. Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo”.

Le dirò –prosegue la Hack– il fascismo modernizzò il paese. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo” (Marzo 2013 Barricate).

Anche da oltre Oceano giunsero segni di apprezzamento per l’opera messa in atto dall’Italia del Ventennio. John Patrick Diggins, autore del libro “L’America, Mussolini e il Fascismo”, a pag. 45, ha scritto: “Negli anni Trenta lo Stato corporativo sembrò una fucina di fumanti industrie. Mentre l’America annaspava, il progresso dell’Italia nella navigazione, nell’aviazione, nelle costruzioni idroelettriche e nei lavori pubblici, offriva un allettante esempio di azione diretta di pianificazione nazionale. In confronto all’inettitudine con cui il Presidente Hoover affronto la crisi economica, il dittatore italiano appariva un modello di attività (…)”. 

Il comunista Renzo De Felice: “La liberale e antifascista ‘Nation’ arrivava ad auspicare un Mussolini anche per gli Stati Uniti”.

L’inglese Michael Shanks, economista di vasta esperienza internazionale, già direttore della Commissione Europea degli Affari Sociali, nonché Presidente del Consiglio dei Consumi, indica nel suo libro “What’s wrong with the modern world?” lo Stato Corporativo di Mussolini come l’unico metodo per uscire dalli crisi.

Il Regime fascista nel suo “programma politico e sociale per l’ammodernamento e l’industrializzazione del Paese”, come osservato anche dal politologo e storico statunitense James Gregor, non poteva eludere una globale politica previdenziale. La competenza dell’INPS andava dall’invalidità e vecchiaia alla disoccupazione, dalla maternità alle malattie.

Altre assicurazioni coprivano, praticamente, la totalità dei prestatori d’opera, garantendo così all’Italia un altro primato mondiale. Sulla scia dell’INPS sorsero, sempre negli anni ’30, l’INAM, l’EMPAS, l’INADEL, l’ENPDEP, tutti enti che permetteranno poi, anche se fra scandali, ruberie e arroccamenti di potere politico, all’Italia post-fascista di tutelare i lavoratori.

Frank Delano Roosevelt aveva impostato la campagna elettorale all’insegna del New Deal, ossia ad un vasto intervento statale in campo economico, ossia proponendo un’alternativa al liberismo capitalista. Una volta eletto Roosevelt inviò, nel 1934, in Italia Rexford Tugwell e Raymond Moley, due fra i suoi più preparati uomini del Brain Trust per studiare il miracolo italiano.

Nel 1933 Roosevelt firmò il First New Deal, e il Second New Deal venne firmato nel 1934-1936. Quindi Franklin D. Roosevelt ad istituire il Social Security Act, una legge che introduceva, nell’ambito del New Deal, indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia.

Contemporaneamente nacque anche il programma Aid to Family with Dependent Children (aiuto alle famiglie con figli a carico), tutti provvedimenti che avevano già visto la luce in Italia nel Ventennio fascista. Incredibilmente, gli Stati Uniti d’America, la casa della democrazia accettò, mutuò ed applicò i concetti degli Stati totalitari per uscire dalla grande crisi. Purtroppo, per gli USA, la Corte Costituzionale americana, decretò l’incostituzionalità di alcuni provvedimenti.

Quel che segue è un elenco frammentario ed incompleto, ma significativo, di alcune leggi, riforme a favore del lavoratore realizzate dal Fascismo, che cambiarono il volto della società italiana.

Assicurazione Invalidità e Vecchiaia (R.D. 3184 – 30/12/1923); Riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere (R.D. 1955 – 10/9/1923); Tutela lavoro donne e fanciulli (R.D. 653 – 26/4/1923); Assistenza ospedaliera per i poveri (R.D. 2841 30/12/1923); Assicurazione contro la disoccupazione (R. D. 3158 – 30/12/1923); Maternità e infanzia (R.D. 2277 – 10/12/1925); Assicurazione contro la TBC (R.D.2055 -27/10/1927); Esenzioni tributarie famiglie numerose (R.D.1312 – 14/6/1928); Opera nazionale orfani di guerra (R.D. 1397 – 26/7/1929); Istituzione libretto di lavoro (R.D. 112 – 10/1/1935); INPS (R.D.1827 – 4/10/1935); Riduzione settimana lavorativa a 40 ore (R.D. 1768 – 29/5/1937); ECA (R.D. 847 – 3/6/1937); Assegni familiari (R.D. 1048 – 17/6/1937); Casse rurali e artigiane (R.D.1706 – 26/8/1937); INAM (R.D. 318 – 11/1/1943); Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali e legge istitutiva dell’INAIL (R.D. 928 – 13/5/1929 e R.D. 264 – 23/3/1933)

Il capolavoro per eccellenza fu la socializzazione delle imprese.

<< Chi dice lavoro dice borghesia produttiva e classi lavoratrici delle città e dei campi. Non privilegi alla prima, non privilegi alle ultime, ma tutela di tutti gli interessi che si armonizzano con quelli della produzione e della Nazione>>. (BENITO MUSSOLINI, Il primo discorso presidenziale alla Camera dei deputati, in Opera Omnia, XIX, pp. 21-22)

Storicamente nel periodo compreso tra il 1919 (Conferenza di Pace di Parigi) e il 1939 si consuma la chiusura dei conti del Capitalismo Finanziario con i due “indisciplinati” Paesi europei, Germania e Italia. Il progressivo deterioramento dei rapporti tra il Fascismo e le democrazie occidentali, è dovuto principalmente alle decisioni adottate da Mussolini nell’interesse del popolo italiano, che determinarono sostanziali cambiamenti nella vita economica e sociale del nostro Paese.

Vedi la progressiva costituzione dello Stato Corporativo. Il 18 agosto 1926, nel discorso che tenne a Pesaro, Mussolini manifestò la propria intenzione di rivalutare la lira, stabilendo la cosiddetta “Quota Novanta”, cioè il limite massimo del cambio della nostra moneta (lire 92,46) per una sterlina inglese (e di 19 lire per un dollaro degli Stati Uniti).

La rivalutazione della lira era dunque il primo passo del percorso, tracciato da Mussolini, verso la prevista socializzazione delle imprese, enunciata poi, in ben altre, difficili, circostanze nel 1944, come parte fondamentale dei 18 punti del Manifesto di Verona.

Queste le parole di Mussolini “La socializzazione altro non è se non la realizzazione italiana, umana, nostra, effettuabile del socialismo. Dico nostra in quanto fa del lavoro il soggetto unico dell’economia, ma respinge le meccaniche livellazioni inesistenti nella natura impossibili nella storia”.

Tappa decisiva di questo processo furono i principi dell’ordinamento corporativo, espressi nella Carta del Lavoro che vide la luce nell’aprile del 1927. La “Carta del Lavoro” attribuiva ai lavoratori quei diritti che per la prima volta permettevano loro di stabilire nuovi e ordinati rapporti con i detentori del capitale.

Nell’assegno in bianco – conosciuto come Armistizio Lungo – accettato firmato il 29 settembre del 1943 dal maresciallo Badoglio per il Regno d’Italia, Art. 33 è il più significativo, perché di fatto pretende l’abrogazione della legge sulla socializzazione delle imprese. ”Il Governo italiano adempirà le istruzioni che le Nazioni Unite potranno impartire riguardo alla restituzione, consegna, servizi o pagamenti quale indennizzo (payments by reparation of war) e pagamento delle spese di occupazione”.

Finita la guerra, i comunisti che controllavano il C.L.N.A.I., come primo atto ufficiale, firmato da Mario Berlinguer (padre di Enrico), addirittura il 25 aprile, abolirono la legge sulla socializzazione. Era il dovuto riconoscimento da parte dei comunisti verso il grande capitale, per l’aiuto economico elargito da quest’ultimo al movimento partigiano dominato al novanta per cento dai comunisti.

Con l’introduzione della Repubblica – dopo un referendum Monarchia / Repubblica discutibilissimo – le tutele dei lavoratori sono in settantacinque anni stuprati, violentati, abortiti. La legge Biagi, che ha reso il lavoro precario, abrogata e sostituita con una legge ancor più disarmante, il Jobs act, l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il recepimento della direttiva Bolkestein, la legge Fornero….

In un Paese, l’Italia, che il 25 aprile festeggia un’OCCUPAZIONE militare (sul territorio italiano 59 basi ed installazioni militari con personale statunitensi con circa 13.000 militari) spacciata per liberazione (stratificata sindrome di Stoccolma), non stupisce che si festeggino i lavoratori quanto in realtà, come già anticipato sopra, è da tempo che hanno fatto la FESTA ai lavoratori con la complicità dei sindacati. 

Ps. «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non è una barzelletta che non fa ridere, è il primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana.

Il contributo per La Voce del Trentino è di Emilio Giuliana,

Fonte: https://www.lavocedeltrentino.it/2020/05/01/1-maggio-75-anni-di-violenza-ai-diritti-dei-lavoratori-con-la-complicita-dei-sindacati/

PENSIERI ERETICAMENTE CORRETTI SULLA GUERRA IN UCRAINA

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L’EDITORIALE DEL LUNEDI

di Matteo Castagna per https://www.informazionecattolica.it/2022/05/02/pensieri-ereticamente-corretti-sulla-guerra-in-ucraina/

L’ASSOLUTA MANCANZA DI DIBATTITO IN MERITO ALLA GUERRA IN CORSO IN UCRAINA DIMOSTRA IL NOSTRO SCARSO LIVELLO DI DEMOCRAZIA…

Uno dei più preparati intellettuali italiani, Pietrangelo Buttafuoco, ha avuto modo di lamentare, dalle colonne del quotidiano La Verità del 25 aprile 2022, l’assoluta mancanza di dibattito in merito alla guerra in corso in Ucraina. «Tutto è destinato alla propaganda, alla malafede obbligata», ha affermato. E prosegue, sarcasticamente: «l’Italia, rispetto alla Nato, è come la Bielorussia per Putin».

Buttafuoco getta proprio ancora benzina sul fuoco: «Neppure la democrazia cristiana più cattocomunista dei Dossetti ha mai avuto un atteggiamento di tale sudditanza. Forse anche perché il pontificato dell’Italia di allora aveva un peso che l’attuale non ha. Oggi agli Stati Uniti non importa nulla del Vaticano, sono indifferenti e quasi sprezzanti. Non considerano questo Papa un interlocutore. Purtroppo siamo sempre costretti a ragionare in un ambito angusto: quando alziamo lo sguardo sulla scena internazionale non ci rendiamo conto di come all’estero considerino le vicende italiane».

Anche l’attuale centrosinistra, per alcuni veterocomunisti sorprendentemente ultra-atlantista, non sorprende l’opinionista siciliano, perché ne conosce l’ideologia: «quella di avere sempre uno Stato guida cui fare riferimento. È l’ortodossia togliattiana».

Oggi, per i sinistri d’ogni parrocchia, esso «è direttamente il “deep state” americano. D’altro canto, in una situazione come questa non possiamo pensare che sia Biden l’eminenza grigia, il cervello fondante. Semmai è la Cia e quelle strutture di sistema che costituiscono l’apparato di potere dell’Occidente».

Buttafuoco ha scritto, anche, che gli Stati Uniti vogliono trasformare la Russia nell’Unione Europea e, la sua riflessione, anche da questo punto di vista è molto interessante: «per l’Occidente la Russia è un nemico più ostile persino dell’Unione Sovietica, perché decenni di materialismo scientifico non sono riusciti a scalfirne l’identità e lo spirito. La Russia è la prima potenza cristiana sul continente europeo, ha solide tradizioni, a Dio i russi ci credono davvero. Tutto ciò appare preoccupante e odioso per chi guarda il mondo con gli occhi del laicismo e dello scientismo occidentale».

Il mondo politico ed economico del Paese – sostiene Buttafuoco – «anziché perdere tempo con la propaganda, dovrebbe riflettere su una guerra che mette in discussione la globalizzazione. Noi occidentali siamo convinti di avere la parola definitiva sugli eventi della storia, ma esiste un disegno globale dove potenze spiritualmente fortissime si sono incontrate: Cina, Russia, India, Pakistan».

Se, ad osservatori attenti alle questioni internazionali appare evidente che vincerà Vladimir Putin, vedremo i cortigiani della NATO, televisivi e della carta stampata, fare l’inchino al grande zar. Del resto, la storia si ripeterà semplicemente: noti uomini di cultura e giornalisti, “camerati” fino al 24 Aprile 1945, sono diventati gli scendiletto degli Alleati, il giorno dopo. Avverrà anche con la Russia. Già pregusto il Caffè di Gramellini corretto alla vodka, assieme a Buttafuoco e a numerosi amici che non hanno messo la testa sotto la sabbia e che non solo allineati alla propaganda mainstream.

Su “Ardire” del 2 Marzo 2022, il giornalista Javier André Ziosi scrive: «contrariamente a quanto si possa pensare, l’Ucraina è dominata da una potente loggia massonica di matrice ebraica, la B’nai B’rith, che fin dal 2014 ha soffiato sul fuoco della guerra, conducendo all’attuale conflitto. Poche ore dopo l’invasione russa dell’Ucraina (cominciata alle prime ore del 24 febbraio), la sezione inglese della loggia massonica ebraica B’nai B’rith – nota per influenzare la politica e i governi di tutto l’Occidente – ha emanato un significativo, seppur breve, comunicato di denuncia» dell’azione di guerra operata dalla Federazione Russa.

Anche il Primo Ministro d’Israele, Naftali Bennet (che, a ottobre 2021, aveva partecipato ad un incontro «caloroso e positivo» con Putin), si è espresso a favore del popolo ucraino e contro l’invasione russa: «come tutti gli altri, preghiamo per la pace e per la tranquillità in Ucraina».

Anche il giornalista Maurizio Blondet, ex del quotidiano Avvenire, va alla ricerca di un dibattito pubblico, seppur in termini differenti rispetto a quelli utilizzati da Buttafuoco. Il suo ragionamento mira a dimostrare che c’è una precisa regia dietro l’adesione acritica di massa alle politiche NATO: «che cosa unisce l’ebraismo militante e massonico, e con esso Israele, all’Ucraina e al suo presidente, l’ebreo Volodymyr Zelens’kyj? Esiste un legame occulto fra la B’nai B’rith e la nuova Ucraina europeista e filo-americana emersa dal “golpe” del 2014? Di chi sono le responsabilità del conflitto? Obiettivo della B’nai B’rith, in sintesi, fu quello di coinvolgere gli ebrei ucraini (e altre minoranze etniche, come i tatari) nelle proteste, convogliando tutte le forze anti-russe – compresa la destra radicale, composta dal partito Svoboda, dal Congresso Nazionalista e dal movimento Pravyj Sektor – in un unico, grande cartello europeista e filo-americano, in grado di condurre ad un radicale cambio di governo e svincolare così l’Ucraina dalle grinfie della Russia. Attraverso ONG e attivisti locali e stranieri, col consueto apporto dell’ebreo ungherese George Soros, la loggia B’nai B’rith soffiò sul fuoco del malcontento ucraino, portando ad una veloce escalation delle proteste e alla conseguente fuga di Yanukovych (febbraio 2014), che, come previsto, lasciò il Paese in mano alla cricca europeista e filo-sionista del nuovo presidente Petro Porošenko, il quale, un anno dopo, è già a Gerusalemme per stringere diversi accordi bilaterali, ammettendo: “L’Ucraina è con lo Stato di Israele».

La giornalista anti-russa Anne Applebaum, domandandosi il «perché l’Ucraina è diventata l’ossessione di Putin», ha risposto: «è una democrazia, e questo per [Putin] è un pericolo. Putin è spaventato all’idea che a Mosca possa ripetersi quello che è accaduto a Kiev nel 2014. Lo considera una minaccia personale. Ho sempre pensato che Putin fosse razionale, a modo suo. Non ha mai preso grossi rischi, in fondo. Era brutale, magari, ma non si è mai buttato in sfide che non potesse vincere. Oggi è diverso. L’invasione sembra un azzardo. […] Non so di cosa abbia paura, se della morte o di perdere il potere».

Pertanto, sorge spontanea una domanda: è corretto, nel caso dell’invasione dell’Ucraina, da parte delle truppe russe, parlare di «denazificazione», quando invece i cosiddetti “nazisti” ucraini non possiedono alcun seggio in parlamento e il Paese è governato da un ebreo? «Dobbiamo concentrarci sui fatti», ha dichiarato il reporter Avi Yemini, «i russi hanno invaso perché l’Ucraina è nazista? No. Esiste un problema di estremismo in Ucraina? Sì, ma non è questa la ragione che spiega quello che sta accadendo».

La Russia, capofila di tutti i Paesi emergenti d’Oriente, soprattutto della Cina, pretende, perché ne ha la forza, un mondo multipolare, ove non esistano potenziali minacce ai confini costituite da basi militari o laboratori bio-chimici. Appare, dunque, poco lungimirante evitare di sedersi ad un tavolo diplomatico per addivenire, almeno, agli accordi sostanziali per la “nuova società” del Terzo Millennio. E mostrare i muscoli da parte di questo Occidente secolarizzato e debole, sembra davvero assurdo, perché l’UE passa per Tafazzi, assieme a tutta la combriccola NATO.

 

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