Clamoroso Qatargate: eurodeputati pagati dalle spie del Marocco

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Roma, 15 dic – Il Qatargate non si ferma ai quattro arrestati e fa tremare l’Ue. È quanto emerge dagli ultimi aggiornamenti pubblicati dall’Agi, per un’inchiesta che comincia a dare segnali preoccupanti per le istituzioni di Bruxelles. La bomba viene direttamente da Francesco Giorgi, che incalzato dagli investigatori ha confessato di aver fatto parte di un’organizzazione utilizzata dai servizi segreti del Marocco e dal Qatar per interferire e condizionare gli affari europei, come riporta l’Ansa.

Qatargate, la corruzione Ue potrebbe essere molto più ampia

I quattro arrestati potrebbero essere soltanto la punta dell’iceberg di un sistema molto più complesso e ampio. Le ipotesi della procura di Bruxelles, infatti, si stanno estendendo alla possibilità che molti altri rappresentanti dell’europarlamento possano essere stati indotti a “moderare” le loro posizioni sull’emirato del Golfo, con l’ausilio di “incentivi” non esattamente leciti (per usare un ironico eufemismo). Non solo Antonio Panzeri, Eva Kaili, Francesco Giorgi, quindi. Soprattutto vista la confessione di quest’ultimo, il quale non solo ammette di aver gestito direttamente i contatti tra fonti esterne all’Ue e i politici coinvolti, in un contesto senza mezzi termini di natura organizzativa, ma fa anche altri nomi, come quelli di Andrea Cozzolino e Marc Tarabella, europarlamentari del gruppo S&D, che avrebbero ricevuto denaro con il tramite di Panzeri. Il Marocco, in particolare, sarebbe coinvolto nella vicenda di sospetta corruzione, grazie al suo servizio di informazione esterna, la Dged. Il quale avrebbe a sua volta versato altri “pagamenti”.

servizi segreti belgi, insieme alle intelligence di altri cinque Paesi, avevano del resto scoperto tutto già nel 2021, quando nel corso di un’operazione segreta avevano già trovato il denaro in casa di Panzeri. Ora l’ipotesi che prende sempre più quota è quella di altri europarlamentari a “libro paga” qatariota. Ovvero, senza giri di parole, un’organizzazione strutturata, voti comprati in via sistematica e relative “retribuzioni”. Tutto da verificare, chiaramente, ma gli investigatori stessi si stanno concentrando sui documenti e, soprattutto, sui tracciamenti bancari.  Non casualmente, in casa nostra, la Procura di Milano guidata da Fabio De Pasquale “segue i soldi” di Panzeri e della sua famiglia in Italia, setacciando ben sette conti correnti che potrebbero essere utili a fare ulteriore luce sulla faccenda.

L’immagine di Bruxelles distrutta

La questione non riguarda solo il Parlamento europeo, ma tutta l’Ue, considerando che per i cittadini dell’Unione non è che ci siano distinzioni tra assemblea, Commissione o Consiglio: un terremoto del genere rischia di distruggere una reputazione già compromessa per altri motivi ma che ora potrebbe subire anche l’erosione dell’immagine “onesta” che Bruxelles ha sempre esibito. D’altronde, perfino nella super-europeista Italia, l’inchiesta ha generato sgomento. Se perfino Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ne rileva il peso, vuol dire che la questione è potenzialmente deflagrante. I dubbi di Bonomi, espressi durante l’Assemblea di Confagricoltura, sono del resto espliciti: “Quello che è successo a Bruxelles ci deve far riflettere, a parte l’elemento legato alla corruzione se verrà riscontrato e verificato, mi chiedo se alcuni provvedimenti siano stati presi perchè influenzati da economie straniere. Pongo il tema se le scelte su automotive sono scelte consapevoli o le abbiamo fatte spinte da pressioni esterne?”. Ovviamente, precisando sempre che “non si tratta di mettere in dubbio l’Europa, assolutamente”. Quello, per carità, giammai.

DI ALBERTO CELLETTI

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Clamoroso Qatargate: eurodeputati pagati dalle spie del Marocco

Cina sempre più vicina all’Arabia Saudita, e non solo per la fame di petrolio

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di Chiara Masotto*

NON È PIÙ SOLO IL PETROLIO A LEGARE QUESTI DUE PAESI: CI SONO INVESTIMENTI PER SVILUPPARE I TRASPORTI MARITTIMI E PER INSEGNARE LA LINGUA CINESE NELLE UNIVERSITÀ. OGGI A LEGARLI SONO LO SVILUPPO ECONOMICO, LA SICUREZZA DELLE SUPPLY CHAIN, LA CULTURA E LA VICINANZA DI OPINIONI SUL TEMA DEI DIRITTI UMANI. INTANTO AUMENTA IL GELO TRA STATI UNITI E REGNO ARABO…

La visita del Presidente Xi a Riyadh è l’apice di un percorso di avvicinamento tra i due Paesi in corso da anni. Le relazioni tra i due Paesi sono sempre state di natura principalmente transazionale: il Regno dell’Arabia Saudita e la Repubblica Popolare Cinese hanno stabilito relazioni diplomatiche ufficiali il 1^ luglio 1990, più di dieci anni dopo il riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Pechino (1979) e la sostituzione della Repubblica di Cina, nome ufficiale di Taiwan, con la Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite nel 1971.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale Taipei manteneva relazioni diplomatiche con poche nazioni arabe, e una di questa era il Regno dell’Arabia Saudita. Alla base della relazione c’era la collaborazione nel campo dell’agricoltura, ma presto Riyadh ottenne un posto speciale nel cuore di Taipei per due motivi, il suo status di maggior fornitore di petrolio – la Chinese Petrolium Company di Taiwan importava il 40% del greggio da Riyadh – e il continuo riconoscimento e sostegno dato alla Repubblica Di Cina fino agli anni ’90.

Il game changer nel triangolo Pechino – Riyadh – Taipei furono le riforme economiche di Deng Xiaoping, che se da un lato resero la Repubblica Popolare un partner economico irrinunciabile, dall’altro amplificarono una debolezza strutturale del Paese: le difficoltà di approvvigionamento energetico. Con una Pechino costretta a cercare nuove fonti energetiche, la postura di Pechino si fece molto più aggressiva – basta pensare alle dispute nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, che passarono dall’essere dispute prettamente politiche combattute a suon di dichiarazioni e proteste formali ad un continuo susseguirsi di azioni anche militari per ottenere il controllo fattuale delle acque e dei fondali. La fame di petrolio avvicinò Riyadh, la cui economia si basava (e si fonda tuttora) principalmente sulle esportazioni di idrocarburi, e Pechino, il cui bisogno di petrolio cresceva alla stessa velocità della sua economia.

Partner irrinunciabili, ma solo dal punto di vista economico: la prima visita ufficiale tra capi di Stato fu nel 1999, quando Jiang Zemin visitò il Regno per concludere il Strategic Oil Cooperation Agreement, il primo di una lunga serie di accordi per la cooperazione nel settore energetico in cui Pechino offre il capitale e Riyadh offre petrolio e la possibilità agli investitori cinesi di accedere al mercato.

È nei primi anni 2000 che le relazioni si fanno più profonde: nel 2004 la Repubblica Popolare e il Regno furono impegnati in una serie di incontri diplomatici che culminarono nell’accordo tra Sinopec, la State Owned Enterprise che si occupa di importare e raffinare petrolio, e il Regno per l’esplorazione congiunta e lo sviluppo del sito di Rub’ Al Khali) e nel 2005 ai primi colloqui ufficiali tra Pechino e l’OPEC.

Nel 2006 il re Habdullah fu il primo capo di Stato del regno a visitare la Repubblica Popolare, e firmò cinque accordi di cooperazione in campo energetico ma colse anche l’occasione per discutere ulteriori possibili accordi commerciali, tasse e dazi doganali e requisiti tecnici dei beni venduti e finalizzare un prestito della Saudi Arabia Development Bank nello Xinjiang. La visita fu un successo, al punto tale che il Presidente Hu dichiarò che “si sta scrivendo un nuovo capitolo nella cooperazione amichevole tra Arabia Saudita e Cina nel nuovo secolo”.

L’entusiasmo non calò nei mesi successivi: durante la sua visita nel Regno ad Aprile dello stesso anno il Presidente Hu fu il primo leader straniero a cui fu data la possibilità di tenere un discorso di fronte al Consiglio Legislativo. Le visite sono continuate negli anni a venire e hanno coinvolto un numero sempre maggiore di ufficiali – nel 2019 il Principe Muhammad Bin Salman incontrò il Presidente Xi e numerosi ufficiali tra cui il Ministro degli Esteri.

Non è più solo il petrolio a legare questi due Paesi: nel 2019 il Principe e il Presidente Xi discussero della possibilità di investire congiuntamente nella ricerca per sviluppare i trasporti marittimi e il Principe aprì la possibilità di insegnare la lingua cinese nelle università del regno. Oggi a legarli sono lo sviluppo economico, la sicurezza delle supply chain (catene di approvvigionamento), la cultura e la vicinanza di opinioni sul tema dei diritti umani.

La relazione tra i due non ha l’ufficialità di una partnership strategica, ma è altrettanto, se non più, funzionale: ciò che la rende così apprezzabile per entrambi è il fatto che non ci siano vincoli sgraditi. A Riyadh sta stretta l’insoddisfazione americana per il suo ruolo nella guerra in Yemen e le violazioni dei diritti umani, sentimento condiviso da Pechino per quelle che considera interferenze interne nell’amministrazione dello Xinjiang, regione a maggioranza musulmana dove le politiche portate avanti da Pechino sono accusate di violazione dei diritti umani e genocidio.

I due partner si spalleggiano apertamente: il Regno ha inviato alle Nazioni Unite una lettera in cui difende le azioni di Pechino nello Xinjiang, e nel discorso congiunto tra il Presidente Xi e il Principe Bin Salman il Presidente cinese ha asserito che “la Cina supporta fermamente l’Arabia Saudita nel mantenere la propria sovranità, sicurezza e stabilità, e supporta il Regno nel perseguire le strategie più adatte ai suoi bisogni nazionali”.

In termini profani, il Regno sa cosa serve al Regno e nessuno ha il diritto di dettare condizioni o esigere cambiamenti di rotta, in particolare Washington. Sia Pechino che Riyadh sono incastrate nel difficilissimo esercizio di equilibrio che è il bilanciare aperture e riforme economiche con il mantenimento di uno Stato autoritario in cui sono i diritti collettivi ad avere la precedenza su quelli individuali, sforzo intellettuale e pratico che non potrebbe essere più distante dal mondo occidentale.

Cosa portare a casa da questa visita? Entrambi cercano maggiore spazio di manovra nella scena internazionale: il gelo tra il Regno e gli Stati Uniti è reale, anche se negato nelle dichiarazioni ufficiali, portato a galla dal mancato supporto di Riyadh alle sanzioni. Inoltre il Regno si è rifiutato di pompare più greggio sul mercato per sopperire ai deficit creati dalle sanzioni a Mosca, costringendo l’Occidente a continuare a comprare gas russo e dalla richiesta di risolvere la crisi politicamente, senza condannare l’invasione.

La promessa di collaborare in fora come il G20 ha un grande potenziale politico: come fornitore di petrolio con grande influenza nella regione e seconda economia del mondo, i due avrebbero abbastanza influenza economica da far riconsiderare a molti le loro posizioni, e se la collaborazione tra la Belt and Road, la Saudi Arabia Vision 2030 e la Middle East Green Initiative funzionasse nel modo immaginato tra i due, le ricadute economiche sarebbero enormi e trascenderebbero la mera prosperità materiale.

Ad oggi, Huawei porterà interner nelle zone rurali del Regno e le compagnie cinesi costruiranno le infrastrutture che il Principe desidera, dando un mercato al surplus di materiale da costruzione made in China. Il futuro di questa partnership non è però scritto nella pietra: al momento permette al Principe di realizzare il suo sogno di essere lo zar Pietro il Grande d’Arabia e al Presidente di portare avanti il suo progetto per una Cina potente, ricca e influente ma, come dicono i due, il mondo è sempre più multipolare e mutevole. Ovvero, oggi questa alleanza conviene, ma converrà in un ambiente geopolitico diverso? Federico il Grande di Prussia avrebbe detto che le alleanze sono fatte per essere rotte, i suoi aspiranti eredi moderni preferiranno parlare di interessi divergenti.

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Cina sempre più vicina all’Arabia Saudita, e non solo per la fame di petrolio

Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

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Roma, 14 dic – Il Qatargate ha generato un fiume di denaro illegale puntando anche sulle Ong. Dopo i ritrovamenti addirittura nelle case dei diretti interessati, a seguito delle perquisizioni a tappeto degli ultimi giorni, un altro elemento viene fuori, come riportato da Affari Italiani.

Qatargate e Ong: “Fanno girare soldi”

Soldi, tanti soldi. Mazzette con cifre che la maggior parte delle persone non si sogna di guadagnare in una vita. Tutti lì, messi in vila, forse nelle classiche valigette da film, ma anche le borse vanno bene. Ma questo non è un film, è la cruda realtà: quella che inchioda l’Ue e il suo Parlamento, per anni ammantati di chissà quale superiorità morale e democratica (con la seconda caratteristica, diciamolo pure, spesso oggetto di ironie e sfottò piuttosto frequenti, come è logico che sia vista la struttura sostanzialmente antidemocratica delle istituzioni di Bruxelles). Ora ciò che viene fuori è riportato dalle parole di Francesco Giorgi, compagno dell’ex-vicepredisente Eva Kaili e uomo di fiducia di Antonio Panzeri: “Le Ong? Ci servono per far girare i soldi”. Così si legge negli atti dell’indagine. E la questione quadra quasi perfettamente. Del resto, la Ong coinvolta si chiama “Fight Impunity”. Ironia della sorte o solita strategia?

L’avvocato di Kaili: “Non sapeva nulla”

Scontata la dichiarazione di estraneità ai fatti da parte della stessa Kaili. Il suo legale, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato infatti che la ex-vicepresidente non ha “nessuna relazione con il denaro trovato a casa sua (…) non sapeva dell’esistenza di questo denaro“. Ovviamente, la dichiarazione di partenza è una sola:”Innocente”. Come è logico che sia, saranno le indagini a stabilirlo. Certo è che il fatto ha prodotto un clamore inevitabile, lasciando un danno di immagine enorme per il già non certo brillante Parlamento Ue, che ha confermato la destituzione di Kaili, votandola con una maggioranza di oltre due terzi (625 voti).

ALBERTO CELLETTI

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Qatargate, le ombre sulle Ong: “Quelle fanno girare soldi”

Le origini del movimento “no-vax” pre-Covid

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Del prof. Roberto De Mattei

TRA LA FINE DELL’OTTOCENTO E I PRIMI DEL NOVECENTO UN ORIZZONTE TEOSOFICO E NATURISTA CARATTERIZZÒ LA GERMANIA E L’INGHILTERRA E FU ALLE ORIGINI DEL MOVIMENTO ANTIVACCINISTA

Una delle ragioni del successo delle teorie del complotto sanitario è il sostegno che hanno ricevuto dal movimento “no-vax” o “anti-vax” che ha a sua volta il suo retroterra culturale in una visione del mondo che da una parte pone il benessere psico-fisico come esigenza primaria dell’uomo e dall’altra attribuisce le malattie ad un’ignoranza dei poteri spirituali dell’uomo.

Due studiosi francesi, Françoise Salvadori e Laurent-Henri Vignaud, rintracciano le origini del movimento antivaccinista in quell’orizzonte teosofico e naturista che caratterizzò soprattutto la Germania e l’Inghilterra tra la fine Ottocento e primi del Novecento (cfr. Antivax – Résistance aux vaccins du XVIIIe siècle à nos joursVendemiaire, Paris 2021). Tra i nomi che essi ricordano sono quelli della presidente della sezione inglese della Società Teosofica Anna Kingsford (1846-1888), del fondatore dell’Antroposofia Rudolf Steiner (1861-1925) e di esponenti del movimento völkisch, come Richard Ungewitter (1869-1958).

Anna Kingsford, occultista e “animalista” antelitteram, collegava la vaccinazione alla vivisezione e si propose di uccidere, attraverso le arti magiche, gli scienziati che compivano esperimenti contro gli animali, in particolare il fisiologo Claude Bernard (1813-1878), il suo allievo Paul Bert (1833-1886) e il fondatore della microbiologia Louis Pasteur (1822-1895), contro i quali preparò “fatture di morte” attraverso appositi rituali. Dopo essersi vantata della morte di Bernard e di Bert, Anna Kingsford nel 1887 si recò a Parigi per concentrare i suoi sforzi sul “vaccinista” Pasteur. «Ho ucciso Paul Bert, ho ucciso Claude Bernard e ucciderò Louis Pasteur e dopo di lui l’intera tribù dei vivisezionisti, se vivrò abbastanza» scrisse nel suo diario (cfr. Edward Maitland, Anna Kingsford: Her Life, Letters, Diary and Work, George Redway, London 1896, vol. II, p. 268). Però, dopo aver passato cinque ore sotto la pioggia nei pressi dell’Istituto Pasteur, fu colpita da una grave polmonite, che la condusse alla morte.

In quegli stessi anni si svolse una “guerra occulta” a colpi di malefici tra Josef-Antoine Boullan, un sacerdote occultista che praticava riti osceni e sacrilegi e il satanista Stanislas de Guaita (1861-1897), gran maestro dell’Ordre Kabbalistique de la Rose-Croix. La morte di Boullan, il 4 gennaio 1893, fu attribuita dagli occultisti a un omicidio magico perpetrato da Guaita, che morì a sua volta di una overdose di droga.

Antivaccinista fu Rudolf Steiner che, dopo essere stato segretario della sezione tedesca della Società Teosofica e dirigente del Rito di Memphis-Misraïm in Germania, fondò nel 1913 l’Antroposofia, una società teosofica dissidente, con sede a Dornach, in Svizzera. Coadiuvato dal medico olandese Ita Wegman (1876-1943), Steiner fondò la “medicina antroposofica” che avversava la vaccinazione, nella convinzione che essa ostacolasse l’evoluzione spirituale dell’uomo e i cicli della reincarnazione.

Richard Ungewitter fu uno degli apostoli dell’antivaccinismo, ma anche uno dei primi organizzatori del movimento nudista, che ai primi del Novecento divenne una pratica popolare in Germania. Al suo nome si possono aggiungere quelli del naturopata Adolf Just (1859-1936), fondatore del sanatorio di Jungborn; di Willibald Huntschel (1858-1947), che si proponeva di rinnovare la razza ariana attraverso la poligamia praticata nelle colonie agricole degli Artamani da lui fondate; di Edgar Dacqué (1878-1945) un evoluzionista che capovolge il darwinismo, affermando la discendenza delle scimmie dall’“uomo primordiale”. Tutti furono fautori della Nacktkultur, la “cultura del nudismo” collegata all’adorazione del sole, simbolo del ritorno alla mistica della natura. Ungewitter, nazista della prima ora, era convinto che la vaccinazione fosse «un complotto di medici ebrei, mirante ad avvelenare il sangue della razza tedesca».

ulius Streicher (1885-1946), uno dei capi del partito nazionalsocialista tedesco e direttore del settimanale Der Sturmer, fu come Ungewitter un grande propagatore del nudismo e l’autore di una violenta campagna contro i sieri e i vaccini, considerati come invenzioni ebraiche per corrompere il sangue tedesco. Streicher faceva parte del Germanorden e della Associazione Thule e, come Rosenberg ed altri gerarchi nazionalsocialisti, fu condannato a morte a Norimberga nel 1945 per crimini contro l’umanità.

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Le origini del movimento “no-vax” pre-Covid

La separazione tra Stato e Chiesa viola i diritti della libertà umana?

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Di Matteo Castagna

NON ESISTE ALCUNA NAZIONE CHE ABBIA APPLICATO IL SISTEMA LAICISTA DELLA “SEPARAZIONE” TRA STATO E CHIESA SENZA ARRECARE UNA MANIFESTA OFFESA ALLA LIBERTÀ DI TUTTI I CITTADINI

La libertà è il più bel dono ricevuto da Dio. L’uomo, grazie ad essa, acquisisce coscienza dei propri atti, assume piena responsabilità verso di loro, frena le passioni, regola le tendenze, dirige le azioni, indirizza tutta la sua vita verso una meta precisa, determinata e concreta. La libertà è il primo di tutti i diritti, che funge da base per tutti gli altri. Lo Stato ha, dunque, il dovere di preservarla e proteggerla, di assecondarla e favorirla con ogni mezzo.

Più d’uno, negli ultimi due anni ha avuto modo di dubitare, spesso in maniera fondata e molte volte con fanatico eccesso, dello Stato, che anziché promuovere la libertà è parso calpestarla, talvolta col cinico compiacimento dei suoi elementi più discutibili. Lo Stato che disprezza o schiaccia la libertà compie il più orribile dei delitti. Ciò avviene ogni volta che lo stesso pretende di attuare il sistema della separazione del potere laico dal potere ecclesiastico.

Il culto che si rende a Dio abbraccia atti esterni privati e atti interni, perché Dio tiene il supremo dominio su tutta la natura; inoltre, l’uomo, essendo un essere socievole, ha il bisogno di palesare pubblicamente la Fede, unendosi ai propri fratelli nella Sua manifestazione. Nell’esercizio di questo suo diritto e dovere vuole essere protetto e difeso.

I liberali, anche quelli che si dicono cristiani, aboliscono la religione ufficiale della società e, quindi, priva i cittadini dell’appoggio giuridico della legge nell’esercizio del più sacro e sublime diritto, quale è la professione pubblica e sociale della fede cattolica. Soppressa la religione di Stato, ogni blasfemia si è resa possibile e priva di qualsiasi intervento da parte dello Stato, atto a punirla e reprimerla.

A Bologna, l’8 dicembre girava una squallida locandina che rappresentava la Madonna con la scritta oscena “Immacolata Contraccezione“. Lo Stato ha risposto col silenzio, mentre avrebbe dovuto intervenire e porre fine all’empia carnevalata. Il problema di fondo è che, applicato il sistema della separazione, la libertà dei cattolici viene annullata.

Se i genitori vogliono che nelle scuole si insegni la dottrina cristiana ai loro figli, lo Stato può rispondere propinando la dottrina gender. Se i cattolici desiderano tenere un pubblico raduno religioso per pregare contro il peccato, lo Stato può ritenere buono il peccato proibire l’assemblea perché divisiva, discriminatrice, pericolosa per l’ordine pubblico. Se le famiglie chiedono allo Stato di porre un freno ai media perversa o a spettacoli di cattivo gusto con abominevoli scandali, lo Stato risponde che non può perché la libertà di coscienza lo vieta. In questo modo i diritti del cattolico vengono calpestati, offesi, derisi.

La storia è maestra di vita, quindi si applica anche alla separazione tra Stato e Chiesa, dal momento che non esiste alcuna nazione che abbia applicato l’empio sistema, senza arrecare una manifesta offesa alla libertà dei cittadini. Alzare la testa e far valere i propri diritti religiosi è un dovere morale del cattolico del terzo millennio, che deve riconoscere la protervia liberale come il peggiore dei mali che insidiano la sua libertà.

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La separazione tra Stato e Chiesa viola i diritti della libertà umana?

George Orwell nel 1943 scrisse che Mussolini lo avrebbero ucciso gli inglesi, ma senza processarlo

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Segnalazione di Angelo Paratico

 

Nel 1943 uscì una lunga recensione al best seller The Trial of Mussolini (Il processo a Mussolini) sul quotidiano britannico TRIBUNE. L’autore era il socialista (assai scettico dopo la guerra civile in Spagna) George Orwell (1903-1950). Divenne celebre come autore, di “La fattoria degli Animali” (1945) e di “Millenovento-ottantaquattro” (1949).

La sua recensione era intitolata “Chi sono i Criminali di Guerra?”. Giustamente Orwell dice che difficilmente Mussolini potrà essere processato e si chiede chi ne avrebbe il diritto e la dirittura morale per farlo? Lo riproduciamo qui, in una nostra traduzione, il suo lucidissimo saggio.

Chi sono i criminali di guerra?

George Orwell

In apparenza, il crollo di Mussolini pare una storia uscita dal melodramma vittoriano. Finalmente il Giusto ha trionfato, il malvagio è stato sconfitto, i mulini di Dio stavano facendo il loro dovere. A pensarci bene, però, questo racconto morale è meno semplice e meno edificante. Per cominciare, quale crimine ha commesso Mussolini, se ne ha commesso uno? Nella politica del potere non ci sono crimini, perché non ci sono leggi. E, d’altra parte, c’è qualche caratteristica del regime interno di Mussolini che potrebbe essere seriamente contestata da qualsiasi gruppo di persone che potrebbero giudicarlo? Infatti, come l’autore di questo libro (The Trial of Mussolini by ‘Cassius’) dimostra abbondantemente – e questo è in effetti lo scopo principale del libro – non c’è una sola mascalzonata commessa da Mussolini tra il 1922 e il 1940 che non sia stata lodata fino al cielo proprio da coloro che ora promettono di portarlo in giudizio.

Ai fini della sua allegoria, “Cassio” immagina Mussolini incriminato davanti a un tribunale britannico, con un Procuratore Generale come pubblico ministero. L’elenco delle accuse è impressionante e i fatti principali – dall’omicidio di Matteotti all’invasione della Grecia, dalla distruzione delle cooperative di contadini al bombardamento di Addis Abeba – non vengono negati. Campi di concentramento, trattati violati, manganelli di gomma, olio di ricino: tutto è ammesso. L’unica domanda fastidiosa è: come può qualcosa che era lodevole al momento in cui fu fatto – dieci anni fa, per esempio – diventare improvvisamente riprovevole ora? A Mussolini viene concesso di chiamare testimoni, sia vivi che morti, e di dimostrare con le loro stesse parole stampate che, fin dall’inizio, i responsabili dell’opinione pubblica britannica lo hanno incoraggiato in tutto ciò che ha fatto. Per esempio, ecco Lord Rothermere nel 1928:

Nel suo Paese (Mussolini) è stato l’antidoto a un veleno mortale. Per il resto dell’Europa è stato un tonico che ha fatto a tutti un bene incalcolabile. Posso affermare con sincera soddisfazione di essere stato il primo uomo, in una posizione di influenza pubblica, a mettere nella giusta luce lo splendido risultato di Mussolini. È la più grande figura della nostra epoca”.

Ecco Winston Churchill nel 1927:

Se fossi stato un italiano, sono sicuro che sarei stato con voi con tutto il cuore nella vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo… (L’Italia) ha fornito il necessario antidoto al veleno russo. In futuro nessuna grande nazione sarà sprovvista di un mezzo di protezione definitivo contro la crescita cancerosa del bolscevismo.

Ecco Lord Mottistone nel 1935:

Non mi sono opposto (all’azione italiana in Abissinia). Volevo dissipare la ridicola illusione che fosse una bella cosa simpatizzare con i perdenti… Ho detto che era una cosa malvagia inviare armi o fare in modo che venissero inviate a questi crudeli e brutali abissini e ancora negarle ad altri che stanno facendo una parte onorevole.

Ecco il Duff Cooper nel 1938:

Per quanto riguarda l’episodio dell’Abissinia, meno si dice ora meglio è. Quando vecchi amici si riconciliano dopo un litigio, è sempre pericoloso per loro discutere le cause originarie.

Ecco il signor Ward Price, del Daily Mail, nel 1932:

Persone ignoranti e piene di pregiudizi parlano degli affari italiani come se quella nazione fosse soggetta a una tirannia di cui si libererebbe volentieri. Con quella commiserazione un po’ morbosa per le minoranze fanatiche che è la regola per certi settori imperfettamente informati dell’opinione pubblica britannica, questo Paese ha a lungo chiuso gli occhi sul magnifico lavoro che il regime fascista stava facendo. Ho sentito più volte lo stesso Mussolini esprimere la sua gratitudine al Daily Mail per essere stato il primo giornale britannico a mettere in chiaro i suoi obiettivi davanti al mondo.

E così via. Hoare, Simon, Halifax, Neville Chamberlain, Austen Chamberlain, Hore-Belisha, Amery, Lord Lloyd e vari altri entrano nel banco dei testimoni, tutti pronti a testimoniare che, sia che Mussolini stesse schiacciando i sindacati italiani, o intervenendo in Spagna, spargendo gas mostarda sugli abissini, gettando gli arabi dagli aerei o costruendo una marina da usare contro la Gran Bretagna, il governo britannico e i suoi portavoce ufficiali lo sostennero in ogni momento. Ci viene mostrata Lady Austen Chamberlain che stringe la mano a Mussolini nel 1924, Chamberlain e Halifax che banchettano con lui e brindano “all’Imperatore dell’Abissinia” nel 1939, Lord Lloyd che adula il regime fascista in un opuscolo ufficiale nel 1940. L’impressione netta lasciata da questa parte del processo è semplicemente che Mussolini non sia colpevole. Solo in un secondo momento, quando un abissino, uno spagnolo e un antifascista italiano testimoniano, inizia a delinearsi il vero caso contro di lui.

Ora, il libro è fantasioso, ma questa conclusione è realistica. È estremamente improbabile che i conservatori britannici mettano Mussolini sotto processo. Non c’è nulla di cui possano accusarlo, se non la sua dichiarazione di guerra nel 1940. Se il “processo ai criminali di guerra” che alcuni si divertono a sognare avverrà mai, potrà avvenire solo dopo le rivoluzioni nei Paesi alleati. Ma l’idea di trovare capri espiatori, di incolpare individui, o partiti, o nazioni per le calamità che ci sono capitate, solleva altre riflessioni, alcune delle quali piuttosto sconcertanti.

La storia delle relazioni britanniche con Mussolini ha illustrato la debolezza strutturale di uno Stato capitalista. Ammesso che la politica di potere non sia morale, il tentativo di comprare l’Italia per farla uscire dall’Asse – e chiaramente questa idea era alla base della politica britannica dal 1934 in poi – era una mossa strategica naturale. Ma non era una mossa che Baldwin, Chamberlain e gli altri erano in grado di realizzare. Si sarebbe potuta realizzare solo essendo così forti che Mussolini non avrebbe osato schierarsi con Hitler. Questo era impossibile, perché un’economia governata dal profitto non è semplicemente in grado di riarmarsi su scala moderna. La Gran Bretagna iniziò ad armarsi solo quando i tedeschi erano a Calais. Prima di allora, infatti, erano state votate somme piuttosto ingenti per gli armamenti, ma queste scivolavano tranquillamente nelle tasche degli azionisti e le armi non si materializzavano. Non avendo alcuna intenzione di ridurre i propri privilegi, era inevitabile che la classe dirigente britannica portasse avanti ogni politica a metà e non si rendesse conto del pericolo imminente. Ma il collasso morale che questo comportava era qualcosa di nuovo nella politica britannica. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, i politici britannici potevano essere ipocriti, ma l’ipocrisia implicava un codice morale. Era stata una novità quando i deputati Tory esultavano alla notizia che le navi britanniche erano state bombardate da aerei italiani, o quando i membri della Camera dei Lord si prestavano a campagne diffamatorie organizzate contro i bambini baschi che erano stati portati qui come rifugiati.

Se si pensa alle menzogne e ai tradimenti di quegli anni, al cinico abbandono di un alleato dopo l’altro, all’ottimismo imbecille della stampa Tory, al rifiuto categorico di credere che i dittatori volessero la guerra, anche quando lo gridavano dai tetti delle case, all’incapacità della classe ricca di vedere qualcosa di sbagliato nei campi di concentramento, nei ghetti, nei massacri e nelle guerre non dichiarate, si è portati a pensare che la decadenza morale abbia giocato il suo ruolo oltre alla semplice stupidità. Nel 1937 circa non era possibile avere dubbi sulla natura dei regimi fascisti. Ma i signori conservatori avevano deciso che il fascismo era dalla loro parte ed erano disposti a ingoiare i topi più puzzolenti purché la loro proprietà rimanesse sicura. Nel loro modo maldestro stavano giocando al gioco di Machiavelli, al “realismo politico”, a “qualsiasi cosa sia giusta per far progredire la causa del partito” – il partito in questo caso, ovviamente, era il Partito Conservatore.

Tutto questo “Cassius” lo mette in evidenza, ma si sottrae al suo corollario. In tutto il libro è sottinteso che solo i conservatori sono immorali. Eppure c’è ancora un’altra Inghilterra”, dice. Quest’altra Inghilterra detestava il fascismo fin dal giorno della sua nascita… era l’Inghilterra della sinistra, l’Inghilterra del lavoro”. È vero, ma è solo una parte della verità. Il comportamento effettivo della sinistra è stato più onorevole delle sue teorie. Ha combattuto contro al fascismo, ma i suoi pensatori rappresentativi sono entrati altrettanto profondamente dei loro avversari nel mondo malvagio del “realismo” e della politica di potere.

Il “realismo” (una volta si chiamava disonestà) fa parte dell’atmosfera politica generale del nostro tempo. È un segno della debolezza della posizione di ‘Cassius’ il fatto che si potrebbe compilare un libro simile intitolato Il processo a Winston Churchill, o Il processo a Chiang Kai-shek, o ancora Il processo a Ramsay MacDonald. In ogni caso, i leader della sinistra si contraddirebbero quasi altrettanto grossolanamente del leader dei conservatori citato da “Cassius”. Perché la sinistra è stata anche disposta a chiudere gli occhi su molte cose e ad accettare alcuni alleati molto dubbi. Oggi ridiamo nel sentire i Tory che maltrattano Mussolini quando cinque anni fa lo adulavano, ma chi avrebbe previsto nel 1927 che la sinistra avrebbe un giorno accolto Chiang Kai-shek nel suo seno? Chi avrebbe previsto, subito dopo lo sciopero generale, che dieci anni dopo Winston Churchill sarebbe stato il beniamino del Daily Worker? Negli anni 1935-9, quando quasi ogni alleato contro il fascismo sembrava accettabile, la sinistra si trovò a lodare Mustapha Kemal e poi a sviluppare tenerezza per Carol di Romania.

Sebbene fosse in ogni modo più perdonabile, l’atteggiamento della sinistra nei confronti del regime russo è stato decisamente simile a quello dei conservatori nei confronti del fascismo. C’è stata la stessa tendenza a scusare quasi tutto “perché sono dalla nostra parte”. Va bene parlare di Lady Chamberlain fotografata mentre stringe la mano a Mussolini; la fotografia di Stalin che stringe la mano a Ribbentrop è molto più recente. Nel complesso, gli intellettuali di sinistra difesero il Patto russo-tedesco. Era “realistico”, come la politica di appeasement di Chamberlain, e con conseguenze simili. Se c’è una via d’uscita dal porcile morale in cui viviamo, il primo passo è probabilmente quello di capire che il “realismo” non paga, e che svendere i propri amici e starsene con le mani in mano mentre vengono distrutti non è l’ultima parola in fatto di saggezza politica.

Questo fatto è dimostrabile in qualsiasi città tra Cardiff e Stalingrado, ma non sono in molti a vederlo. Nel frattempo, è dovere di un libellista attaccare la destra, ma non adulare la sinistra. È in parte perché la sinistra è stata troppo facilmente soddisfatta di sé stessa che si trova dove è ora.

Mussolini, nel libro di “Cassio”, dopo aver chiamato i suoi testimoni, entra in scena lui stesso. Si attiene al suo credo machiavellico:

“La forza è giusta, vae victis!”. È colpevole dell’unico crimine che conta, quello del fallimento, e ammette che i suoi avversari hanno il diritto di ucciderlo – ma non, insiste, il diritto di incolparlo. La loro condotta è stata simile alla sua e le loro condanne morali sono tutte ipocrisie. Ma poi arrivano gli altri tre testimoni, l’abissino, lo spagnolo e l’italiano, che sono moralmente su un altro piano, dato che non hanno mai avuto a che fare con il fascismo né con la politica di potere; e tutti e tre chiedono la pena di morte.

La chiederebbero nella vita reale? Succederà mai una cosa del genere? Non è molto probabile, anche se le persone che hanno il vero diritto di processare Mussolini dovessero in qualche modo metterlo nelle loro mani. I conservatori, naturalmente, anche se si sottrarrebbero a una vera inchiesta sulle origini della guerra, non sono dispiaciuti di avere la possibilità di far ricadere l’intera colpa su alcuni individui famosi come Mussolini e Hitler. In questo modo la manovra Darlan-Badoglio sarà facilitata. Mussolini è un buon capro espiatorio finché è in libertà, anche se sarebbe scomodo in prigionia. Ma come la mettiamo con la gente comune? Ucciderebbe i suoi tiranni, a sangue freddo e con le forme della legge, se ne avesse la possibilità?

È un dato di fatto che nella storia ci sono state pochissime esecuzioni di questo tipo. Alla fine dell’ultima guerra le elezioni sono state vinte in parte con lo slogan “Impiccate il Kaiser”, eppure se si fosse tentato di fare una cosa del genere la coscienza della nazione si sarebbe probabilmente ribellata. Quando i tiranni vengono messi a morte, dovrebbero essere i loro stessi sudditi a farlo; quelli che vengono puniti da un’autorità straniera, come Napoleone, vengono semplicemente trasformati in martiri e in leggende.

L’importante non è far soffrire questi gangster politici, ma far sì che si screditino. Fortunatamente in molti casi ci riescono, perché in misura sorprendente i signori della guerra, in una armatura lucente, gli apostoli delle virtù marziali, tendono a non morire combattendo quando arriva il momento. La storia è piena di fughe ignominiose di grandi e famosi. Napoleone si arrese agli inglesi per ottenere protezione dai prussiani, l’imperatrice Eugenia fuggì in una carrozza con un dentista americano, Ludendorff ricorse a degli occhiali blu, uno dei più impronunciabili imperatori romani cercò di sfuggire all’assassinio chiudendosi nel gabinetto, e durante i primi giorni della guerra civile spagnola un importante fascista fuggì da Barcellona, con squisita disinvoltura, attraverso una fogna.

È un’uscita di questo tipo che ci si augura per Mussolini, e se sarà lasciato a sé stesso forse ci riuscirà. Forse anche Hitler. Di Hitler si diceva che quando sarebbe arrivata la sua ora non sarebbe mai fuggito o si sarebbe arreso, ma sarebbe morto in qualche modo operistico, come minimo suicidandosi. Ma questo accadeva quando Hitler aveva successo; nell’ultimo anno, da quando le cose hanno cominciato ad andare male, è difficile pensare che si comporterà con dignità o coraggio. Cassius termina il suo libro con il riassunto del giudice e lascia il verdetto aperto, sembrando invitare i lettori a decidere.

Ebbene, se fosse lasciato a me, il mio verdetto sia su Hitler che su Mussolini sarebbe: non la morte, a meno che non sia inflitta in qualche modo frettoloso e non spettacolare. Se i tedeschi e gli italiani hanno voglia di sottoporli a una corte marziale sommaria e poi a un plotone di esecuzione, che lo facciano. O, meglio ancora, che i due fuggano con una valigia di titoli al portatore e si sistemino come accreditati di qualche pensione svizzera. Ma niente martirizzazioni, niente Sant’Elena. E, soprattutto, nessun solenne e ipocrita “processo ai criminali di guerra”, con tutto il lento e crudele sfarzo della legge, che dopo un po’ di tempo ha uno strano modo di mettere una luce romantica sull’accusato e di trasformare una canaglia in un eroe.

 

George Orwell

DA

https://giornalecangrande.it/george-orwell-nel-1943-scrisse-che-benito-mussolini-lo-avrebbero-ucciso-gli-inglesi-ma-senza-processarlo/

12 dicembre ore 23.30 Rai 1: la storia di Sergio Ramelli

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Segnalazione di Angelo Paratico

Lunedì 12 dicembre, su Rai 1 alle 23.30, nella sesta puntata di “Cronache criminali” lo lo scrittore e sceneggiatore, già magistrato, tra i massimi esperti di crime, Giancarlo De Cataldo, affronta il decennio più controverso della storia italiana contemporanea: gli anni 70.

Lo farà attraverso la ricostruzione degli omicidi di Sergio Ramelli a Milano nel 1975, e di Walter Rossi a Roma nel 1977.

Per la storia di Sergio Ramelli una nuova occasione di essere narrata al grande pubblico. Sarà un occasione che farà conoscere una storia che fa ancora paura e che, da martedì, a certi personaggi, farà ancora più paura.

Non mancate all’appuntamento lunedì prossimo alle 23,30 su Rai 1 e se non riuscite a vedere la puntata potrete guardarla in differita su RaiPlay

 

ANCHE GLI UOMINI POSSONO RIMANERE INCINTI E PARTORIRE. L’ULTIMA FOLLIA DELLA MEDICINA PROGRESSISTA

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Segnalazione di Federico Prati

di Javier André Ziosi

Secondo una parte “deviata” della scienza, la gravidanza e il parto non sono più realtà femminili, riservate esclusivamente alle donne, ma rappresentano ormai una prerogativa anche per gli uomini, i quali – al pari delle donne – hanno il diritto di rimanere incinta e partorire

Potrebbe apparire innaturale, bizzarro o addirittura grottesco, ma la prestigiosa Napier University di Edimburgo, in Scozia, ha di recente pubblicato un opuscolo destinato agli studenti di ostetricia, nel quale si spiega nel dettaglio «come assistere i maschi biologici nel parto». Si, avete capito bene!

L’opuscolo, dal titolo ‘Quaderno delle abilità’ e pubblicato in parte sul sito di femministe Reduxx grazie ad alcuni studenti che l’hanno reso disponibile, dichiara esplicitamente che è possibile «far nascere bambini da persone che partoriscono con un pene» e, rivolgendosi allo studente che legge, asserisce: «È importante notare che, mentre la maggior parte delle volte la persona che partorisce avrà genitali femminili, potresti però prenderti cura anche di una persona incinta o in fase di parto che sta passando da maschio a femmina e che può ancora avere genitali maschili esterni».

L’opuscolo prosegue affermando che gli studenti di ostetricia dovrebbero avere «familiarità» con l’uso dei cateteri per «l’anatomia sia maschile che femminile» e, dato che entrambi i sessi oggi possono partorire, sarebbe più appropriato riferirsi a coloro che hanno il travaglio utilizzando parole non discriminanti e più neutre, come ad esempio «persona che partorisce».

Dello stesso parere è il governo inglese, che – poco dopo la pubblicazione dell’opuscolo – ha sponsorizzato tramite una fondazione LGBT un rapporto destinato alle ostetriche di tutta l’Inghilterra, il quale dichiara che è necessario «astenersi dall’usare un linguaggio di genere», comprese frasi come «allettamento al seno» e «parto vaginale» (sostituibili con «allattamento al petto» e «nascita frontale o inferiore»), al fine di «far sentire le persone transgender più a loro agio». In seguito, invece, è stato il National Health Service (NHS) degli ospedali universitari di Brighton e Sussex, a far presente che sarebbe più opportuno chiamare il latte materno «latte umano», poiché la «terminologia tradizionale può indurre disforia o disagio per i genitori transgender e non binari».

Ma non è tutto. L’opuscolo, oltre a far passare l’idea – riconducibile alla famigerata “teoria gender” – secondo la quale maschi e femmine non esistono, ma sono soltanto dei costrutti socio-culturali ormai datati e obsoleti, contiene inoltre una sezione in cui viene spiegato che «i pazienti transgender di sesso femminile o maschile potrebbero dover partorire attraverso un pene costruito artificialmente».


Critiche

Come previsto, l’opuscolo della Napier University ha suscitato incredulità e numerose critiche. La dottoressa Elaine Miller, ad esempio, della Chartered Society for Physiotherapy di Londra, ha fatto notare che le informazioni contenute nell’opuscolo sono «biologicamente incoerenti» e, oltre ad avvertire «dei potenziali effetti collaterali negativi per le persone transgender che tentano di partorire», ha messo in chiaro che «non è possibile che una persona di sesso maschile rimanga incinta».

«Una femmina con una differenza di genere può rimanere incinta, ma non avrà genitali maschili», ha inoltre dichiarato la dottoressa. «La maggior parte delle femmine che usano il testosterone, con le dosi usate per la “transizione”, svilupperanno atrofia vaginale. Il fragile tessuto di una vagina atrofizzata potrebbe dunque non essere in grado di allungarsi per accogliere la testa di un bambino. Per di più, nelle persone transgender femmine questo tessuto potrebbe strapparsi, subendo nuovi tipi di lesioni durante la nascita».

Altre critiche sono state espresse invece dalla dottoressa Susan Bewley, professoressa emerita di Ostetricia e Salute delle donne al King’s College di Londra, la quale ha osservato che «molte femmine che si sottopongono a un intervento chirurgico di transizione subiscono anche un’isterectomia e quindi fisicamente non possono partorire». Pertanto – conclude la dottoressa – l’opuscolo «potrebbe essere nato dalla compassione e dall’entusiasmo, ma è preoccupante che gli ideatori non sembrino conoscere, preoccuparsi o controllare i fatti».


Profezia accademica

L’idea che anche un uomo possa partorire, tuttavia, non è nuova. Già otto anni fa, nel 2015, il giornalista Claudio Cartaldo scriveva su Il Giornale che «la scienza fa passi da gigante e si avvicina sempre più il momento in cui anche gli uomini potranno mettere al mondo un figlio, provare le doglie del parto e la rottura delle acque», anche se «siamo quasi certi che ne farebbero volentieri a meno».

Il giornalista faceva riferimento ad una nuova sperimentazione di «trapianto uterino maschile» condotta su due volontari da un gruppo di medici della Cleveland Clinic (Ohio, Stati Uniti), e dichiarava: «Dal punto di vista tecnico, per assicurare la vascolarizzazione necessaria ad alimentare il feto con il sangue e i nutrimenti, gli scienziati stanno cercando di collegare il ramo di un grande vaso sanguigno dell’uomo all’utero trapiantato. Poi, con una terapia ormonale, si agisce sul testosterone, riducendolo al punto giusto e introducendo quel progesterone e quegli estrogeni necessari ad innescare la gravidanza e preparare l’utero».

A tal riguardo, la dottoressa Karine Chung, direttrice del ‘Programma di conservazione della fertilità’ presso la Keck School of Medicine dell’Università della California del Sud e nota esponente progressista, dichiarò che «non ci sono poi così tante differenze tra l’anatomia maschile e quella femminile». «La mia ipotesi», profetizzò nel 2015, «è che tra cinque o dieci anni o forse prima, anche per gli uomini sarà possibile portare a termine una gravidanza e partorire».

Tre anni dopo, nel 2018, il sito web di informazioni sulla salute Healthline, con sede a San Francisco (California), si chiedeva se gli uomini potessero rimanere incinta e concludeva: «Sì, è possibile che gli uomini rimangano incinta e partoriscano figli propri. In effetti, sarà probabilmente molto più comune di quanto si possa pensare».

 

Profezia teologica

Secondo l’ebreo Adam E. Berkowitz, reporter di Israel 365 News e leader religioso, «l’idea che gli uomini possono rimanere incinta ha infettato la cultura occidentale e si è manifestata in vari aspetti della tecnologia e dell’intrattenimento in tutta l’America». Più precisamente – spiega Berkowitz – «all’inizio di quest’anno, Apple ha rilasciato diverse nuove emoticon come parte dell’aggiornamento di iOS 15.4, una delle quali è quella di un uomo incinta. Netflix sta trasmettendo in streaming un programma giapponese chiamato ‘He’s Expecting‘, interpretato da un uomo incinta. Di recente, invece, la campagna pubblicitaria per la festa della mamma di Calvin Klein ha assecondato il politicamente corretto presentando un uomo transgender in stato di gravidanza».

Tutto ciò, secondo il rabbino Yosef Berger (noto per i suoi sentimenti messianici e per aver predetto la fine del mondo nel 2022), ha una valenza positiva, in quanto – oltre ad essere stato profetizzato dalla Torah – rappresenterebbe «l’ultimo stadio dell’idolatria che precede l’arrivo del Messia».

«L’idolatria è l’uomo che cerca di sostituire Dio», ha messo in chiaro il rabbino. «Dio determina il sesso di una persona prima che venga al mondo. Rifiutare questo aspetto di te stesso significa rifiutare la tua relazione con Dio. […] Ora, alcune persone stanno cercando di ricreare la realtà a loro immagine contorta, rifiutando Dio. Questo è stato previsto dai profeti».

Il rabbino si riferisce al profeta Geremia, nel cui libro (30:6-7) vi è scritto: «Informatevi e osservate se un maschio può partorire. Perché mai vedo tutti gli uomini con le mani sui fianchi come una partoriente? Perché ogni faccia è stravolta, impallidita? Ohimé! Perché grande è quel giorno, non ce n’è uno simile! Esso sarà un tempo di angoscia per Giacobbe, tuttavia egli ne uscirà salvato».

Berger conclude asserendo che «con ogni probabilità, le persone che hanno ascoltato questa profezia in prima persona hanno pensato che fosse assurda, che non ci fosse alcuna possibilità che una cosa del genere si avverasse. Ma proprio come la depravazione e l’idolatria sono aumentate in Egitto, scendendo al 49° livello di impurità prima della Redenzione, così anche questo accadrà alla fine dei giorni».


Degenerazione

Per concludere, al di là delle profezie e dei deliri ebraico-messianici, è necessario asserire che vi è sicuramente qualcosa di deviante e innaturale nella convinzione che anche un uomo possa rimanere incinta ed abbia il diritto di partorire. Nei meandri della medicina progressista, invece, dove scienziati pazzi e fanatici transgenderisti – spalleggiati dalle stesse istituzioni – tentano di soddisfare i capricci individuali delle minoranze di genere piuttosto che perseguire la scienza ed il progresso scientifico, anche la più malsana delle idee – come appunto quella di mettere incinta un uomo – può divenire “ricerca scientifica“, degna di lavoro sul campo e supporto finanziario. Stanno forse arrivando i tempi profetizzati dal sionista Marx Nardau nell’opera Degenerazione?

Dietro la “nuova” Schlein i padrini Soros e Prodi

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Segnalazione di Federico Prati

L‘anti Meloni non ha un padrino. Bensì due: Romano Prodi e George Soros. La rete di lobby che strizza l’occhio alla scalata politica della giovane Elly Schlein, la parlamentare indipendente dal volto pulito, va dalla Cina alla Francia. Passando per l’Emilia rossa, terra del professore Prodi e del movimento delle Sardine.

La novità rischia già di essere chiusa in una gabbia. Alle spalle di Elly, che promette aria fresca, si muovono, nell’ombra, gruppi di potere, circoli finanziari e organizzazioni politiche straniere che puntano tutte le fiches sulla «figura nuova» per imporre anche in Italia un modello politico alternativo a quello del premier Giorgia Meloni. Lo sponsor numero uno della candidatura di Elly Schlein alle primarie del Pd, che in Parlamento non ha votato l’emendamento per il ripristino di Italia Sicura, proprio come i grillini, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi. L’endorsement di Prodi, avvenuto nelle settimane scorse – pare dopo il faccia a faccia con l’ex vicepresidente della Regione Emilia Romagna – avrebbe sbloccato la trattativa. Ma soprattutto l’intervento del professore sarebbe stato decisivo per spostare su Schlein pezzi di nomenclatura di sinistra, inizialmente orientati ad appoggiare Andrea Orlando. Due nomi su tutti: Enrico Letta e Nicola Zingaretti. Prodi si è portato dietro il movimento delle Sardine. Non è un mistero che l’ex fondatore dell’Ulivo sia il loro padre nobile. Con Prodi c’è un pezzo di Cina che guarda di buon occhio l’ascesa di Schlein a capo della sinistra italiana. L’ex premier di centro-sinistra negli anni ha costruito una rete di rapporti stabili con Pechino. I libri e le lezioni di Prodi spopolano nelle università cinesi. Ma non solo: negli anni l’ex leader dell’Unione è stato uno dei più convinti sostenitori dell’espansione commerciale e finanziaria della Cina in Italia e in Europa. Mentre nell’aprile scorso La Verità ha svelato la spinta di Prodi per la produzione in Emilia di auto di lusso made in China.

C’è un dettaglio da segnalare. Nel suo primo discorso, da candidata alla segreteria del Pd, Schlein ha fissato la priorità della sua agenda politica: le energie alternative. Un assist alla Cina che domina il mercato mondiale per la produzione dei pannelli solari fotovoltaici. L’altro grande padrino-sponsor della giovane candidata alla segreteria del Pd è il finanziere ungherese naturalizzato statunitense George Soros. Le idee di Soros su immigrazione e globalizzazione sono notoriamente in contrasto con il modello meloniano. Idee incarnate da Elly Schlein. Al punto da meritarsi tra il 2014 e il 2019 l’inserimento nella lista degli eurodeputati «amici» del finanziare. La lista fu compilata dall’organizzazione «filantropica» Open Society Foundations, che opera come lobby politica per conto del miliardario, ed è tuttora reperibile sul web.

Con l’endorsement di Letta a Schlein esultano Parigi e Pechino. Il segretario dimissionario del Pd, che ora si schiera al fianco della giovane deputata, ha avuto negli anni una fittissima rete di relazioni con gruppi finanziari cinesi e parigini. Per due anni Letta è stato in Publicis, colosso pubblicitario francese criticato per i rapporti con i sauditi. E poi è stato anche vicepresidente per l’Europa occidentale del veicolo di investimento cinese ToJoy. Tutte lobby e gruppi di interesse che cercano una sponda nei leader e partiti politici italiani. Sponda che sperano di trovare in Schlein grazie al ponte dei suoi padrini politici.

La lobby scende in campo in prima persona, perché ormai non si fida più dei fedeli sudditi e vuole accelerare i due obiettivi principali : da una parta la scomparsa del popolo italiano attraverso l’immigrazione incontrollata e la trasformazione del Paese in coacervo di minoranze in lotta tra di loro per una torta di welfare che si fa ogni anno più piccola, dall’altra assicurarsi una politica estera filo israeliana e filo americana. Senza dimenticare la svendita di quel che resta dell’industria nostrana alla Cina. Poteva qui mancare lo ‘svenditore’ Prodi? Notare, inoltre, gli agganci internazionali della Schlein e, sul piano interno, i possibili (diciamo certi) finanziamenti di Soros per le eventuali campagne elettorali. Per non parlare del pompaggio mediatico che già si annuncia tambureggiante.
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Dietro la “nuova” Schlein i padrini Soros e Prod

 

Sopravvivere alla volontà di annientamento del sistema statunitense

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di Maurizio Murelli

Fonte: Maurizio Murelli

Non serve sprecare energie per controbattere alle deliranti argomentazioni di chi sta dalla  parte della “causa ucraina”, argomentazioni portate avanti tanto da agitatori palesemente disturbati condizionati da aberranti contorcimenti ideologici o da individui intossicati dalla propaganda atlantista che sguazzano nell’ignoranza più assoluta: tanto gli uni che gli altri reagiscono istericamente con la bava alla bocca insultando, mostrificando e stravolgendo la realtà dei fatti. Lasciamoli perdere e che si consumino nel loro nefasto liquame in ebollizione e cerchiamo di mantenere freddo distacco rispetto alle loro performance.
Serve invece impegnarsi per chiarificare con dati oggettivi l’evolversi  della “meta-guerra planetaria” rispetto alla quale quanto accade in Ucraina è da considerarsi una battaglia e, estremizzando, così pure la Prima quanto e Seconda guerra mondiale, anch’esse da ritenersi gigantesche battaglie se si considera il fatto che hanno avuto il loro fondamentale epicentro nel perimetro Europeo e, soprattutto, sono state “tappe” per la realizzazione di un preciso ordine mondiale il cui disegno complessivo si evidenzia con quanto imposto nel Trattato di Versailles (1919). Poco importa stabilire se il progetto sia stato chiaro e definito nei dettagli fin dall’inizio e si deva risalire fin alla Rivoluzione Francese per rintracciarne i semi (tesi complottista) o se il progetto si è implementato (sviluppato) cammin facendo. Sta di fatto che la Prima Guerra Mondiale ha gettato le basi per la Seconda e consentito agli USA di impiantare le proprie malefiche radici in Europa; la SGM ha posto le basi per le battaglie successive fino a giungere a quella che ha attualmente epicentro in Ucraina. Ovviamente questa chiave di lettura avrebbe necessità di essere ben esposta e supportata co appropriate esposizioni, ma questa non è la sede adatta – necessiterebbe uno scritto chilometrico. Mi limiterò dunque a porre un paio di sintetici tasselli esplicativi.
La realizzazione dell’Ordine Mondiale variamente concepito dagli USA ha la necessità di disintegrare la Russia indipendentemente dal sistema politico che lo regge. La questione non è chi governa la Russia, se lo Zar, il comunista Stalin, il semiliberale Putin o anche Topolino: la questione è la Russia in quanto tale perché la sua esistenza come entità statale è posseditrice di gigantesche materie primarie è ostacolo alla realizzazione dell’Ordine Mondiale unipolare. Dal 24 febbraio ci si è concentrati a mettere in evidenza quanto fatto dagli atlantisti in Serbia, Kosovo, Iraq, Siria, Libia etc. dando l’idea che l’attuale fase sia stata innescata con l’implosione dell’URSS, ma se si vuole supportare la tesi sopra esposta, bisogna fare alcuni passi in dietro, andando ben oltre l’ingordigia imperialista palesatasi nel 1990. Il primo passo da farsi ci porta nella seconda metà degli anni Quaranta primi anni Cinquanta.
Nel 1949 la SGM era terminata da appena 4 anni e alla Russia, alleata con gli USA contro la Germania, era costata 20 milioni di morti e una imponente devastazione; senza la Russia gli angloamericani avrebbero avuto poche possibilità di vincere, almeno non prima del 1945, quando avrebbero potuto far conto sulla bomba atomica poi impiegata in Giappone e dunque desertificate l’Europa. In quell’anno, il 3 dicembre 1949, gli USA concepirono un piano per regolare i conti con quello che era stato il suo alleato. Si tratta del “Piano Trojan” per l’invasione dell’Unione Sovietica, insieme all’alleato britannico.
Il piano prevedeva il lancio di 300 bombe atomiche e 20.000 bombe ordinarie su 100 città dell’URSS. Pertanto furono programmati 6.000 voli. L’inizio dell’invasione era prevista per il 1 gennaio 1950, ma in seguito fu posticipata al 1 gennaio 1957, assieme a tutti i paesi della NATO. La NATO era stata fondata nell’aprile del 1949 ma aveva bisogno di essere rodata e ben organizzata per diventare operativa. GLI USA ritennero fosse meglio che l’operazione venisse targata NATO piuttosto che solo USA, questa la ragione del posticipo dell’operazione.
Nel 1952, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman disse:« Rimuoveremo dalla faccia della terra tutti i porti e le città che devono essere distrutti per raggiungere i nostri obiettivi». Vi devo specificare quali erano e sono i loro obbiettivi?
La ragione per la quale il piano non prese corpo è semplice: nei primi anni Cinquanta la Russia era diventata a sua volta una potenza atomica in grado di colpire con i suoi missili il territorio USA. In attesa del ritorno alla “guerra calda” si aprì l’epoca della “guerra fredda” terminata nel 1990 con l’avvento della “guerra tiepida” per arrivare ad oggi con l’accensione del “fornello ucraino” che ha in prospettiva l’opzione “guerra surriscaldata”.
Allo stato dell’arte gli USA hanno conseguito un primo obiettivo: devastazione dell’Europa ancorata al gorgo ucraino che progressivamente la sta inghiottendo. Il secondo, la disintegrazione della Russia è l’allettante prospettiva.
Allora non si tratta di “stare con la Russia” perché irrazionalmente filorussi. Possiamo qui divagare su cosa è la Russia e divagare sui concetti di civiltà e sistemi politici, ma il punto principale è come posizionarsi da europei, quindi sottrarsi dall’abisso verso il quale gli USA stanno spingendo l’Europa. E per fare questo è imprescindibile schierarsi a fianco della Federazione russa contro lo schieramento atlantista impegnato in Ucraina dove, prima di tutto, è in corso una guerra civile tra la parte ovest occidentalizzata e la parte est che non accetta l’occidentalizzazione. La guerra civile è un fatto interno all’Ucraina, il mascherato posizionamento della NATO con tutto il suo supporto è una questione che riguarda noi europei, noi italiani. La disintegrazione della Russi pone irrimediabilmente una pietra tombale sull’Europa lasciandoci in balia della UE che è la marionetta USA. Tutto questo è quel che deve essere chiaro e opposto ai gioppini atlantici qualsiasi vestito ideologico calzino. Tutto questo dovrebbe portarci a dire che non è la una pace o tregua in Ucraina che risolverà la questione. Pace e tregua servono solo a permettere all’atlantismo di riorganizzarsi. Una volta per tutte il “Grande Conflitto”, la “Grande guerra planetaria” deve essere risolta con un vinto e un vincitore. E se come europei e italiani dobbiamo essere tra i vinti ce ne faremo una ragione ben sapendo che comunque prima o poi l’intero sistema imploderà… magari tra un secolo, perché questo sistema imperante è disumano e l’umano non lo può reggere: o lo disintegra o scompare. E per intanto, ognuno nella sua trincea di competenza, si continua a battersi cosicché, per quanto riguarda le armi, quelle italiane, quelle dei veri nazionalisti italiani, passi almeno l’idea che esse dovrebbero essere date al fronte dell’Est. Il vortice ucraino va chiuso.
Chiarito questo poi possiamo affrontare tutti gli altri argomenti a cominciare da quello teorico dell’multipolarismo da opporre all’unipolarismo, della contrapposizione tra concezioni di Civiltà e sistemi politici pere finire sui terreni dell’economia, della finanza, del liberisimo, della geoenergia e quant’altro. Prima di tutti sopravvivere alla volontà di annientamento del sistema USA.

 

In Italia chi tocca la magistratura muore

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QUINTA COLONNA

di Leonardo Lugaresi

Fonte: Leonardo Lugaresi

In Italia chi tocca la magistratura muore. È così da almento trent’anni, perché la magistratura italiana ha un potere illimitato, che esercita su tutti gli altri soggetti, pubblici e privati, senza dovere, di fatto, rispondere a nessuno dei suoi atti. Un potere senza responsabilità e senza contrappesi, che non siano quelli, soggettivi, della personale correttezza morale dei singoli magistrati. Se si vuole una prova impressionante di tale assunto, che può sembrare a prima vista un po’ forte, basta guardare a che cosa è successo, nei mesi scorsi, dopo la dirompente e circostanziata denuncia di un “pentito”, quell’ex magistrato Luca Palamara, già segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, che sta al “sistema” – come lo chiama lui – esattamente come Buscetta stava alla mafia: un “pezzo grosso”, che sa tutto e che, per suoi interessi, rivela alcune cose importanti e gravissime, documentandole con precisi riferimenti a fatti, persone, luoghi e date. Che cosa è successo? Assolutamente niente. Palamara non è stato nemmeno querelato, mentre quasi ogni pagina del suo libro dovrebbe dare adito a querele, se le cose che dice sono campate in aria. Tamquam non esset, per stare al linguaggio dei legulei (di una volta, perché quelli di adesso il latino non lo sanno).
Una delle grandi colpe storiche di Berlusconi, che pure non era organico a quel sistema e da esso fu anzi ferocemente combattuto, è stata di aver sempre pensato esclusivamente alla tutela dei propri interessi privati, senza neanche mai neppure tentare di metter mano ad una riforma dell’ordinamento giudiziario italiano. Quando si farà il bilancio della sua opera nella storia italiana di questi decenni – bilancio che a mio avviso sarà pesantemente negativo proprio in ragione delle grandi potenzialità che la sua entrata in politica conteneva e che, in buona parte per colpa sua, non ha realizzato – tale scelta scellerata di impegnarsi solo in maldestre leggi ad personam peserà molto nel giudizio.
Ora, dopo l’incommentabile Bonafede e l’evanescente Cartabia, pare che il nuovo guardasigilli Carlo Nordio, che per quarant’anni è stato un magistrato stimatissimo, voglia accingersi all’impresa. Le reazioni scomposte dell’Associazione Nazionale Magistrati, che sarebbero grottesche se non fossimo in Italia dove suonano minacciose, fanno già capire che sarà guerra. Io non so se il ministro, e soprattutto il governo di cui fa parte, avrà la forza e la volontà politica di andare avanti, o se dopo un po’ si fermerà e farà marcia indietro. Ma se tenesse duro e portasse a casa almeno qualche risultato concreto nell’indispensabile opera di riforma del sistema della giustizia, riportando almeno in parte il potere della mogistratura entro i confini costituzionali, a garanzia dei cittadini e a ripristino della sovranità democratica, farebbe già moltissimo per il nostro paese. Solo per questo si sarebbero meritati il voto che gli ho dato. Sinceri auguri al ministro Nordio.

L’I.r.a. di Biden si abbatte sull’Europa

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di Luigi Tedeschi 

Fonte: Italicum

Nella tre giorni di Macron a Washington i temi di discussione nei colloqui con Biden erano due. La guerra in Ucraina e la legge anti – inflazione approvata in agosto da Biden, che prevede ampli sussidi all’industria americana per far fronte alla crisi economica e alla transizione ambientale.
Sulle prospettive di negoziato con la Russia, tale vertice non ha espresso risultati rilevanti. E’ infatti del tutto improbabile che la Russia accetti un ritiro entro confini del 2014, così come che si pervenga alla neutralità dell’Ucraina, che invece mira alla riconquista della Crimea e del Donbass. L’Occidente, sostenendo militarmente Kiev è parte in causa nella guerra contro la Russia e quindi non può assumere il ruolo di mediatore nel conflitto. Un tavolo per i negoziati era già stato peraltro istituito dalla Turchia di Erdogan, ma nei colloqui bilaterali è stato ignorato, a conferma del senso di superiorità che pervade l’Occidente e che costituisce l’ostacolo maggiore per una credibile trattativa di pace.
Maggiore interesse invero suscitano i timori europei riguardo al piano anti – inflazione americano. Gli USA hanno varato un pacchetto di aiuti per circa 400 miliardi di dollari a sostegno di famiglie ed imprese imperniato sulla transizione green. Trattasi dell’Inflation reduction act (Ira), che prevede crediti d’imposta di 7.500 dollari per l’acquisto di auto elettriche nuove di fabbricazione americana e di 4.000 dollari per auto usate. E’ evidente che la strategia protezionistica americana mira ad abbattere la concorrenza europea nel settore dell’auto elettrica.
In realtà l’Ira è un piano di investimenti di 738 miliardi di dollari, di cui 391 verranno destinati all’energia e alla transizione ambientale, 238 verranno utilizzati per il risanamento del deficit federale e la quota residua verrà impiegata nella sanità e nella riforma fiscale. Rilevanti finanziamenti verranno erogati per ridurre i costi energetici ed aumentare l’efficienza domestica, con crediti di imposta e sconti per i cittadini oltre che con agevolazioni nei confronti degli enti locali. Si prevede che entro il 2030 in America la riduzione del gas serra sarà del 50%. Si stima inoltre che l’Ira produrrà in America negli anni a venire un giro di affari di 15.000 miliardi di dollari dovuto agli investimenti nella green economy. Tale previsione è avvalorata dalle performance registrate nei mercati finanziari nel 2020, in cui gli attivi dei fondi sostenibili hanno raggiunto il livello record di 1,25 trilioni di dollari.
Le ragioni dell’allarme suscitato in Europa dalla politica di dumping industriale degli USA nel settore dell’energia green sono evidenti. Ma la UE si è dimostrata incapace ad affrontare la minaccia mortale americana per l’industria europea. Del resto, l’inefficienza della UE si era già resa evidente nella crisi energetica. E’ stato impossibile creare un fondo comune europeo per far fronte alla crisi energetica alla stregua del Recovery fund varato per la crisi pandemica. Le stesse misure adottate per la fissazione di un price cup al prezzo del gas si sono rivelate del tutto aleatorie. E’ nota infatti l’ostilità della Germania e dei paesi frugali riguardo alla implementazione di fondi costituiti a debito comune europeo. Di recente, la fissazione al prezzo a 60 euro al barile del greggio russo è stata rifiutata dalla Russia. Ulteriori sanzioni sono state varate per il commercio navale del petrolio russo, ma è ben noto che il traffico navale nel mondo è incontrollabile. Tali provvedimenti sortiranno l’effetto opposto a quello voluto, poiché si svilupperanno inevitabilmente mercati paralleli che comporteranno aumenti dei prezzi e incentiveranno la speculazione finanziaria.
Ma l’effetto più devastante che potrebbero produrre le misure contenute nel piano Ira di Biden è quello di dar luogo a delocalizzazioni negli Stati Uniti di grandi gruppi industriali europei. Infatti, la stessa Enel, che ha usufruito di un finanziamento UE di 600 milioni per la costruzione di un impianto fotovoltaico a Catania, che potrebbe generare nuova occupazione per circa 2.000 addetti, ha deciso di delocalizzare la produzione negli USA, dato che gli incentivi americani si sono rivelati maggiormente appetibili. Grandi gruppi europei hanno progettato piani di delocalizzazione industriale negli USA, quali la francese Solvay e la tedesca Basf (settore chimico), la francese Safran (freni al carbonio), la spagnola Iberdrola (energia) e la svedese Northvolt (batterie al litio).
La fuga di queste grandi imprese in America è un fenomeno che potrebbe dar luogo ad un processo di progressiva deindustrializzazione esteso a tutto il continente europeo. I fondi americani ammontano a circa il quadruplo rispetto a quelli disponibili in Europa. Si rileva inoltre che il prezzo del gas negli USA è di 5 volte inferiore a quello praticato in Europa. La delocalizzazione industriale europea negli USA potrebbe comportare un costo di 10 miliardi di investimenti e una perdita di posti di lavoro stimata in 10.000 unità nella sola Francia. Assai più gravi potrebbero essere le conseguenze per la Germania, che ha focalizzato la propria politica economica sull’export dell’innovazione green.
L’Europa è incapace di reagire dinanzi alla svolta aggressiva assunta dalla politica economica di Biden con il piano dell’Ira. Ulteriori penalizzazioni per l’economia europea sono emerse inoltre dalla crisi energetica scaturita dalla guerra russo – ucraina che ha determinato la fine dell’interdipendenza economica ed energetica tra la UE e la Russia. Si deve pertanto rilevare che l’importazione di gas americano in Europa per sostituire il gas russo ha comportato un notevole incremento dei costi energetici. L’Europa infatti è divenuta il maggiore mercato dell’export di gas statunitense, che dalla quota del 21% del 2021 è salito all’attuale 66%.
Gli USA dunque hanno tratto i maggiori profitti dalla guerra ucraina. Hanno incrementato vorticosamente sia nella quantità che nel prezzo le loro esportazioni di gas, hanno alimentato l’industria militare con le forniture di armamenti e soprattutto, mediante le loro politiche protezioniste nel campo dell’innovazione green, potrebbero determinare la destrutturazione industriale dell’Europa, che per gli USA è stata sempre una temibile potenza economica concorrente. Gli USA vogliono affermare il loro primato nel mondo come potenza industriale nella transizione ambientale, conseguito mediante il depotenziamento dell’Europa e il contenimento della Cina. Un primato, è evidente, affermato in nome della superiorità dei valori di libertà e democrazia dell’Occidente.
Un tragicomico paradosso è poi costituito dal fatto che gli USA intendono avvalersi della alleanza con l’Europa nella strategia di contenimento della Cina, ma nello stesso tempo stanno sabotando con provvedimenti quali l’Ira l’economia europea. La reazione europea si dimostra attualmente timida ed impotente, a causa della scelta filo – Nato effettuata dalla UE nella guerra russo – ucraina. Scelta che oggi preclude qualsiasi politica europea autonoma dagli USA. Macron ha invocato esenzioni simili a quelle concesse a Messico e Canada. Si verificherà dunque uno scontro tra USA ed Europa? A tal riguardo così si esprime Adriana Cerretelli sul “Sole 24Ore”: “l’Europa è disarmata: ha le ambizioni ma non si dà le risorse e nemmeno la coesione politica ed economica necessarie a realizzarle. Così rischia l’autolesionismo se scegliesse comunque lo scontro con l’America”. Infatti, data la interdipendenza economica tra USA e UE, dopo la rottura con la Russia, è impossibile che l’Europa sia in grado di sostenere una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Infatti, prosegue la Cerretelli, “Oltraggio alla sovranità europea? Sì. Dovevamo però pensarci prima”. La Nato si è rivelata una gabbia d’acciaio per l’Europa.
La Francia ha proposto in sede UE la creazione del Buy European Act, onde contrastare l’aggressività protezionista americana. Ma la Germania e i paesi frugali sono ostili a programmi europei di aiuti statali alle imprese. L’egoismo economico della Germania e dei suoi alleati – satelliti si traduce come sempre in autolesionismo politico per l’Europa. Ne è testimonianza l’impegno generico al negoziato con gli USA del commissario europeo Dombrovskis, che per ora esclude anche un ricorso al WTO contro gli USA per violazione delle norme internazionali sulla concorrenza. Si tratterebbe comunque di una azione del tutto pletorica. Si rammenti infatti che gli accordi sull’acciaio tra USA e UE sono tuttora sospesi.
L’Europa paga il prezzo della sua sciagurata scelta atlantica. E la Nato è una alleanza che si identifica con il dominio americano. Non si vede il perché gli USA dovrebbero scendere a patti con l’Europa sulle energie rinnovabili, dato il loro ruolo di potenza dominante in Occidente. Del resto, la finalità perseguita dagli USA nella guerra russo – ucraina consiste nel controllo dell’Europa, non certo nella vittoria dell’Ucraina. Quindi, l’obiettivo è stato raggiunto. La subalternità geopolitica europea nella Nato si ripropone coerentemente nella sfera economica, con l’imposizione da parte statunitense di una politica protezionista nei confronti dell’Europa, che condurrà la UE alla recessione e ad suo drastico ridimensionamento nel contesto geopolitico mondiale. Il declino della UE rappresenta per l’Europa il suo definitivo esodo dalla fase di letargo della post – storia in cui si era confinata. Ed il risveglio si presenta traumatico.
La politica estera di Biden si identifica con quella dell’ “America first” trumpiana, perseguita con altri mezzi, mediante cioè un protezionismo economico ampliato e diversificato e l’indiretto interventismo militare nel mondo. Aggiungasi inoltre che la strategia di deglobalizzazione economica in funzione anti cinese, iniziata in epoca trumpiana con la rilocalizzazione negli USA della industria manifatturiera americana, è perseguita con maggiore efficacia da Biden che anzi, ha reso gli USA una meta appetibile per la delocalizzazione industriale europea.
La guerra ucraina ha comportato anche il ridimensionamento della potenza economica tedesca, con la fine del modello dell’economia dell’export dominante in Europa. La crisi ha determinato anche una ridefinizione del ruolo della Germania in seno alla UE. La Germania di Scholz ha infatti intrapreso una linea politica unilateralista. In campo energetico si è opposta a qualsiasi progetto di politica comune europea. Il governo tedesco ha investito 200 miliardi di euro a sostegno di imprese e famiglie per far fronte la caro energia, con una misura unilaterale cioè, che costituisce una distorsione della concorrenza a danno degli altri paesi membri della UE, al pari dell’Ira varata dagli USA a discapito dell’economia europea. La Germania ha inoltre approvato un programma che prevede uno stanziamento di 100 miliardi di euro per la difesa, con l’acquisto di aerei F35 americani, venendo meno alle precedenti intese con Francia e Italia per la costruzione congiunta di aerei militari e sistemi di difesa aerea. Con il riarmo della Germania nell’ambito della Nato, viene meno qualunque speranza di autonomia strategica europea. La Germania, con il sostegno dei paesi frugali, ha respinto qualsiasi proposta di costituzione di fondi comuni europei e si è opposta anche ad ogni progetto di riforma del patto di stabilità.
L’europeismo tedesco ha sempre contrastato il sovranismo degli altri paesi, per affermare il proprio nazionalismo e creare, con il declino della UE, una nuova Europa centralizzata sulla potenza continentale tedesca. In realtà, al venir meno della potenza economica tedesca nel mondo, fa riscontro un rafforzamento del dominio continentale della Germania in Europa, che si impone con le stesse modalità strategiche del primato americano in Occidente.
Tale predominio tedesco non rimarrà tuttavia incontrastato in Europa. Si renderà necessaria una alleanza tra Francia, Spagna e Italia, al fine di contrastare l’aggressività dell’unilateralismo tedesco. Ma, data l’interdipendenza economica della Germania con tali paesi (specie l’Italia, in cui l’industria del nord – est è parte integrante della filiera tedesca), renderà difficile una efficace politica di contrasto alla Germania. Né sarà possibile, data la politica di ostilità economica aggressiva degli USA nei confronti dell’Europa, far leva sull’antieuropeismo americano per affrancarsi dal dominio tedesco.
Certo è che l’Europa sarà soggetta nel prossimo futuro a tensioni disgregative interne nella UE. Così come è in crisi la globalizzazione occidentale, allo stesso modo è in stato di avanzata decomposizione la UE, quale entità sovranazionale europea. La sovranità degli stati potrebbe riaffermarsi in Europa sulle orme dell’avvento di una nuova geopolitica mondiale imperniata sul multilateralismo.
Allo stato attuale gli USA, anche se potenza mondiale in declino, risultano essere gli unici vincitori ne conflitto russo – ucraino. L’Europa sarà presto investita da una crisi economica e politica anche dai risvolti esistenziali: si diffonderà una conflittualità politica interna imperniata sulle minacce alla propria sussistenza, che non dipendono davvero dall’aggressione russa all’Ucraina, ma dall’aggressività imperialista americana. Verrà dunque messa in discussione la stessa identità dell’Europa, quale provincia dell’Occidente o continente eurasiatico. Questa crisi potrebbe condurre, oltre che alla disgregazione della Ue, anche allo sfaldamento della Nato. Potrebbe quindi dar luogo alla ridefinizione degli equilibri geopolitici interni dell’Europa. La partita è aperta.

Tempo d’Avvento: le profezie messianiche

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Segnalazione del Centro Studi Federici

Testo tratto da: Gesauldo Nosengo, INCONTRO A CRISTO. Testo per l’insegnamento della Religione nella Scuola media inferiore. Volume primo per il primo anno, “Gesù Cristo Messia e Rivelatore, centro del tempo antico e della nostra fede, Felice Le Monnier, Firenze 1950, pagg. 84-90
 
GESU CRISTO CENTRO E TERMINE DELLE PROFEZIE 
 
SOMMARIO: Gesù sa e dice di adempiere le profezie. — I profeti: divinità delle profezie. — Il Cristo dei profeti. — I profeti hanno predetto del Messia: la stirpe; la nazione; la tribù; la famiglia; la Madre; il tempo della nascita; il luogo; la vita; la passione; la missione; la divinità; il sacerdozio; il trionfo; la regalità. 
 
GESU’ SA E DICE DI ADEMPIERE LE PROFEZIE. 
 
Gesù — dice il Vangelo — venne a Nazareth, dove era stato allevato, e, entrato, secondo l’usanza del sabato, nella Sinagoga, si alzò per fare la lettura. Gli venne dato il libro del profeta Isaia, ed Egli, apertolo, trovò quel passo dove è scritto : « Lo spirito del Signore è sopra di me; per questo Egli mi ha unto per portare la buona novella ai poveri; mi ha mandato a guarire i contriti di cuore, ad annunciare la liberazione ai prigionieri e la vista ai ciechi, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare l’anno accettevole del Signore e il giorno del premio ». Poi, ripiegato il libro, lo restituì all’ inserviente, mentre tutti nella Sinagoga tenevano gli occhi fissi su di Lui. 
Allora Egli cominciò a dir loro : « Oggi le vostre orecchie hanno udito l’adempimento di questa profezia ». 
In questo caso — come in molti altri — Gesù applica a sè stesso i passi dei profeti e dimostra che si sono adempiuti nella Sua Persona e davanti agli occhi dei suoi contemporanei. 
Dunque le profezie avevano per termine Lui e trovavano in, Lui il loro compimenti. 
 
I PROFETI: DIVINITÀ DELLE PROFEZIE. 
 
Dio aveva preparato il popolo ebreo a ricevere il Salvatore colle promesse più volte rinnovate; aveva costellato la sua storia politica e religiosa di stupende figure messianiche, ma volle anche anticipatamente descrivere molti aspetti del Cristo venturo per mezzo delle profezie. 
Per un periodo di 400 anni Dio suscitò uomini straordinari chiamati profeti, affidando loro il compito di richiamare il popolo alla fede ed alla morale divina. La loro missione, per volere di Dio, fu confermata coi miracoli e colla predizione del futuro. 
I profeti, per risvegliare l’attesa messianica, parlarono spesso del Messia, e le loro profezie sul Cristo, unite ed ordinate, ne costituiscono quasi una biografia anticipata. Sono come le pietruzze di un mosaico che, sistemate secondo il piano dell’artista e vedute nel loro complesso, formano una meravigliosa composizione: la vita del Messia. 
Questo fu possibile perché una sola Mente ordinatrice ispirava i profeti e li dirigeva verso un unico fine ed un’unica persona : Gesù Cristo. Così il Messia, apparendo sulla terra, unificava e realizzava in sè tutto il passato e trovava nelle profezie un argomento invincibile della sua missione divina. 
 
IL CRISTO DEI PROFETI. 
 
Le profezie intorno a Gesù Cristo sono moltissime: tra esse scegliamo quelle che si riferiscono ai fatti più impor-tanti della sua vita. 
 
I PROFETI HANNO PREDETTO DEL MESSIA : 
 
1) La stirpe da cui sarebbe nato : quella di Sem. Infatti Noè benedicendo a Sem disse : « Benedici, o Signore, i padiglioni di Sem, e sia Canaan loro schiavo. Di-lati Iddio Iaphet e trovi dimora nei padiglioni di Sem » (Genesi, 9, 26). 
 
2) La nazione: quella discendente da Abramo. « Benedirò chi ti benedice — disse il Signore ad Abramo — e maledirò chi ti maledice e Per te saranno benedette tutte le nazioni » (Genesi, 22, 18). 
 
3) La tribù: quella di Giuda. « Giuda, a te daran lode i tuoi fratelli — disse Giacobbe benedicendo i suoi figli — e ti adoreranno i figlioli del padre tuo. Lo scettro non sarà tolto da Giuda e dal condottiero della stirpe di lui, fino a tanto che venga colui che deve essere mandato, Egli sarà l’aspettazione delle nazioni » (Genesi, 40, 8). 
 
4) La famiglia: quella di Davide. « Il Signore ha dato a Davide promessa giurata e davvero non la ritratterà: un tuo figlio collocherò sul trono » (Salino, 131, 11). « Il seme di lui durerà in eterno » (Salmo 88). 
 
5) La Madre: Maria Vergine. « Ecco che una Vergine concepirà e darà alla luce un figlio e il suo nome sarà Emanuele cioè: Dio con noi (Isaia. 7. 14). 
 
6) Il tempo della nascita. —« Sappi dunque e nota attentamente : da quando uscirà l’ editto per la riedificazione di Gerusalemme fino al Cristo principe vi saranno sette settimane e sessantadue settimane; e saran di nuovo edificate le piazze e le mura in tempo d’angustie…. il Cristo sarà ucciso e non sarà più suo popolo quello che lo rinnegherà. E la città e il santuario saranno distrutti da un popolo con condottiero che verrà e la sua fine sarà la devastazione » (Daniele, 9. 25). 
« Quando verrà meno lo scettro di Giuda » (Genesi, 40, 10). 
« Prima della distruzione di questo secondo tempio che sarà da lui visitato» (Aggeo, 2-8). 
« La sua venuta sarà preceduta da una pace universale » (Isaia, 2, 4). 
« Sarà annunciata e preparata da uno speciale inviato » (Malachia, 3, 1). 
 
7) Il luogo. « E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei certo la più piccola fra le terre di Giuda; perchè da te uscirà Colui che reggerà il mio popolo di Israele » (Michea, 5, 2). 
 
8) La vita. « Sarà adorato dai re d’Oriente che gli offriranno oro e incenso » (Isaia, 60, 6). 
« Soggiornerà in Egitto » (Osea, 11, 1). 
« Sarà povero ed attenderà al lavoro » (Salmo 87, 16). « Sarà obbediente )) (Salmo 39, 
« Andrà a cercare le pecorelle smarrite, solleverà quelle che son cadute, fascerà le piaghe di quelle che son ferite » (Ezechiele, 34). 
« Consolerà gli afflitti » (Isaia, 61). 
« Opererà miracoli a favore dei ciechi, dei sordi, dei muti, ecc. » (Isaia, 35, 6). 
« Sarà anche una pietra di scandalo ed un’occasione di rovina per un gran numero di giudei » (Isaia, 1, 6, 8). 
« Entrerà trionfalmente in Gerusalemme « cavalcando un’asina e un asinello » (Zaccaria, 9, 9). 
 
9) La passione. « Egli non ha vaghezza nè splendore; e noi l’abbiamo veduto e non era bello a vedersi…. Veramente Egli ha preso su di sè i nostri languori e ha portato i nostri dolori, e noi l’abbiamo reputato un lebbroso e come flagellato da Dio e umiliato. Ma egli è stato piagato a motivo delle nostre iniquità, è stato sprezzato per le nostre scelleratezze; il castigo, cagione di nostra pace, cade sopra di Lui e per le lividure di Lui siamo risanati. Tutti noi siamo stati. come pecore erranti : ciascheduna deviò per la sua strada e il Signore pose addosso a lui le iniquità di tutti noi. È stato offerto, perché Egli ha voluto e non ha aperta la sua bocca; come pecorella sarà condotto ad essere ucciso; e come agnello muto si sta dinanzi a colui che lo tosa, così Egli non aprirà la sua bocca » (Dalle Profezie di Isaia). 
« Mi pesarono per mia mercede trenta monete d’argento » (Zaccaria, 11, 12).
« Hanno forato le mie mani ed i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa ; si son divise le mie vesti e han gettato la sorte per avere le mie vesti… ; quanti mi videro si burlarono di me, mossero le labbra e scossero la testa. Confidò nel Signore : essi dicono : lo liberi, lo salvi, se è vero che lo ama » (Salmo 21). 
« Per cibo mi diedero fiele, e per calmare la mia sete mi offersero aceto » (Salmo 62, 68). 10) La missione. — « Sarà il Salvatore » (Isaia, 51, 5). « Sarà il giusto per eccellenza » (Geremia, 23, 5). « Sarà l’Ammirabile; il Consigliere; il Principe della pa-ce » (Isaia, 9, 6).
 
11) La divinità. — « Il Signore mi ha detto : tu sei mio figliuolo oggi io ti ho generato ». 
« Tra gli splendori della santità, avanti ad ogni altra cosa, dal mio seno io ti generai – dice Iddio » (Salmo 109, 4). 
« Egli sarà l’Emanuele, il Dio forte, il Padre del futuro secolo » (Isaia, 42, 16). 
 
12) Il sacerdozio. « Il Signore ha giurato ed egli non si pentirà: tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedecco » (Salmo 109). 
 
13) Il trionfo. «L’Agnello sarà il Dominatore ». « Disse il Signore al mio Signore : siedi alla mia destra fino a tanto che io ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi ); (Salmo 109). « Non permetterai che il tuo unto veda la corruzione » (risurrezione) (Salmo 15). 
 
14) La regalità. « Fiorirà ai suoi dì la giustizia e somma pace…. dominerà da un mare all’altro e dal fiume fino all’estremità della terra )) (Salmo 71). « Ci è nato un pargolo, ci fu dato un figlio, il suo nome sarà Principe ,di Pace e il principato è stato posto sulle sue spalle. Il suo impero crescerà. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno » (Isaia, 9, 6). « Gli conferì la potestà, l’onore, il regno; tutti i popoli, le schiatte e le lingue serviranno a Lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno un regno che non sarà mai distrutto » (Daniele, 7, 13). 
 
Tutte queste profezie si sono verificate alla lettera; basta leggere la Vita di Gesù, e specialmente il Vangelo di S. Matteo che, scrivendo per gli ebrei, diede un forte rilievo al parallelismo tra le profezie e la vita del Salvatore, offrendo la più forte dimostrazione che l’Aspettato delle genti era venuto, che era lui, Gesù di Nazaret. 
 

La Merkel ammette che Minsk era solo un espediente

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di Andrew Korybko

I critici potrebbero affermare che la nuova prospettiva del Presidente Putin è arrivata otto anni troppo tardi, ma tardi è sempre meglio che mai. La Merkel lo ha manipolato per anni prima di confessare il suo tradimento, che ha insegnato al leader russo la dolorosa lezione di non potersi più fidare di nessuno dei suoi pari occidentali. Invece, ora abbraccia con entusiasmo le sue grandi potenze del Sud globale, in particolare il Primo Ministro indiano Modi, che condivide la sua grande visione strategica di un futuro multipolare.

L’ex cancelliere finalmente esce allo scoperto

Nessuno può affermare con sicurezza di sapere come si concluderà l’ultima fase del conflitto ucraino, che ha avuto origine dall’operazione speciale che la Russia è stata costretta ad avviare per difendere l’integrità delle sue linee rosse di sicurezza nazionale dopo che la NATO le aveva oltrepassate. Dopotutto, i colpi di scena che si sono verificati finora hanno colto tutti di sorpresa, dalla riunificazione della Novorossia con la Russia ai due attacchi di droni di Kiev all’inizio di questa settimana nell’entroterra del suo vicino.

Detto questo, si può prevedere con sicurezza che il conflitto rimarrà quasi certamente prolungato negli anni a venire, sulla base della candida ammissione dell’ex cancelliere tedesco Merkel che il processo di pace di Minsk era solo un espediente per rafforzare le capacità militari offensive di Kiev. Le sue parole hanno fatto eco a quelle dell’ex presidente ucraino Poroshenko, che ha detto esattamente la stessa cosa all’inizio di quest’anno, con la differenza che lui non è mai stato considerato amico del presidente Putin, a differenza della Merkel.

L’operazione di manipolazione della percezione della Merkel contro Putin

I due parlano correntemente la lingua dell’altro, hanno trascorso gli anni della loro formazione professionale nell’ex Germania dell’Est, presiedono grandi potenze storiche e le loro rispettive economie sono chiaramente complementari, motivo per cui hanno collaborato strettamente su un’ampia gamma di questioni. Col tempo, il Presidente Putin ha iniziato a proiettare su di lei se stesso e la sua grande visione strategica di un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, che lei ha assecondato riflettendo retoricamente per alimentare i suoi pregiudizi di conferma.

In tutto questo tempo, però, si è scoperto che lei lo stava solo ingannando, dicendo al leader russo tutto ciò che voleva sentirsi dire, e il suo superficiale sostegno al processo di pace di Minsk è stato l’epitome del suo approccio manipolatorio al Presidente Putin. Ha valutato con precisione quanto lui desiderasse ardentemente che la pace prevalesse in Ucraina per sbloccare il promettente ruolo geostrategico di quel Paese come ponte tra la sua Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e la sua Unione Europea, secondo la sua già citata visione a lungo termine.

Tuttavia, non aveva alcun desiderio di realizzarlo, nonostante la sua proposta fosse vantaggiosa per entrambe le parti, poiché la grande visione strategica di Merkel consisteva nel portare a termine il progetto secolare della Germania di prendere il controllo dell’Europa senza sparare un colpo. A tal fine, ha dovuto placare la Russia manipolando la percezione del suo leader, in modo che questi la considerasse erroneamente come il leader di uno Stato amico e quindi non esercitasse pressioni sul blocco in modo da ostacolare il suo obiettivo di espandere l’influenza tedesca su di esso.

Psicanalisi di Putin

Dal momento che la Merkel ha giocato così magistralmente con le aspettative del Presidente Putin, presentandosi falsamente come la stessa visionaria pragmatica e orientata all’economia che era lui, anziché come l’ideologa a somma zero che è stata in realtà per tutto questo tempo, il Presidente Putin è stato indotto con successo a fidarsi di lei. Il risultato finale è stato che il leader russo ha pazientemente trattenuto la sua Grande Potenza per quasi otto anni, nonostante le innumerevoli provocazioni contro la sua etica nell’ex Ucraina orientale.

La sua mentalità era che “il fine giustifica i mezzi”, che in questo contesto si riferiva al suo calcolo costi-benefici secondo il quale i costi pagati dalla popolazione russa del Donbass sarebbero valsi alla fine se la sua pazienza avesse guadagnato abbastanza tempo da permettere alla Germania di convincere Kiev ad attuare con successo gli accordi di Minsk, costruendo così alla fine un’”Europa da Lisbona a Vladivostok” che avrebbe portato benefici a tutti. Con il senno di poi, il problema è che il Presidente Putin era l’unico leader a volerlo veramente.

È stato ingannato per quasi otto anni dalla Merkel, con la quale ha stretto un forte legame durante i molti anni di mandato a causa delle loro affinità personali e della sua manipolazione di successo delle sue percezioni, facendogli credere erroneamente che lei condividesse la sua grande visione strategica, come è stato spiegato in precedenza. Essendo un vero statista, egli dava per scontato che i suoi colleghi – soprattutto quelli che rappresentavano grandi potenze come la Merkel – fossero dello stesso calibro professionale, e quindi dava per scontato che fossero tutti attori razionali.

Il senno di poi è 20/20

La realtà era però completamente diversa, poiché il Presidente Putin si è rivelato essere l’ultimo vero uomo di Stato occidentale, il che significa che era l’unico a operare su basi razionali, mentre tutti gli altri perseguivano obiettivi ideologici. Se ne è reso conto solo anni dopo, essendo invece caduto nella falsa percezione che tutti fossero più o meno visionari pragmatici e guidati dall’economia come lui, grazie soprattutto al successo dell’operazione di gestione della percezione condotta dalla Merkel nei suoi confronti.

La sua prolungata farsa nel fingere di condividere la sua grande visione strategica è stata abbastanza convincente da indurre il Presidente Putin ad abbassare la guardia, a dare per scontate le sue parole e a supporre che avrebbe fatto in modo che la Germania alla fine convincesse Kiev ad attuare pienamente gli accordi di Minsk. Se avesse sospettato la sua disonestà, avrebbe certamente abbandonato questo approccio molto prima, ma è caduto completamente nella sua recita, poiché si è conformato al suo pregiudizio di conferma di leader razionale di una Grande Potenza.

Questo spiega perché abbia aspettato così a lungo prima di ordinare l’operazione speciale, dal momento che confidava sinceramente che lei condividesse la sua grande visione strategica di un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, che richiedeva una pace duratura in Ucraina per essere attuata. Invece, la Merkel cercava spietatamente di portare a termine il complotto secolare della Germania per prendere il controllo dell’Europa senza sparare un colpo, cosa che il suo successore Scholz ha quasi ammesso di voler fare nel manifesto appena pubblicato dalla rivista Foreign Affairs.

Non è una coincidenza che poco dopo la Merkel abbia confessato le sue vere intenzioni di assecondare il processo di pace di Minsk, dal momento che non c’era più motivo di rimanere riservata. Scholz ha vuotato il sacco vantandosi dell’agenda egemonica della Germania, che ha apertamente descritto come guidata dal desiderio di rispondere alle minacce che, secondo lui, provengono “più immediatamente” dalla Russia. Non avendo nulla da perdere, la Merkel si è tolta la maschera e ha finalmente mostrato al Presidente Putin il suo vero volto.

Non c’è dubbio che lui si sia reso conto, qualche tempo prima dell’inizio dell’operazione speciale del suo Paese, che lei lo aveva ingannato per anni, motivo per cui ha intrapreso quel passo fatidico alla fine di febbraio, ma ora è in bella mostra anche per il mondo intero. La Merkel era l’unico politico occidentale di cui il Presidente Putin si fidasse sinceramente, e questo è uno dei motivi per cui ha rimandato l’ordine della suddetta operazione per quasi otto anni, nella falsa speranza che la Merkel potesse contribuire a garantire la pace in Ucraina.

L’impatto psicologico del tradimento della Merkel

Dopo che la Merkel ha ammesso così sfacciatamente di aver tradito la sua fiducia vantandosi del fatto che “Putin avrebbe potuto facilmente invadere [l’Ucraina] all’epoca” se lei non fosse stata al fianco del processo di pace di Minsk, facendolo così desistere per quasi un decennio, è improbabile che il leader russo si fidi ancora di qualcuno in Occidente. Questa intuizione psicologica aggiunge un contesto cruciale alla coincidenza con cui ha dichiarato, lo stesso giorno in cui è caduta l’intervista, che il conflitto ucraino “potrebbe essere un processo lungo”.

È chiaro che ora ha capito che si tratta di una lotta prolungata per il futuro della transizione sistemica globale, anche se la Russia può ancora vincere strategicamente anche nello scenario di uno stallo militare in Ucraina. Questo perché tale esito porterebbe i processi multipolari a guida indiana a continuare a proliferare, cambiando così in modo irreversibile il corso delle relazioni internazionali. A questo punto della nuova guerra fredda, la Russia sta combattendo un conflitto difensivo, ma per una volta il tempo è dalla sua parte.

Il Presidente Putin ora sa che ogni pausa nei combattimenti sarà solo un’opportunità per entrambe le parti di riorganizzarsi, riarmarsi e inevitabilmente riprendere le operazioni offensive, il che significa che il campo di gioco strategico è ora livellato, poiché finalmente sta operando secondo la stessa mentalità dei suoi avversari già da anni. Ciò rafforzerà la sua determinazione a continuare a fare tutto il possibile per accelerare i processi multipolari, il che richiede innanzitutto il mantenimento della Linea di Controllo (LOC).

La nuova grande visione strategica di Putin

Per perseguire questo obiettivo più immediato, la Russia potrebbe effettivamente riprendere a partecipare al processo di pace, precedentemente sabotato, a patto che vengano soddisfatte almeno superficialmente alcune condizioni, ma nessuno dovrebbe interpretare questo potenziale sviluppo come un segnale di debolezza strategica da parte sua, a differenza di quanto avveniva in passato. La differenza tra allora e oggi è che il Presidente Putin ha imparato molte lezioni dolorose e non intende più approfittare dei suoi gesti di buona volontà.

Mentre il processo di pace di Minsk, col senno di poi, non è stato altro che un mezzo per manipolare le percezioni del Presidente Putin al fine di influenzarlo a esercitare moderazione e quindi a guadagnare tempo per Kiev per prepararsi a un’offensiva finale nel Donbass, qualsiasi processo gli succederà non sarà altro che un mezzo per il leader russo per guadagnare tempo affinché i processi multipolari continuino a proliferare a spese del Miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e dei loro interessi egemonici unipolari.

Il grande obiettivo strategico del Presidente Putin non è più un’”Europa da Lisbona a Vladivostok”, ma riformare le relazioni internazionali in piena collaborazione con i Paesi del Sud globale guidato dai BRICS e dalla SCO, di cui la Russia fa parte, affinché l’ordine mondiale diventi più democratico, equo e giusto. Ciò è in linea con la visione esposta nel suo Manifesto Rivoluzionario Globale, su cui si è basato nelle ultime due stagioni e che oggi può essere descritto come l’ideologia non ufficiale della sua Grande Potenza.

Pensieri conclusivi

I critici potrebbero affermare che la nuova prospettiva del Presidente Putin è arrivata otto anni troppo tardi, ma tardi è sempre meglio che mai. La Merkel lo ha manipolato per anni prima di confessare il suo tradimento, che ha insegnato al leader russo la dolorosa lezione di non potersi più fidare di nessuno dei suoi pari occidentali. Invece, ora abbraccia con entusiasmo le sue grandi potenze del Sud globale, in particolare il Primo Ministro indiano Modi, che condivide la sua grande visione strategica di un futuro multipolare.

La transizione sistemica globale sta attualmente procedendo lungo questo percorso, ma ha ancora bisogno di tempo per diventare irreversibile, il che a sua volta richiede che la Russia mantenga la posizione di blocco. Che sia attraverso mezzi militari, politici o una combinazione di questi due mezzi, ci si aspetta che il Presidente Putin faccia tutto ciò che è in suo potere per guadagnare tempo affinché questi processi multipolari guidati dall’India continuino a proliferare a tal fine, il che garantisce che il conflitto ucraino rimarrà prolungato indipendentemente da qualsiasi cosa si dica.

Pubblicato in partnership su One World – Korybko Substack

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

9 dicembre 2022

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